Eolico nel Regno Unito, God save the wind

Parco eolico a Redcar, Yorkshire, Regno Unito

Londra accelera nel percorso della decarbonizzazione ma la rete e i costi delle pale eoliche offshore sono ancora un problema

di GIORGIA BURZACHECHI

Dalla patria della rivoluzione industriale a leader della transizione energetica. Il Regno Unito cambia passo e scommette sul vento per costruire il suo futuro. Con obiettivi chiari, riforme istituzionali e investimenti, il Paese accelera verso l’azzeramento delle emissioni nette.

Nel 2024 le rinnovabili hanno battuto per la prima volta i fossili, ma restano sfide cruciali, tra cui l’infrastruttura di rete e i costi dell’eolico offshore. A distanza di quasi tre secoli, il Regno Unito inverte la rotta e intraprende una nuova rivoluzione. Mentre alla fine del XVII secolo faceva partire i motori – letteralmente – della rivoluzione industriale, oggi dà lo stop alle fonti fossili e si impegna a convertire la propria produzione energetica a rinnovabili.

Il processo economico e di sviluppo industriale, durante il quale si è assistito a un incremento dell’industria manifatturiera e la diffusione dei trasporti meccanizzati (treni, navi), grazie all’uso sistematico del carbone e, più tardi, del petrolio come fonti energetiche, è poi tristemente passato alla storia come la causa principale del cambiamento climatico. Prima di questa mutazione epocale le emissioni di gas serra erano stabili e naturali, e la temperatura globale era costante e le eventuali oscillazioni climatiche non erano imputabili ad attività di origine antropica.

Il Regno Unito punta oggi alla transizione energetica con le ambizioni di una grande potenza sempre pronta a lanciarsi verso il futuro, questa volta verde.

2023: l’anno della svolta

L’UK è tra i firmatari del Paris Agreement e anche dopo la Brexit ha rinnovato impegni climatici e obiettivi di lungo termine. È tra i paesi del G7 con le ambizioni più alte, con un impegno di riduzione del 68% delle emissioni di gas serra entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. Nel 2019 è stata una delle grandi economie precorritrici a fissare un impegno per il raggiungimento delle emissioni nette di gas serra pari a zero entro il 2050. È stato uno dei primi paesi a stabilire bilanci del carbonio, con limiti massimi di emissioni di gas serra e un prezzo del carbonio giuridicamente vincolante. Questi limiti erano già previsti nella pionieristica legge Climate Change Act del 2008, ma lo Stato britannico è stato anche uno dei primi a creare un organismo indipendente, il Climate Change Committee, con l’autorità statutaria di monitorare i progressi del governo verso i suoi obiettivi climatici, dare raccomandazioni scientifiche e valutare se il Paese è in linea con i suoi obiettivi Net Zero.

Nel 2021 Glasgow, in Scozia, ha ospitato COP26 (26ª Conferenza delle Parti sul clima delle Nazioni Unite) e, sebbene con molti limiti sul risultato finale, questo ha dato certamente una spinta a rivedere al rialzo i propri piani climatici (NDC). Per tenere fede a questi impegni, il Governo ha introdotto la Net Zero Strategy, sottotitolata “Build back greener”. Di cui, nel gennaio 2022, l’allora Dipartimento per le imprese, l’energia e la strategia industriale ha pubblicato ‘Mission zero: Independent review of net zero”. La revisione, commissionata sempre a livello governativo, affermava che sebbene l’UK avesse ottenuto alcuni successi nei progressi verso il raggiungimento dell’obiettivo NET zero, non era sulla buona strada per conseguire tutti i suoi impegni. Nello specifico, il rapporto diceva che il Regno Unito “non stava abbinando un’ambizione di livello mondiale con risultati di livello mondiale”.

Nel 2023, l’UK blinda ancora di più i suoi impegni e nel febbraio dà alla luce il nuovo Department for Energy Security and Net Zero (DESNZ), scorporato dal BEIS, il Department for Business, Energy & Industrial Strategy, con l’obiettivo di garantire elettricità pulita, sicurezza energetica e prezzi bassi. In una dichiarazione alla House of Commons, nel marzo 2023, il Ministro per la sicurezza energetica e l’azzeramento delle emissioni, Graham Stuart, ha dichiarato che lo scopo del nuovo organo era: «Offrire prezzi all’ingrosso dell’elettricità tra i più bassi d’Europa, alimentati principalmente da fonti rinnovabili e di provenienza nazionale, garantendo la sicurezza del nostro approvvigionamento energetico. Manterremo la nostra posizione di leader globale nella transizione verso l’azzeramento delle emissioni nette, assicurandoci di portare il mondo con noi per affrontare questa sfida globale». Tra i compiti del Dipartimento c’è quello di guidare verso un futuro energetico sicuro, sostenibile ed equo, monitorando la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, la protezione dei consumatori, ridurre progressivamente le emissioni di CO2 fino a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Il dipartimento riveste un importante ruolo anche a livello globale, assumendo leadership climatica internazionale e impegnandosi nei rapporti multilaterali per contrastare il cambiamento climatico e promuovere la cooperazione energetica sostenibile.

