Meloni dà linea su Ucraina: art.5 Nato per sicurezza, no invio truppe

Roma, 28 ago. (askanews) – L’Italia non invierà militari in Ucraina, sulla scia dei ‘volenterosi’, mentre potrebbe valutare un impegno al “monitoraggio e formazione al di fuori dei confini”. L’eventuale impiego di sminatori, proposta avanzata da Antonio Tajani, non è invece un’ipotesi sul tavolo. E’ questa la linea che Giorgia Meloni ha dettato nel corso del vertice di questa mattina a Palazzo Chigi, presenti i vice premier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il ministro della Difesa Guido Crosetto. Una riunione necessaria “per un punto di situazione sul possibile percorso negoziale per la pace in Ucraina a seguito dei recenti colloqui alla Casa Bianca”, dice Palazzo Chigi. Ma anche per un ‘richiamo all’ordine’, dopo le parole del leader leghista contro Emmanuel Macron (con la conseguente tensione diplomatica Parigi-Roma) ma anche dopo l’uscita del titolare della Farnesina, non gradita né dalla presidente del Consiglio né da Crosetto.

Evitare polemiche o fughe in avanti è stato dunque il richiamo di Meloni, che invita alla prudenza, a maggior ragione in un momento in cui il percorso di pace non sembra decollare, come dimostra chiaramente l’attacco russo della notte a Kiev che ha provocato 18 morti, tra cui anche 4 bambini, e che ha colpito anche uffici dell’Unione europea. Azioni, scrive su X, che “dimostrano chi sta dalla parte della pace e chi non ha intenzione di credere nel percorso negoziale”. Per questo il governo è pronto a dare il via libera a un inasprimento delle sanzioni contro Mosca: i ministri degli Esteri ne parleranno da domani al Consiglio informale in Danimarca, anche se la decisione arriverà in seguito. “Sentiremo le proposte dell’Alto commissario Kallas – ha precisato Tajani – e valuteremo, non siamo contrari. La Russia attacca la popolazione civile ed è inaccettabile, se continua così dovranno essere prese nuove sanzioni”.

In attesa di capire gli sviluppi, la linea è quella di evitare di fare un dibattito ‘agostano’ su un argomento delicato. Nelle ultime settimane, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi, si sono aperte “opportunità di dialogo verso una pace giusta” e la “chiave di volta” del percorso “è costituita da robuste e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina, da elaborare insieme agli Stati Uniti e ai partner europei e occidentali”. L’Italia ribadisce la convinzione che la via migliore per raggiugerle sia la proposta, avanzata da Meloni, di “un meccanismo difensivo di sicurezza collettiva ispirato all’articolo 5 del Trattato di Washington”. Dunque il contrario dell’ipotesi dell’invio di una forza di peace-keeping caldeggiata in primo luogo da Francia e Regno Unito. Su questo la premier è sempre stata contraria e nel comunicato viene ribatito che non è “prevista alcuna partecipazione italiana a un’eventuale forza multinazionale da impegnare in territorio ucraino, mentre sono al vaglio ipotesi di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini solo una volta raggiunta la cessazione delle ostilità”.

Sembra tramontare, dunque, anche la possibilità di un impiego degli sminatori italiani, che hanno una professionalità riconosciuta a livello internazionale e che già stanno operando in Libano nell’ambito della missione Unifil. Lo stesso Tajani, in conferenza stampa, è sembrato far marcia indietro: “Nessuno di noi ha mai parlato della presenza di truppe italiane operative in Ucraina”, ha assicurato, spiegando poi che “abbiamo militari e una serie di imprese civili con un alto livello di qualità di sminamento sia in mare che a terra, ma sono operazioni umanitarie. Non è all’ordine del giorno ancora e non se ne è parlato stamani”.

La linea ribadita del no alle truppe fa felice Matteo Salvini. “Tutto il governo dice che non invieremo neanche un nostro ragazzo o una nostra ragazza a combattere e morire in Ucraina, non siamo in guerra contro la Russia”, dice intervistato in collegamento all’evento di Affari Italiani. Quanto a evitare polemiche, però, il titolare delle Infrastrutture non sembra aver recepito il messaggio. Dunque a Tajani che aveva detto che la titolarità della politica estera spetta a lui e a Meloni replica che “quando c’è di mezzo la pace e la guerra non c’è titolarità, ho il diritto e il dovere di parlare”. Poi su Macron assicura che “non voglio litigare” ma è “un leader europeo probabilmente in difficoltà nel suo Paese e passa il tempo a convocare gli ambasciatori. Un leader europeo nostro vicino di casa – scandisce – per mesi dice ‘siamo pronti a combattere’, qualcuno ritiene che domani dovremmo mandare i nostri soldati a combattere e morire in Ucraina. No. E’ il tempo della diplomazia. Poi ‘tàches al tram’ non è un insulto”.

E a proposito di Salvini, proprio oggi il suo ex consigliere diplomatico ai tempi del governo Conte Stefano Beltrame è stato nominato nuovo ambasciatore a Mosca. Già ambasciatore a Vienna, Beltrame attualmente è consigliere diplomatico del ministro Giancarlo Giorgetti, ruolo che aveva anche ricoperto con il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia.

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