Il giornalista ambientale e la fisica del clima intervistati dal direttore di Nuova Ecologia, Francesco Loiacono, nell’aula “Amianto” del liceo Cesare Balbo di Casale Monferrato ai margini del Premio Luisa Minazzi – Ambientalista dell’anno 2025” – Il podcast
Ferdinando Cotugno è giornalista ambientale e autore di saggi e libri sulle questioni climatiche, inviato alle conferenze mondiali sul clima. Elisa Palazzi è climatologa, docente di fisica del clima all’Università degli Studi di Torino, autrice e divulgatrice scientifica. Il direttore di Nuova Ecologia, Francesco Loiacono, li ha incontrati nell’aula “Amianto” del liceo Cesare Balbo di Casale Monferrato ai margini del “Premio Luisa Minazzi – Ambientalista dell’anno 2025”
Cotugno, la Cop30 a Belém si è conclusa con un accordo da molti a caldo ritenuto inadeguato. Ora, a mente fredda, quale ricostruzione possiamo fare del percorso che ha portato a questo risultato e anche al futuro della diplomazia internazionale?
C’era un enorme livello di aspettative che alla fine ha partorito un topolino. Il grande obiettivo della cop30 era rafforzare la mitigazione ai cambiamenti climatici. La Cop30 prometteva di creare la roadmap di uscita dai combustibili fossili ma non ci è riuscita per le opposizioni dei soliti noti. L’unico risultato che possiamo dire è che la Cop30 è riuscita a salvare le Cop e quindi è riuscita a salvare la possibilità del multilateralismo e tramandarlo al prossimo anno, ai prossimi anni. Comincia ad essere troppo poco, a non bastarci perché nel frattempo la crisi climatica sta andando avanti. E come ultimo dato, anche da un punto di vista culturale e simbolico, è stato normalizzato che ormai l’aumento di un grado e mezzo di temperatura è andato. Il nuovo parametro è quello del superamento di un grado e mezzo con la prospettiva che poi la temperatura sulla Terra possa ritornare sul grado e mezzo entro la fine del secolo. L’idea è che le Cop siano ancora l’unico spazio in cui si può coordinare la transizione e metterla al servizio della scienza. Noi stiamo osservando che però da troppe Cop questo non sta avvenendo.
Ferdinando Cotugno: la Cop30 è riuscita a salvare le Cop e quindi è riuscita a salvare la possibilità del multilateralismo e tramandarlo al prossimo anno
Palazzi, con quale animo le donne e gli uomini di scienza osservano a come la politica affrontano le questioni climatiche, ed ambientali, in appuntamenti come quelli delle Cop?
La scienza ti dice cosa succede se uno scenario evolve nella direzione della sostenibilità, della decarbonizzazione, dell’utilizzo delle energie pulite, rinnovabili. Lo scenario delle temperature sarebbe il migliore possibile, sì verso l’aumento di 1,5 °C a metà del secolo ma poi verso una stabilizzazione. La scienza non prende decisioni al posto tuo, nemmeno al posto della politica. Dà degli strumenti per capire qual è la strada migliore da prendere.
Dal punto di vista della scienziata quello che mi sembra vedere sempre di più è uno scollamento, un divario che si allarga tra dati certi sul risaldamento in atto, sulle sue cause, sulle strade che potremmo avere, e le decisioni politiche che sembrano immobili invece rispetto agli scenari possibili di sostenibilità che ci prospetterebbero dei futuri migliori dal punto di vista della salute, della sicurezza alimentare, economici, veramente in ogni sfera. Non solo ambientale.
Elisa Palazzi: C’è un divario che si allarga tra i dati certi sul risaldamento in atto, sulle sue cause, e le decisioni politiche che sembrano immobili
Palazzi, quanto soffia il negazionismo climatico su questo scollamento tra la scienza e le decisioni politiche?
