Ortles – Cevedale, il quarto episodio del podcast “Dove il ghiaccio scompare”

ghiacciaio Solda

In Val Martello sono scomparsi decine di ghiacciai negli ultimi decenni. La quarta puntata del podcast si apre sul Gran Zebrù e racconta che dal 1997 al 2023 la superficie glaciale dell’Alto Adige si è quasi dimezzata

Nel cuore dell’Ortles-Cevedale, là dove si intrecciano leggende alpinistiche, memorie di guerra e ghiacciai in rapido ritiro, la Carovana dei Ghiacciai 2025 vive una delle sue tappe più dense. È qui che si sviluppa la quarta puntata di “Dove il ghiaccio scompare”, il podcast di CIPRA Italia prodotto con il sostegno di Fondazione Cariplo, interamente dedicata alla Val di Solda e alle montagne che la sovrastano: l’Ortles, il Cevedale e soprattutto il Gran Zebrù.

La puntata si apre proprio con il Gran Zebrù, la “piramide perfetta” che domina la valle e che per decenni ha affascinato generazioni di alpinisti. La sua celebre “meringa”, la cornice sospesa sulla parete nord che segnò la storica salita di Kurt Diemberger nel 1956, è crollata nel 2001 e non si è più riformata: un simbolo della trasformazione di queste montagne, che si fanno via via più fragili e mutevoli. Mentre la carovana si raduna al parcheggio di Solda, tra saluti e voci del mattino, la sensazione è chiara: questo è un luogo abitato, vissuto, scolpito dal tempo e dal ghiaccio, ma sempre più vulnerabile .

Salendo in funivia verso la conca glaciale, si entra in un paesaggio che sembra cristallizzato nel tempo: l’imponente Ortles (3.905 m), il Gran Zebrù (3.851 m), il Cevedale (3.769 m). Eppure, come sottolinea il professor Valter Carbone, che in questa valle è cresciuto, ciò che vediamo è solo ciò che rimane: “quando ero bambino questo era un ambiente glaciale, ora abbiamo detriti, colate detritiche e morene. Fa un po’ impressione” .

Il cambiamento non è solo percepibile: è misurabile. Carbone ricorda che in Val Martello sono scomparsi decine di ghiacciai negli ultimi decenni. Dal 1997 al 2023 la superficie glaciale dell’Alto Adige si è quasi dimezzata. A Solda, spiega Pietro Bruschi, presidente del Comitato Glaciologico altoatesino, il ritiro medio è di circa 20 metri l’anno. In vent’anni, il ghiacciaio ha perso 250 metri di fronte. E in altri casi, come quello della Vedretta Lunga, l’arretramento annuo ha superato i 240 metri, un valore impensabile fino a pochi decenni fa.

La puntata entra così nel cuore del monitoraggio glaciologico: un lavoro volontario, faticoso, spesso rischioso. Gli operatori del Servizio Glaciologico dell’Alto Adige salgono ogni estate lungo morene instabili, ruscelletti in piena e pareti segnate dal permafrost che si degrada. “È come seguire una persona ammalata – racconta Guido Secchieri – non è che se si ammala lo lasci perdere”. E l’emozione che si prova raggiungendo la fronte, aggiunge un altro operatore, “è qualcosa che nessuno può provare se non chi arriva fin lì: siamo i primi a calcare terreno che fino a migliaia di anni fa era ghiaccio” .

Il ritiro dei ghiacciai apre ferite ma anche nuovi spazi, nuove forme di vita e nuove domande. Carbone ricorda che la riduzione della criosfera libera suoli per piante e animali; in poco più di un secolo si osserva la ricolonizzazione da parte di licheni, piante pioniere e dei primi larici. È una dinamica naturale, ma oggi accelerata al punto da lasciare ecosistemi incompleti, instabili e vulnerabili alle piogge intense. Le colate detritiche che toccano case e strade sono sempre più frequenti: materiale incoerente che scivola rapidamente a valle in pochi minuti, a causa della perdita del ghiaccio che un tempo cementava il terreno.

In questo paesaggio in rapida trasformazione, la puntata amplia lo sguardo ai servizi ecosistemici offerti dai ghiacciai e dalle aree liberate dal ghiaccio: regolazione delle piene, accumulo dei sedimenti, stabilità idrogeologica. Come sottolinea Marco Giardino, capire dove lasciare spazio alla natura – in zone non costruite che possano assorbire acqua e detriti – è parte della risposta al cambiamento in corso.

La memoria del ghiaccio, però, non è solo nei paesaggi e nelle fotografie: è nel ghiaccio stesso. Bruschi e Giardino raccontano l’importanza dei carotaggi realizzati anche sull’Ortles, che conservano strati di atmosfera, particelle, eruzioni vulcaniche e tracce chimiche di migliaia di anni. Ogni cilindro di ghiaccio è un archivio del passato, sempre più minacciato dalla fusione accelerata.

In questa tappa, alle voci dei glaciologi si aggiungono quelle di chi vive la montagna come impegno personale. Roberta Rosan, unica donna del Servizio Glaciologico locale, racconta la sua passione nata “a prima vista”, e le difficoltà crescenti nel raggiungere fronti sempre più instabili. Irene Delfanti, attivista della Global Youth Coalition, riflette sul lutto climatico: il bisogno di vedere, sentire e abitare i luoghi che si stanno perdendo, per trasformare la tristezza in motivazione e cura .

La puntata si chiude con un momento particolarmente intenso: il “saluto al ghiacciaio”. Giardino legge un passo di Kurt Diemberger, ricordando che tornare ogni anno davanti al ghiaccio è come tornare da un parente anziano, che non è più quello di un tempo, ma che continuiamo ad accompagnare. Il paesaggio cambia, e continuerà a cambiare, ma resta – potente e fragile – la relazione che ci lega a queste montagne.