Lo spettacolo va in scena ogni martedì pomeriggio nella nobile aula della Sala Rossa, dove si riunisce nel pomeriggio il consiglio comunale di Genova. Non è più una riunione nella quale il massimo organo della democrazia locale discute le sue decisioni, le delibere, le mozioni, contrapponendo le diverse posizioni della maggioranza di centro sinistra, consacrata intorno alla figura di Silvia Salis e l’opposizione di centro destra, non ancora rassegnata alla sconfitta di dieci mesi fa. Il consiglio è diventato un ring, dove la bionda sindaca e il suo ex concorrente, l’ex vicesindaco di Marco Bucci, l’avvocato Pietro Picciocchi polemizzano violentemente. Con toni veramente aspri.
Un giorno è il buco dell’azienda dei trasporti AMT (sul quale indaga pure la procura della Repubblica), che il centro sinistra cerca di rimediare per impedire che i genovesi vadano a piedi e che il centro destra smentisce. Il giorno successivo è la partita dello Stadio di calcio, che la nuova amministrazione ha affidato per una ricostruzione e rilancio pubblico alle due società di Genoa e Sampdoria, capovolgendo un po’ una sua precedente decisione, mentre il centro destra accusa la controparte di capriole e di non avere le idee chiare su un tema incancrenito mentre si corre verso gli Europei di calcio del 2032.
Un altro giorno, cioè un altro martedì, tocca allo Skymetro, quella linea di trasporto che doveva collegare il cuore della città con le delegazioni perdute della Valbisagno, finanziato inizialmente da Bucci, bocciato senza appello dalla Salis. Un’altra volta ancora tocca alla partita del tunnel subportuale. che Salis eredita ancora dalla giunta precedente e implicherebbe sconvolgimenti colossali nel traffico cittadino, compreso l’ipotetico abbattimento della Sopraelevata, vero superpalcoscenico cittadino.
Poi siamo anche arrivati allo scontro su temi più ideologici, come quello del coinvolgimento del Comune nell’operazione “Flotilla” pro Gaza, con uno scontro talmente violento che, prima volta nella storia, la sindaca ha abbandonato l’aula trascinandosi dietro tutta la maggioranza. Insomma Genova è diventata un ring quotidiano. I progetti in corso sono tutti sotto un fuoco incrociato e non fanno passi avanti. Si parla di funivie, di ovovie, di tapis roulant, ovviamente di autostrade intasate dai cantieri dopo il crollo del ponte Morandi, di dighe nuove in mare, di ospedali da ricostruire, come lo storico Galliera, regalato a fine Ottocento dalla munificenza della Duchessa, Maria Brignole Sale, moglie del Duca, principe di Lucedio, finanziere potentissimo, una specie di Rotschild dell’Ottocento e oggi ridotto a pezzi, malgrado la perizia e le eccellenze della classe medica e di quella infermieristica, che resistono in uno scenario decrepito.
Si parla dell’eredità lasciata dall’accoppiata Bucci-Piciocchi e delle autostrade bloccate ancora dai cantieri, mentre si avvicina l’ottavo anniversario del crollo del Ponte Morandi e il relativo processone traguarda la sentenza di primo grado alla prossima primavera, ma quella del 2027….. E tutto appare in qualche modo fermo o peggio in declino, un lento declino come un piano rovesciato sul quale scivola prima di tutto la popolazione, che crolla demograficamente e perde come in una emorragia inarrestabile sopratutto le forze fresche.
I ragazzi mirano, se ne hanno la possibilità, ad andare via, trasferirsi per trovare un lavoro lontano da questa splendida Superba decaduta, ferma come un monumento alla bellezza sfiorente.
Uno studio molto approfondito del Cavalieri del Lavoro a livello nazionale ha fotografato questa fuga, che ha a Genova uno dei suoi varchi più aperti. Il danno provocato alle casse dello Stato italiano dal fatto che i giovani se ne vanno a finire di studiare e a lavorare all’estero, appena possono sarebbe costato 90 miliardi, contando quanto è stato speso per farli studiare.