Il negazionismo incide su questo scollamento perché parla alla pancia delle persone che hanno poca consapevolezza o conoscenza su questi temi ma anche a quelle che si spaventano, anche a quelle che si sentono immobilizzate rispetto al ripetersi più frequente, più intenso di eventi catastrofici, fenomeni catastrofici, distruttivi. Questo tipo di eventi spaventa molto e lo spavento spesso non è leva di azione ma è leva di immobilismo. E il negazionismo fa leva su queste forze e ridicolizza la scienza e il processo scientifico che è molto serio, rigoroso che è lento proprio per arrivare a risultati solidi. E questo ovviamente per chi appartiene al mio mondo non solo dispiace ma ammetto fa anche un po’ rabbia.
L’INTERVISTA A FERDINANDO COTUGNO ED ELISA PALAZZI
Palazzi, con quale ottimismo e perché dobbiamo continuare a seguire il lavoro degli scienziati sui temi ambientali?
Perché la scienza in momenti di incertezza è realmente una mano tesa alla quale ci si può aggrappare non perché ha la verità in tasca ma perché ti fornisce degli strumenti per prendere delle decisioni anche difficili laddove saremmo tentati ad andare dietro ai sentimenti alla nostra paura. Quindi ci fornisce proprio quello strumento che è tipico della scienza che è del pensiero razionale. Per lo meno bisognerebbe cercare di equilibrarlo un po’ con le nostre reazioni d’istinto. In questo la scienza aiuta, è una mano tesa. E lo scienziato, la scienziata non vuole convincere le persone a fare qualcosa ma fornire delle bussole per muoversi in una mappa, non vuole essere la mappa vuole essere la bussola.
Il podcast – Francesco Loiacono intervista Ferdinando Cotugno ed Elisa Palazzi
Cotugno, in questo clima di fake news come va interpretato il ruolo del giornalista ambientale?
C’è una cosa che il giornalista che si occupa di clima ma in generale il giornalista che si occupa del cambiamento della società deve fare è invogliare alla partecipazione. Qualunque volta che produciamo un contenuto anche scientificamente accurato che però ha l’effetto di dire alla lettrice o al lettore “non c’è più niente da fare, il mondo sta finendo”… Allora come giornalisti abbiamo fallito la missione. L’aderenza alla scienza è una condizione necessaria per fare un buon lavoro giornalistico sul clima ma non sufficiente. Il pezzo in più che il giornalismo deve fare è restituire il senso di possibilità che può essere sul piccolo del proprio stile di vita personale o sul medio della partecipazione alla vita politica della propria comunità o a una scala più vasta (quella che stavamo dicendo prima) della diplomazia climatica delle Cop e così via… Anche sulle Cop il messaggio non deve essere “non servono più a niente” ma di salvarle da questa stagnazione nella quale si sono incastrate. L’abbiamo visto a Belem c’è un gruppo di Paesi che, come una piccola astronave, si sta staccando dall’astronave madre per dire “non riusciremo a farlo tutti insieme questo processo, non riusciremo in 196 Paesi a uscire dalle fossili, allora ci staccheremo in 80 e andremo a vederci per esempio ad aprile in Colombia per vedere come si può fare. E quello è un caso interessante perché la Colombia è un petrol-Stato, tra i primi 20 produttori al mondo di petrolio e i primi 10 di carbone. E hanno messo uno stop progressivo a tutte le nuove esplorazioni. La cosa interessante è che i numeri macroeconomici della Colombia stanno migliorando, non è un suicidio economico a favore dell’ambiente. Serve politica e collaborazione politica. E il ruolo del giornalismo è raccontarla in un senso che ampli la sfera del possibile. Il ruolo del giornalismo non è solo raccontare i fatti ma metterli in movimento per dire alle persone “puoi partecipare, c’è un posto per te in questa storia”.
Ferdinando Cotugno: L’aderenza alla scienza è una condizione necessaria per fare un buon lavoro giornalistico sul clima ma non sufficiente. Il pezzo in più che il giornalismo deve fare è restituire il senso di possibilità
