Montagna, Ventina: il terzo episodio del podcast “Dove il ghiaccio scompare”

ghiacciai Ventina

Il rifugio, costruito meno di un secolo fa da una guida alpina, oggi è molto più di un punto tappa: è base per campagne di misura del CNR e del Servizio Glaciologico Lombardo. Da qui, in Valmalenco, parte la terza puntata del podcast


Nelle giornate di pioggia, i rifugi di montagna cambiano pelle. La sala da pranzo del rifugio Ventina, in Valmalenco, profuma di stufa accesa, carta bagnata e zaini sgocciolanti, ma soprattutto di voci: quelle di chi prepara comunicati, controlla dati, discute di rischio, ghiaccio, paesaggio. È da questa piccola sala stampa improvvisata che prende avvio la terza puntata di “Dove il ghiaccio scompare”, il podcast di CIPRA Italia prodotto con il sostegno di Fondazione Cariplo, dedicata al ghiacciaio Ventina e all’instabilità delle terre alte.

Il rifugio, costruito meno di un secolo fa da una guida alpina, oggi è molto più di un punto tappa: è base per campagne di misura del CNR e del Servizio Glaciologico Lombardo. Una valle perfetta per studiare il passato climatico, grazie anche ai larici e al ginepro millenari che custodiscono negli anelli di accrescimento preziose tracce delle condizioni atmosferiche del passato.

All’alba, dopo una notte di pioggia, la carovana si mette in cammino verso la fronte del ghiacciaio. A guidare il gruppo ci sono Marco Giardino, vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italiana, e Mattia Gussoni, meteorologo e operatore del Servizio Glaciologico Lombardo. Il sentiero è un percorso glaciologico vero e proprio: un itinerario creato per permettere a chiunque di leggere il ritiro del Ventina attraverso morene, rocce levigate e licheni che indicano dove arrivava il ghiaccio negli ultimi secoli. Gussoni ricorda che quei licheni hanno 200–300 anni: “sappiamo che qui il ghiaccio arrivava fino alla metà dell’Ottocento”.

La storia recente parla altrettanto chiaro. Dal 1941 a oggi il ghiacciaio ha perso un chilometro o più; dagli anni 2010, racconta Gussoni, si è ritirato di quattrocento metri, “come far sparire quattro campi da calcio, uno dopo l’altro”. Ogni estate perde 40–50 metri di fronte. È un ghiacciaio in forte sofferenza, troppo basso rispetto allo zero termico, che ormai in estate tocca stabilmente i 4.000–5.000 metri: significa che tutto l’arco alpino fonde contemporaneamente, aggredendo anche il permafrost che tiene insieme le pareti rocciose.

La puntata racconta questi cambiamenti con rigore scientifico, ma anche con la forza di ciò che accade davanti agli occhi degli escursionisti. Durante la salita, un crollo improvviso interrompe la camminata: un pennacchio di polvere si alza da una parete. Giardino spiega che l’acqua che sgorga dalla roccia è il segno visibile della degradazione del permafrost a quote ormai critiche (2.900–3.000 m). È il ghiaccio interno alla roccia che si scioglie e non fa più da collante. La montagna perde coesione. E crolla.

Gussoni aggiunge un dato inquietante: all’inizio di agosto, lo zero termico ha raggiunto 5.000 metri. Per il Ventina, che si trova tra 2.300 e 3.000 metri, significa una condizione di fusione continua. Gli scenari per fine secolo parlano chiaro: senza una drastica riduzione delle emissioni, resterà solo il 5% della superficie attuale; con politiche coerenti con l’Accordo di Parigi, forse il 20%.

Ma il ghiacciaio non è l’unico protagonista. A valle, altri segni raccontano un equilibrio che si incrina. Giardino ricorda l’evento del 27 agosto 2023: una pioggia intensa ha sfondato la morena laterale sinistra, liberando una colata che ha trascinato enormi quantità di detrito e limo glaciale, riempiendo la piana davanti ai rifugi e isolando la valle. Un episodio breve, ma potentissimo: “i rifugi e il fondovalle sono stretti nella morsa delle colate detritiche e delle frane sul versante”.

Il cambiamento non resta confinato all’alta quota. Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, ricorda che la crisi idrica coinvolge energia, agricoltura, fiumi e gestione dei bacini: “se in quota manca acqua, la pianura lo sente subito”. Gli impianti idroelettrici faticano, i fiumi regolati rispondono a tensioni crescenti e le concessioni idroelettriche in perenne proroga rendono più difficile gestire una risorsa già fragile.

Nella vita quotidiana dei rifugi, tutto questo prende forma concreta. Oreste Renatti, terza generazione di gestori del rifugio Ventina, racconta come la neve sia stata sostituita dalla pioggia fino a 4.000 metri, alterando disponibilità d’acqua, energia e sicurezza: “non ci sono più i temporali di una volta, ora sembra di essere ai tropici”.

E per gli alpinisti, il cambiamento è radicale: versanti che scaricano continuamente pietre, itinerari un tempo classici che diventano troppo pericolosi, finestre di stabilità che si spostano a primavera e autunno. “È un colpo al cuore — confessa Gussoni — vedere sparire la propria ‘casa’ anno dopo anno”.

A tirare le fila è la riflessione di Giardino sulla governance del territorio: servono piani di adattamento basati sui dati, cartografia geomorfologica aggiornata, monitoraggio mirato, strumenti condivisi tra Comuni, Regioni e Stato. E serve ascoltare la scienza, per evitare di “correre dietro a scelte sbagliate”, come insegna la storia del Vajont.

La puntata si chiude nel rifugio, luogo di passaggio e di memoria, che oggi diventa anche sentinella del cambiamento: un laboratorio di osservazione, dialogo e cura. Perché, come ricorda Vanda Bonardo, la montagna va frequentata “con grande consapevolezza e mettendo in conto pratiche di adattamento”.