Power Up Britain

Nello stesso mese il DESNZ pubblica un nuovo piano nominato Power Up Britain in cui si conferma l’obiettivo di net zero entro il 2050. Il documento, inoltre, delinea una road map per raggiungere fino a 10 GW di capacità di produzione di idrogeno a basse emissioni di carbonio entro il 2030, di cui almeno la metà proveniente da idrogeno elettrolitico. Nel documento si fa riferimento all’ambiente imprenditoriale forte e favorevole per sviluppare le tecnologie necessarie e si stima che la transizione offrirà alle aziende britanniche un’opportunità del valore di un trilione di sterline in prodotti e servizi a basse emissioni di carbonio entro il 2030. Il governo ha anche affermato che avrebbe sostenuto l’espansione della CCUS, cioè Carbon Capture, Utilization and Storage, supportando lo sviluppo di nuovi cluster industriali con 20 miliardi di sterline di finanziamenti per diversi nuovi progetti in consegna entro il 2030. Il sostegno alle energie rinnovabili finanziato tramite imposte nel Regno Unito dal 2010 ha raggiunto circa 80 miliardi di sterline.

Secondo quanto si legge sul report 2024 sull’UK della IEA, International Energy Agency, l’obiettivo al 2030 è di sviluppare fino a 50 GW di energia eolica offshore, quintuplicare la capacità di energia solare entro il 2035 (a 70 GW) e realizzare fino a 24 GW di energia nucleare entro il 2050.

Il Regno Unito è leader mondiale nell’eolico offshore e le turbine galleggianti rappresentano la prossima frontiera. Un finanziamento di 160 milioni di sterline è stato stanziato per sostenere i progetti pilota del Floating Offshore Wind Manufacturing Investment Scheme. Il programma governativo “Contracts for Difference” è lo strumento finanziario che ha guidato il boom delle energie rinnovabili e il governo sta inoltre lavorando per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo, riducendo i tempi necessari per ottenere le autorizzazioni di pianificazione per i progetti di energia rinnovabile. Ma è lo sviluppo dell’infrastruttura di rete e la rapida crescita delle connessioni che saranno le aree cruciali per supportare la transizione energetica.

Il Paese ha già definito strategie e attuato politiche, supportate da un sostegno finanziario, per decarbonizzare il settore edilizio, tra cui l’eliminazione graduale delle caldaie a combustibili fossili. I programmi Energy Company Obligation (ECO4) e il Great British Insulation Scheme (GBIS), sono strumenti attuativi del piano Power Up Britain, pensati per migliorare l’efficienza energetica domestica per ridurre la povertà, indirizzati alla popolazione vulnerabile o a basso reddito. Sono stati estesi a un numero di famiglie più alto portando a 300mila il numero delle case che potenzialmente potrebbero risparmiare dalle 300 alle 400 sterline l’anno, è previsto un programma aggiuntivo da 1 miliardo di sterline per l’efficienza energetica, entro marzo 2026..

Quest’azione rientra nell’obiettivo di riduzione della domanda energetica del 15% entro il 2030, che non solo contribuirà a ridurre le bollette, ma sosterrà anche i nostri obiettivi di zero emissioni nette. Per quanto riguarda la decarbonizzazione dei trasporti, dal 2024, una percentuale crescente delle vendite di auto e furgoni nuovi dei produttori è a emissioni zero. Oltre 350 milioni di sterline sono state investite in infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici, mentre per l’aviazione nel Regno Unito, è prevista l’adozione di carburante sostenibile attraverso un mandato che sarà introdotto a partire da questo anno.

Risultati incoraggianti

Gli impegni per la transizione hanno iniziato a portare risultati interessanti in tempi brevi, secondo il rapporto EMBER “UK low-carbon renewable power set to overtake fossil fuels for first time”, nel 2024 – per la prima volta in un anno intero – l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili a basse emissioni (eolico, solare, idroelettrico e nucleare, esclusa la biomassa) ha superato quella generata da combustibili fossili. La strategia britannica punta a un sistema elettrico completamente pulito entro il 2030, con una drastica riduzione dell’uso del gas (dal 30% attuale a meno del 5%).

Le rinnovabili a basse emissioni hanno prodotto 103 TWh, pari al 37% del mix elettrico del Paese, mentre i combustibili fossili sono scesi a 97 TWh, il 35%. Solo tre anni fa, nel 2021, i fossili rappresentavano ancora il 46% e le rinnovabili il 27%. Tra le rinnovabili, l’energia eolica è quasi diventata la prima fonte di produzione elettrica, con una quota del 29% (82 TWh), molto vicina al gas naturale (30%, 85 TWh).

