Il racconto delle conseguenze sui civili degli attacchi israeliani. Al 13 aprile la guerra, a due anni dalla precedente, ha già provocato oltre duemila vittime, settemila feriti e un milione e trecentomila sfollati, il 20% dell’intera popolazione
Dall’inizio della nuova escalation militare del 2 marzo, gli attacchi israeliani nel sud del Libano e nei quartieri meridionali di Beirut a maggioranza sciita hanno provocato oltre duemila vittime, quasi settemila feriti e un milione e trecentomila sfollati, pari al 20% dell’intera popolazione del Paese mediorientale. Una crisi umanitaria vastissima, che aggrava le fragilità endemiche di un piccolo Stato multiconfessionale, frammentato, sfiancato da una grave crisi economica e dal precedente conflitto con Israele del 2024.
Non di rado gli sfollati di oggi lo sono per la seconda volta, e spesso si ritrovano negli stessi rifugi dove già si erano incontrati meno di due anni fa. Abdallah è scappato da Tiro i primi di marzo e oggi vive con la famiglia e altri sfollati in una scuola elementare di un piccolo centro vicino Baabda, nel Monte Libano. Nella sua città lavorava come imbianchino e decoratore, oggi sopravvive centellinando i pochi risparmi che è riuscito a portare con sé, 1.800.000 lire libanesi, che corrispondono all’incirca a 200 dollari. «Non posso lamentarmi perché la nostra condizione è migliore di quella di tanti altri – racconta – ci sono persone che non hanno trovato nemmeno un posto in un rifugio e ora sono per strada con le tende. C’è chi non aveva nemmeno la macchina per andarsene ed è ancora lì, dove rischia la vita tutti i giorni. Molti di noi si sono già incontrati nella guerra del 2024: io ho scelto di venire in questa scuola perché c’ero già stato e mentre ero in viaggio ho telefonato ad altri conoscenti per dargli appuntamento qui».

Oggi questa comunità di sfollati riesce ad amministrare i turni di pulizia, ad accogliere i nuovi arrivati, a mantenere una routine fatta di piccoli gesti quotidiani, come riordinare gli spazi comuni e fare il bucato. Ma i fondi stanziati per l’accoglienza dal governo libanese e quelli raccolti dalle agenzie internazionali, e a volte dai privati, non sono mai abbastanza per le necessità di centinaia di migliaia di persone che hanno perso tutto. Chi vive qui, ad esempio, riceve un solo pasto al giorno, ma almeno si trova in una zona sicura, per il momento. Secondo i dati del ministero degli Affari sociali, i centri di accoglienza governativi aperti fra Beirut, Saida, Tripoli e il Monte Libano sono 678, ma questi, come conferma anche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ospitano solo una minima parte degli sfollati: gli altri, la maggioranza che resta fuori dalle statistiche, ha trovato accoglienza presso parenti o conoscenti, ha preso un appartamento in affitto o è rimasto semplicemente per strada, a dormire in tenda o in auto, per mancanza di risorse economiche o per non allontanarsi troppo dai propri luoghi di residenza.

Dal giorno alla notte
Nel centro di Beirut, ad Hamra, è stato creato un rifugio anche all’interno del Teatro Nazionale “Le Colisèe”: tutte le notti, da alcune settimane, la sala si trasforma in un dormitorio per una quarantina di persone, mentre di giorno torna a essere uno spazio fruibile dagli attori e dal pubblico. Col passare dei giorni il direttore Kassem Istanbouli ha deciso di far dialogare «il giorno con la notte»: ne è nato uno spettacolo, Torneremo, dove i protagonisti sono giovani e giovanissimi sfollati che raccontano con la voce e il corpo le cicatrici della guerra, e mettono in scena la propria esperienza. «La cultura può diventare resistenza quando restituisce identità – spiega Istanbouli – e la vita deve andare avanti anche in situazioni estreme come questa. Cerchiamo di far sentire a casa le persone che sono qui, perché il teatro deve adattarsi alle esigenze di chi lo abita». Dopo i bombardamenti dell’8 aprile, che in pochi minuti hanno colpito diverse zone della capitale causando più di trecento vittime e il crollo di interi palazzi residenziali, ci sono stati nuovi esodi all’interno di Beirut. Per la prima volta dall’inizio dell’escalation si può dire che nessun luogo della città sia più davvero al sicuro.

