Legno, in Oceania le mappe dell’industria per valorizzare la materia prima

legno rigenerato Saviola

In Italia il neonato Cluster foresta-legno potrebbe essere un’opportunità per promuovere una maggiore conoscenza della filiera e colmare un ritardo storico sul mercato del legno

Il 31 agosto 2025 la Forest Industry Engineering Association ha pubblicato le nuove mappe dell’industria dei prodotti forestali di Australia e Nuova Zelanda. Si tratta di uno strumento molto concreto: una rappresentazione aggiornata della geografia industriale del settore forestale-legno, con informazioni su localizzazione, proprietà e capacità produttiva di 172 impianti di lavorazione, tra segherie, stabilimenti di pannelli, cartiere e impianti per legno strutturale o per l’esportazione di chips.

Queste mappe non sono un esercizio cartografico o statistico. Da anni vengono utilizzate negli uffici di imprese forestali, aziende di trasformazione e fornitori di servizi per orientarsi nella rete produttiva del comparto. In altre parole, aiutano chi lavora nel settore a capire dove si trova il mercato, chi compra il legno, quali sono le destinazioni possibili e quali filiere sono effettivamente operative. La domanda che inevitabilmente nasce guardando a questa esperienza è semplice: in Italia esiste qualcosa di simile?

Il nostro Paese discute da anni della necessità di adottare un approccio a cascata nella valorizzazione del legno, cioè di indirizzare la materia prima verso gli usi più duraturi e con maggiore valore aggiunto prima di arrivare alle destinazioni energetiche. È un principio condiviso a livello europeo, spesso richiamato nelle politiche forestali e climatiche. Ma applicarlo nella pratica richiede una condizione di base: conoscere il mercato.

Se non si sa chi acquista il legno, dove si trovano gli impianti di trasformazione, quali specie e dimensioni sono richieste e con quali tempi di approvvigionamento, diventa molto difficile per i proprietari forestali e per le imprese boschive indirizzare il materiale verso le destinazioni più appropriate. Quelle che, da un lato, garantiscono maggiore durata dello stoccaggio del carbonio e, dall’altro, offrono una migliore remunerazione economica per chi vende il legname.

Questi due obiettivi non sempre coincidono automaticamente, anzi, non è raro che le trasformazioni più remunerative siano anche quelle meno durature. Per questo motivo, senza informazioni chiare sul funzionamento del mercato, il principio della cascata rischia di rimanere più una dichiarazione di intenti che una pratica realmente applicabile.

Lo stesso ragionamento vale per un obiettivo che negli ultimi anni è entrato stabilmente nel dibattito pubblico: rafforzare l’approvvigionamento di legname “made in Italy”.

L’idea è politicamente condivisa e teoricamente sensata, ma per trasformarla in realtà serve non solo riprendere a fare selvicoltura mirata nei nostri boschi, ma anche una conoscenza molto più precisa della domanda industriale.

Chi compra il legno grezzo? Quali specie utilizza? Con quali diametri e lunghezze? In quali periodi dell’anno ha bisogno di essere rifornito?

Senza risposte a queste domande, il rischio è che il legno proveniente dai boschi italiani continui a muoversi in modo poco coordinato, spesso seguendo canali commerciali consolidati ma non necessariamente ottimali né dal punto di vista economico né da quello climatico.

Strumenti come le mappe industriali pubblicate in Oceania mostrano invece quanto possa essere utile rendere visibile e comprensibile la struttura della filiera. Non solo per le imprese, ma anche per i decisori pubblici e per chi si occupa di pianificazione forestale.

In questo senso, la recente nascita del Cluster Italia Foresta Legno potrebbe rappresentare un passaggio importante. Se il cluster saprà promuovere una maggiore conoscenza della filiera e favorire la raccolta e la condivisione di informazioni sul mercato del legno, potrebbe creare le condizioni per colmare un ritardo storico.

L’esperienza di Australia e Nuova Zelanda dimostra che costruire una geografia chiara dell’industria forestale non è un obiettivo irraggiungibile. Con un lavoro coordinato tra istituzioni, imprese e organizzazioni di settore, anche l’Italia potrebbe avvicinarsi, nel giro di pochi anni, a un livello di conoscenza e trasparenza della filiera simile a quello raggiunto in Oceania.

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