Il 2024 ha visto la chiusura dell’ultima centrale a carbone nel Regno Unito, segnando la completa eliminazione di questa fonte. La produzione da gas naturale è calata del 13% rispetto al 2023, il livello più basso dal 1996. Questa riduzione è dipesa dalla penetrazione delle rinnovabili, dalla bassa domanda elettrica e dall’incremento delle importazioni di elettricità (+42%) che però ha evitato l’uso del gas per un valore stimato di 125 milioni di sterline. Questa operazione, però ha comportato un aumento del prezzo della generazione elettrica da gas nel 2024, di 77 sterline al MWh, a fronte di 43 sterline a MWh, nel periodo 2017-2020. L’aumento ha incentivato il ricorso a fonti più economiche e pulite.

Il consumo elettrico, sempre secondo Ember, nel 2024 è rimasto stabile e tra i più bassi degli ultimi 20 anni. Anche se si prevede, in ogni caso, un aumento nei prossimi anni legato all’elettrificazione.

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God save the wind (offshore)

Sicuramente, l’asso nella manica britannica per far fronte alla transizione energetica, è il vento. Il report Ember evidenzia che la produzione eolica nel 2024 è aumentata dell’1,5%, grazie anche a una significativa crescita dell’onshore (+23% nei primi 9 mesi). Questo è stato reso possibile da una maggior capacità installata (+590 MW) e condizioni meteo più favorevoli. Ci si aspetta una ulteriore impennata grazie anche al superamento di divieti sull’eolico a terra in Inghilterra (luglio 2024), che avevano portato anni di restrizioni.

Ma è nel settore dell’offshore, che il Paese si pone come leader mondiale, con oltre 14 GW di capacità operativa, ed è visto come uno strumento chiave per la sicurezza energetica, l’abbassamento delle bollette nel lungo termine e lo sviluppo industriale. Diversi progetti recentemente entrati in funzione o con impianti in via di completamento, aggiungeranno entro il 2026 complessivamente 3,8 GW alla capacità eolica totale del Regno Unito.

Come già evidenziato, nel marzo 2023 il Governo ha lanciato l’iniziativa Floating Offshore Wind Manufacturing Investment Scheme (FLOWMIS), con l’obiettivo di potenziare la capacità infrastrutturale portuale necessaria per l’eolico galleggiante. Il finanziamento importante ha raccolto il parere positivo delle associazioni del settore (es. RenewableUK, Scottish Renewables), ma le stesse lo hanno definito “insufficiente” rispetto alle reali necessità, stimando che servano almeno 4 miliardi di sterline per modernizzare i porti entro il 2030.

Sono diversi i progetti attualmente in costruzione o in via di completamento. Tra i principali va sicuramente ricordato il parco eolico di Dogger Bank, situato tra 130 e 190 km dalla costa nord-orientale dell’Inghilterra, attualmente si fregia del titolo di parco più grande del mondo. Si sta sviluppando in tre fasi: Dogger Bank A, B e C. Ogni fase avrà una capacità di generazione di 1,2 GWe e rappresenterà un investimento multimiliardario. Insieme, avranno una capacità di 3,6 GWe e saranno in grado di alimentare fino a 6 milioni di case all’anno.

Anche il progetto Hornsea puntava a riconoscimenti importanti nel Guinness dei primati. È situato nel Mare del Nord, circa 120 km a est delle coste inglesi dello.Yorkshire e i lavori sono in via di completamento. Il progetto comprende 174 aerogeneratori e avrebbe dovuto avere una potenza installata complessiva di 6.GWe. Ciononostante, qualche settimana fa, la società energetica danese Ørsted ha annunciato l’interruzione del progetto relativa al quarto blocco, Hornsea 4. La società ha addotto come motivazioni l’aumento dei costi della catena di approvvigionamento, l’incremento di tassi di interesse e maggiori rischi operativi e di costruzione. Il progetto Hornsea 4 prevedeva ulteriori 2,4 GWe, e aveva ricevuto il parere positivo dal Contract for Difference (CfD) lo scorso settembre. Tuttavia, ha incontrato sviluppi sfavorevoli relativi soprattutto all’aumento dei costi di materiali e logistica (+30–40%), a tassi di interesse più elevati che innalzano i costi di finanziamento, prezzi garantiti nel meccanismo CfD non più adeguati al nuovo contesto economico e rischi operativi e di realizzazione crescenti del settore. Così Ørsted ha rescisso i contratti della catena di approvvigionamento e interrotto ulteriori spese, ritirandosi dal CfD assegnato nel sesto round di allocazione.

Articolo pubblicato su QualEnergia luglio-agosto 2025

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