Sulla Zugspitze. Il quinto episodio del podcast “Dove il ghiaccio scompare”

Tra laboratori d’alta quota, stazioni meteo storiche, ricerca biologica e progetti idrologici europei. Nel quinto episodio del podcast della Carovana dei ghiacciai, un paesaggio sospeso tra scienza e turismo di massa

Ascolta “Zugspitze. Evoluzione dei ghiacciai e del permafrost: tra ricerca e gestione” su Spreaker

Ci sono luoghi in cui il cambiamento climatico diventa visibile, quasi tangibile. La Zugspitze, la montagna più alta della Germania, è uno di questi. Qui, a quasi tremila metri di altitudine, la Carovana dei Ghiacciai 2025 incontra l’ultimo ghiacciaio del Paese, lo Schneeferner, destinato a scomparire entro pochi decenni. Ed è da questo scenario – tanto spettacolare quanto fragile – che prende forma la quinta puntata di “Dove il ghiaccio scompare”, il podcast di CIPRA Italia prodotto con il sostegno di Fondazione Cariplo.

La puntata si apre sotto terra, in un ambiente surreale: una galleria scavata un secolo fa, oggi trasformata in un laboratorio di ricerca sul permafrost. A guidare la Carovana, illuminata dalla luce delle frontali, c’è Michael Krautblatter, geoscienziato della Technische Universität München. Nel buio di quei cunicoli, Michael racconta che nel 2006 il suo gruppo ha individuato per la prima volta il ghiaccio intrappolato nella parete nord della Zugspitze. All’epoca nessuno immaginava che a quella quota ci fosse ancora permafrost. Da allora, le misure mostrano un riscaldamento costante: da –2 °C nel 2007 a –0,7 °C oggi. A –0,5 °C, quella “colla delle montagne” fonde. E la roccia si frammenta. È un processo silenzioso e potentissimo, che innesca crolli e frane in uno dei versanti più instabili di tutte le Alpi .

Dal cuore della montagna, la puntata risale fino alla stazione della funivia dell’Eibsee, dove ogni anno passano oltre mezzo milione di visitatori. Qui Michael spiega come questa infrastruttura, con il pilone più alto al mondo per una linea di questo tipo, abbia cambiato l’accesso alla cima e accelerato la trasformazione culturale della Zugspitze. In dieci minuti si sale di quasi duemila metri: dalle acque del lago alle placche glaciali sopravvissute.

In cima appare il contrasto che segna tutta la puntata: un paesaggio in bilico tra ricerca d’avanguardia e turismo di massa. Accanto alla terrazza panoramica, dove i visitatori scattano selfie tra neve e roccia, si trova lo Schneefernerhaus, una volta grande albergo di lusso, oggi centro internazionale di ricerca sul clima, sul permafrost e sull’atmosfera. Nelle sue stanze, costruite nel 1931, lavorano strumenti modernissimi: sensori, radar, serie storiche meteorologiche ininterrotte dal 1899, e persino un gravimetro superconduttore, che misura le variazioni di peso della montagna. Quando il ghiaccio fonde, il valore di g diminuisce. È il respiro invisibile della Zugspitze che diventa dato scientifico .

Ma ciò che colpisce di più chi arriva qui è il ghiacciaio. O meglio: ciò che ne rimane. Lo Schneeferner, un tempo grande e continuo, oggi è ridotto a tre lembi scuri e opachi, spessi meno di 20 metri. Tra il 1980 e il 2023 si è più che dimezzato. E tra il 2025 e il 2050 potrebbe scomparire completamente, trasformando la Germania nel primo Paese alpino senza ghiacciai. È una perdita che parla non solo di clima, ma di identità, come racconta Marco Giardino, coordinatore scientifico della Carovana: “è una questione di natura e cultura. I parametri della montagna si possono misurare, ma intorno c’è il mondo dell’uomo”.

La puntata affronta poi un tema spesso ignorato: l’acqua. L’acqua di fusione dello Schneeferner, spiega Michael, fino a vent’anni fa contribuiva al 10% dell’acqua potabile della città di Monaco. Oggi non più, ma il permafrost che fonde rilascia ancora acqua nelle immense caverne del massiccio, alimentando sorgenti e infrastrutture idriche. È una risorsa preziosa, ma complessa da governare. Il progetto europeo WaterWise, raccontato dall’ingegnere Pascal Pirlot, lavora proprio per questo: capire come si modificheranno le acque sotterranee alpine quando i ghiacciai saranno scomparsi, e come adattare l’approvvigionamento idrico delle comunità montane e di pianura.

Accanto alla ricerca geologica e idrologica, la puntata porta in primo piano anche la biologia. Anne-Marie Waldvogel, biologa, raccoglie campioni di acqua di fusione per analizzare il DNA di organismi microscopici rimasti intrappolati nel ghiaccio per millenni. La perdita dei ghiacciai, ci spiega, non è solo una perdita di acqua o di paesaggio: è l’ingresso in scena di forme di vita che si risvegliano, altri microrganismi che scompaiono, interi ecosistemi che si riorganizzano.

E mentre turisti camminano sul ghiaccio con le sneakers, scattano foto e si lanciano su piccole lingue nevose come se fossero parchi giochi improvvisati, il podcast si chiede: come si saluta un ghiacciaio? Anne-Sophie Balzer, poetessa e ricercatrice, raccoglie testimonianze di persone nel mondo che hanno dovuto dire addio ai loro ghiacciai scomparsi: in Venezuela con cerimonie e bandiere, in Nord America con rituali indigeni. Qui, sulla Zugspitze, l’addio è muto, distratto, quasi inconsapevole.

La puntata si chiude con la voce del filosofo Matteo Oreggioni, per il quale i ghiacciai sono “comunicatori straordinari”: ci mostrano ciò che non vogliamo vedere, rendono visibile l’invisibile della crisi climatica. Per questo, afferma, ascoltarli significa ascoltare anche noi stessi.

In poche ore la Carovana attraversa due mondi: quello umido e scuro della montagna che si disfa dall’interno, e quello luminoso e affollato della sua superficie turistica. È il ritratto di un Paese che sta perdendo il suo ultimo ghiacciaio, e insieme il racconto di come la scienza, la cultura e le emozioni possano ancora trovare un modo per convivere sulla linea sottile tra ricerca, rischio e memoria.