150 esperti hanno scelto il miglior film degli anni ’80: ha battuto Toro scatenato e Shining

Quasi 150 tra registi, storici e critici cinematografici hanno partecipato a un’operazione ambiziosa: individuare il miglior film degli anni ’80. Il risultato, pubblicato sul sito World of Reel, offre una prospettiva affascinante su un decennio che ha ridefinito il cinema contemporaneo, mescolando blockbuster visionari, opere d’autore coraggiose e pellicole che all’epoca dividevano per poi diventare cult indiscussi. La metodologia adottata è stata rigorosa: ogni partecipante ha presentato una lista di 15 film senza ordinarli per preferenza. Le liste individuali sono state poi aggregate per costruire una classifica complessiva di 300 titoli, una sorta di canone collettivo che attraversa generi, linguaggi e sensibilità diverse. Il risultato finale rappresenta non tanto il gusto di un singolo critico quanto una fotografia composita di cosa significhi eccellenza cinematografica per chi il cinema lo studia, lo insegna e lo crea quotidianamente.

Al primo posto non troviamo i nomi che molti avrebbero scommesso. Non c’è Velluto blu di David Lynch, con il suo perturbante viaggio nell’America suburbana. Non c’è Toro scatenato di Martin Scorsese, spesso considerato uno dei vertici assoluti del cinema americano. Il vincitore è Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, uscito nel 1989 e diventato immediatamente un manifesto culturale prima ancora che cinematografico. Il film racconta ventiquattro ore nella vita di un quartiere di Brooklyn, in una giornata di caldo soffocante che fa da miccia all’esplosione delle tensioni razziali latenti. Lee costruisce un affresco corale dove ogni personaggio porta con sé una verità parziale, una ragione comprensibile, un dolore autentico. Non ci sono buoni e cattivi assoluti, solo esseri umani intrappolati in un sistema che amplifica le differenze invece di sanarle. La regia nervosa, i colori saturi, i movimenti di macchina ossessivi e la colonna sonora dominata da Fight the Power dei Public Enemy trasformano il film in un’esperienza sensoriale totale.

Fa' la cosa giusta
Fa’ la cosa giusta – 40 Acres & a Mule Filmworks

All’epoca della sua uscita, Fa’ la cosa giusta suscitò polemiche feroci. Alcuni critici accusarono Lee di istigare i giovani afroamericani alla rivolta, leggendo il finale come un invito alla violenza anziché come una riflessione complessa sulle sue radici. Nonostante le controversie, il film ottenne due candidature agli Oscar: miglior sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista per Danny Aiello, straordinario nel ruolo del pizzaiolo italoamericano Sal. La mancata candidatura di Lee come miglior regista venne percepita da molti come un’ingiustizia, alimentando ulteriormente il dibattito sul rapporto tra Hollywood e le voci non bianche. La presenza di Fa’ la cosa giusta al primo posto di questa classifica rappresenta anche una rivalutazione rispetto ad altre gerarchie critiche. Nella celebre classifica di Sight & Sound, stilata con il contributo di 480 registi, il film di Lee occupa la ventinovesima posizione. In una classifica del 1989 dell’American Film Magazine, il primo posto andava a Toro scatenato, qui relegato al secondo. Questi spostamenti testimoniano come il canone cinematografico sia tutt’altro che statico: i film dialogano con il loro tempo, e il loro valore si ridefinisce continuamente alla luce dei mutamenti sociali e culturali.

Questa classifica di World of Reel rende giustizia proprio a questo movimento tellurico del gusto. Film snobbati negli anni ’80 si affacciano prepotentemente nella top 300, mentre opere inizialmente osannate hanno perso parte del loro lustro. È un promemoria potente di come il cinema viva nel tempo, di come le opere più autentiche resistano all’usura delle mode proprio perché parlano a qualcosa di più profondo delle tendenze di un dato momento storico. Nella classifica generale di Sight & Sound che ha aggregato il parere di 1.639 esperti, Fa’ la cosa giusta occupa la ventiquattresima posizione. Il film degli anni ’80 in posizione più alta in quella graduatoria è però Close-up di Abbas Kiarostami, un’opera meta-cinematografica iraniana che esplora il confine tra documentario e finzione. La pluralità di queste classifiche dimostra come non esista un’unica verità critica, ma piuttosto una costellazione di prospettive che arricchiscono la comprensione collettiva del fenomeno cinematografico.

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