A David Grossman il Premio internazionale “Pellegrini di Pace”

Gli è stato conferito a Napoli il primo febbraio. Sul conflitto in Medio Oriente lo scrittore israeliano ha detto: “Se l’8 ottobre Netanyahu avesse incontrato i leader palestinesi forse si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo racconto”

Lo scorso primo febbraio l’arcidiocesi di Napoli e l’Arciconfraternita dei Pellegrini hanno conferito il Premio internazionale “Pellegrini di Pace” a David Grossman, scrittore e testimone del nostro tempo, per aver reso la parola scritta un atto di responsabilità morale e civile, capace di attraversare il dolore della storia senza mai tradire la dignità dell’umano. Per aver custodito, nel cuore del conflitto, una coscienza vigile e compassionevole, capace di dire ‘noi’ senza cancellare nessuno; per aver indicato, con coraggio e lucidità, sentieri di riconciliazione possibili, anche quando appaiono umanamente impraticabili”. Si legge così nella motivazione della prima edizione del premio che vuole indicare un percorso di pace partendo dalla metropoli partenopea.

A Napoli, all’interno della basilica di San Giovanni Maggiore, a pochi metri dalla sede dell’università l’Orientale, ponte culturale tra il Mediterraneo e l’estremo Oriente, la città ha voluto incontrare lo scrittore israeliano autore di Qualcuno con cui correre e Ci sono bambini a zig zag, in una due giorni dedicata alla pace, in cui l’arte e la riflessione si sono soffermate sul tema della pacifica convivenza.

Enzo Gragnaniello, Giovanni Block, Luca Rossi, Fiorenza Calogero, Dario Sansone, Enzo Decaro, presentati da Marisa Laurito, hanno manifestato come la musica possa raccontare e denunciare le ferite presenti nei contesti più diversi.

“In Terra Santa – dove ogni pietra sa pregare, e ogni strada sa piangere – ci sono famiglie che non riescono più a distinguere il giorno dalla notte: perché la notte non finisce, e il giorno non comincia. Ci sono bambini che imparano prima il linguaggio del rifugio che quello del gioco. Ci sono madri che contano: contano minuti, contano medicine, contano assenze. E intanto la terra, che dovrebbe essere un giardino, diventa un campo di macerie. Un luogo dove perfino il silenzio ha paura”. Con questa intensa e profonda meditazione il cardinale di Napoli Domenico Battaglia ha ribadito la necessità di riflettere su un presente gravido di paure e allo stesso tempo, il suo impellente bisogno di pace. “Vorrei una pace che abbia il coraggio di chiamare per nome anche le grandi responsabilità. E allora lo dico senza giri di parole: vorrei una pace che interroghi gli Stati Uniti d’America. Perché quando si è la potenza più influente del pianeta, quando si decide il flusso delle armi, il linguaggio delle alleanze, il tempo della guerra e quello della tregua, non si è spettatori”. Concludendo con un augurio che dalla città del Mediterraneo possa giungere a chiunque lotta a vive per la pace. “E pace a tutti quelli che, in questo momento, non possono essere qui perché sono sotto le bombe, sotto il fango, sotto il ricatto delle armi, sotto la fame. Che la nostra voce li raggiunga. Che la nostra indifferenza non li raggiunga mai. E che ciascuno di noi torni a casa con una decisione piccola e ferma, come una barchetta in una pozzanghera: non smettere di immaginare il mare”.

Il giorno dopo Grossman, salito sul palco del Teatro Sannazzaro per un incontro promosso dallo scrittore Maurizio de Giovanni, presidente del Premio Napoli, ha voluto ribadire l’importanza della parola come atto responsabile per chi sceglie di comunicare storie e frammenti di vita. “Quando scrivo sento il peso di ogni parola, e la sfida più grande è restarne fedele – ha detto Grossman – Le parole non vanno lanciate nel computer: devono conservare la loro unicità. Viviamo in un bombardamento linguistico, e dobbiamo preoccuparci del loro significato profondo.” Da lì un invito a vigilare sulle manipolazioni del linguaggio, “spetta a tutti: insegnanti, giornalisti, scrittori, tassisti, a chiunque abbia a cuore la cultura”. E poi una considerazione sulla realtà che stiamo assistendo da oramai troppo tempo a Gaza. “Se l’8 ottobre Netanyahu avesse incontrato i leader palestinesi per dire: ‘Dopo ciò che abbiamo visto, potremmo scegliere un’altra direzione’, forse si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo racconto.”

De Giovanni ha rievocato un impegno e una missione per chi fa della scrittura una ragione di vita: “Noi lavoriamo con le parole che, come diceva Primo Levi, sono pietre. Si possono usare per colpire o per costruire”. Una riflessione che nel teatro ricolmo ha catturato l’attenzione di un pubblico attento. Lo scrittore israeliano infine ha chiamato l’auditorio alla responsabilità collettiva in un momento drammatico non solo per la sua nazione. “È difficile confrontarsi con la sofferenza dell’altro, soprattutto quando in parte ne siamo responsabili. Eravamo molto vicini alla pace, ma dopo ciò che è accaduto ci vorranno anni per ricostruire un equilibrio tra i due popoli”.