Sotto Tiro
Nel frattempo, al sud la situazione diventa ogni giorno più drammatica, soprattutto per chi resta. A Tiro, Sour in arabo, quarta città più grande del Libano a una ventina di km dal confine e poco più di 80 da Beirut, chi non è scappato convive con la consapevolezza di essere un potenziale bersaglio. I bombardamenti, uniti agli attacchi mirati con i droni, sono ufficialmente rivendicati dal governo israeliano come “neutralizzazione” di membri di Hezbollah, ma ogni giorno muoiono o restano feriti civili, bambini, anziani, giornalisti, personale sanitario. Nadia si è salvata per caso, qualche giorno fa, perché quella mattina era uscita con la sorella a comprare qualcosa da mangiare. Lei che ha subito l’amputazione di una gamba e si muove con le stampelle, e che per questo non esce quasi mai. «Abbiamo sentito un’esplosione, poi il cielo è diventato nero dal fumo e ci siamo accorti che proveniva proprio dal nostro quartiere. Ci siamo sedute vicino al mare ad aspettare che la situazione si calmasse, e dopo qualche ora siamo tornate a casa. Grazie all’aiuto dei vicini abbiamo messo da parte ciò che si era salvato: il missile ha colpito la cucina e la camera da letto, ora ci è rimasto solo il soggiorno e un piccolo bagno che stava nel mezzo. Per chiudere quello squarcio sul muro abbiamo messo un pannello di legno. Anche se avvisassero prima di colpire, dove potrei andare, in pochi minuti, la prossima volta?».
Bersaglio facile
Nel 2017 a Tiro vivevano 201mila persone, ridotte a circa 60mila nel 2024, oggi sono ancora meno. «Noi paramedici siamo i primi bersagli, nonostante la nostra inequivocabile riconoscibilità – denuncia Ahmed, volontario della Civil Defense, che ha appena finito l’ennesima missione di soccorso e portato in ospedale alcuni feriti – Nessuno di noi è armato, siamo civili, dovremmo essere protetti dal diritto internazionale, eppure dobbiamo aver paura di svolgere il nostro lavoro. Quando ci colpiscono non lo fanno per errore, ma deliberatamente. Perché colpire noi significa danneggiare il sistema sanitario, non dare la possibilità ad altre persone di salvarsi, seminare la paura tra la gente». Al momento di scrivere, al 13 aprile, i paramedici uccisi in Libano dall’inizio dell’anno sono stati 88.
Resistere a Marjayoun

Se al sud prevale la comunità sciita e anche il sostegno a Hezbollah, in un’area dove l’esercito libanese ha cominciato ad abbandonare i villaggi più vicini al confine, nella zona di Nabatieh, sudest del Paese, i sentimenti sono spesso contrastanti. Nella cittadina di Marjayoun, a maggioranza cristiana, quasi 900 persone hanno deciso di restare nonostante vivano costantemente sotto tiro, a un km dal confine libano-israeliano. «Abbiamo perso l’impianto idrico a causa di un attacco – racconta Bassam Lahoud, ex direttore della scuola del paese e consigliere comunale – e diventa sempre più difficile avere l’acqua. Qui tutti hanno paura di parlare, di uscire di casa, e anche se ufficialmente non sono ancora arrivati ordini di evacuazione, qualcuno racconta di aver ricevuto più di una telefonata che gli intimava di andarsene e di convincere gli altri a farlo. Ma se ce ne andiamo, abbiamo paura che sia per sempre».
Patrimonio archeologico a rischio
In questo conflitto il Libano sta rischiando anche di perdere il suo inestimabile patrimonio archeologico e architettonico: a Nabatieh è stato raso al suolo il souk ottomano, a Baalbek il mausoleo medievale della Qubat Duris ha subito il distacco di alcune parti in pietra, mentre a Saida sono state danneggiate alcune strutture tradizionali vicine al Castello del Mare. A Tiro, il sito di Al-Bass è stato sfiorato da un attacco missilistico che ne ha danneggiato l’ingresso e messo a rischio con l’onda d’urto la stabilità delle colonne romane e dell’Arco di Trionfo. Già nel 2024 l’Unesco aveva concesso una protezione rafforzata a 34 siti nel paese, che oggi sono diventati 73, almeno sulla carta, dato che l’unico monitoraggio possibile al momento è quello satellitare, che non garantisce una protezione reale in caso di ulteriori attacchi e relativi danni “collaterali”.
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Senza dimenticare gli animali

La guerra e i movimenti forzati della popolazione dal sud verso il nord del Paese stanno avendo un impatto anche sugli abbandoni e la salute degli animali d’affezione, che spesso restano coinvolti nei bombardamenti e non sempre possono essere introdotti nei centri d’accoglienza insieme alle famiglie. Sandra Mawad ha deciso di occuparsi di loro e a Beirut ha fondato due rifugi, uno per cani e uno per gatti, dove metterli in sicurezza e curarli quando necessario. «Mi occupavo già prima della guerra del recupero degli animali abbandonati – racconta – ma oggi i casi sono molti di più. Lavoro su segnalazione, a volte vado personalmente a cercarli, altre mi vengono portati da altri volontari». Oggi aiuta oltre 160 gatti e una sessantina di cani, e grazie ai social ha creato una rete di supporto e finanziamento per poter provvedere a tutte le loro necessità. «Abbiamo casi complicati – spiega – alcuni animali hanno subito interventi importanti, altri hanno delle disabilità permanenti, altri ancora sono affetti da malattie croniche. Ognuno ha le sue esigenze e cerchiamo di fare del nostro meglio per garantire una casa sicura a tutti». Dalla pagina Instagram Paws Crossed Lebanon (@pawscrossedleb) è possibile seguire Sandra e partecipare alla raccolta fondi.