Una cifra preoccupante, che a Genova sintetizza probabilmente l’aspetto più preoccupante di quel declino. La paralisi delle opere pubbliche, oppure il loro lentissimo progredire ( per inaugurare una stazione della metropolitana a Genova ci vogliono circa 12 anni, mentre a Milano si costruiscono intere linee nuove in uno o due anni di lavoro), il caos infrastrutturale e il senso di isolamento geografico, che la Liguria sta soffrendo, perché è diventata irraggiungibile e solo ora per rompere questo muro, hanno deciso di organizzare un treno all’ora per andare a Milano, appaiono perfino secondari rispetto all’emorragia delle nuove generazioni. Le classi incominciano ad essere tagliate già alle elementari e crollano più avanti nel corso degli studi, in una composizione etnica, che incomincia ad assumere veramente i colori del melting pot.
D’altra parte se si pensa che a Genova sono residenti su 560 mila abitanti almeno 45 mila ecquadoregni e se si calcola che l’etnia straniera più presente è quella albanese, si capisce quale può essere l’orizzonte.
Genova un approdo facile e più abbordabile per i flussi migratori che trovano una sponda facile, un ex grande porto, una tradizione di apertura che proprio la storia del grande scalo, dal Medioevo in avanti, ha sviluppato . Mentre i genovesi, piano piano, si estinguono e si avvera quel titolo, con il qualche qualche tempo fa un giornale approfondito come “Il Foglio” aveva sintetizzato la situazione, “Finale ligure”, che non era la cittadina rivierasca, ma il tramonto di una popolazione, il ring diventa ogni giorno più frequentato.
Chi si oppone a questa deriva preoccupante? Non certo la classe politica o quella dirigente, che la prima litiga prevalentemente e la seconda tende a nascondersi.
Eppure la città avrebbe le energie per invertire, se ci fossero leadership potenti a trainarla. Non a caso l’ex presidente del Consiglio e dell’Iri Romano Prodi diceva che “Genova strippa di soldi” e non sbagliava anni fa con questa provocazione, se oggi la Banca d’Italia precisa che ci sono 80 miliardi genovesi depositati nelle banche e nei fondi.
Ma a fronte di questo non c’è uno sbraccio finanziario, una banca madre, come era la Cassa di Risparmio, travolta dagli scandali e assorbita dagli emiliani di Bper cinque anni fa.
Il mitico banco di San Giorgio delle storiche fortune nel XVI secolo, risorto negli anni Ottanta, è morto e sepolto e anche il banco di Chiavari è stato assorbito dagli istituti nazionali.
Resiste e prospera una banca gioiello, ma di dimensioni più piccole, Banca Passadore, che è rimasta l’unica “targa” finanziaria, nella città che le banche se le inventò, insieme al tasso di sconto e che prestava a Carlo V i capitali in monete d’oro per dominare nel mondo di quell’epoca lontana.
Il porto, l’altra ricchezza genovese, cerca di espandersi con i capitali orientali di Singapore sopratutto nel suo scalo di Ponente, a Voltri, aumenta il numero dei container, ma deve fare i conti con lo sconquasso che nei traffici provocherà l’apertura delle rotte artiche, che potrebbero limitare l’attrattiva dello scalo genovese, piazzato strategicamente nel cuore Ovest del Mediterraneo.
Oppure è il contrario. Allora forse la salvezza o lo stop al declino potrebbe essere ancora la funzione genetica e originaria di questa città, il porto, i suoi traffici, la possibilità di tornare al centro delle grandi rotte.
A patto di avere i capitali e le energie umane per sfruttare in tempi diversi e con mezzi diversi una posizione che la geografia ha dato a quella che Petrarca aveva battezzato, appunto, la Superba e che, se la guardi ora appare in bilico. Sempre più in bilico. Mentre la politica urla al vento.
L’articolo Una città sospesa aspettando Salis, tra opere ferme e grandi liti proviene da Blitz quotidiano.
