Chernobyl, quarant’anni dopo: l’illusione nucleare e il dovere della memoria

Sopralluogo dell’Aiea alla centrale di Cernobyl dopo un attacco di droni russi il 14 febbraio 2025. Secondo il rapporto, il sarcofago ha perso le sue principali funzioni di sicurezza, incluso il contenimento delle radiazioni

A quarant’anni dal disastro di Chernobyl, Angelo Gentili (segreteria nazionale Legambiente) rilancia la necessità di dire no al ritorno del nucleare, rafforzare le rinnovabili e costruire una cultura diffusa della sicurezza, della pace e della responsabilità ambientale. Dalle iniziative sui territori al progetto Rugada, il ricordo si fa impegno

Ci sono date che non appartengono soltanto alla storia, ma alla coscienza collettiva. Il 26 aprile 1986 è una di queste. A quarant’anni dall’esplosione del reattore numero 4 della centrale di Chernobyl, il rischio più grande non è soltanto dimenticare, ma normalizzare. Trasformare una tragedia epocale in una parentesi archiviata, mentre il dibattito pubblico torna ciclicamente a flirtare con l’idea di un ritorno al nucleare, come se nulla fosse accaduto.

Chernobyl non è stato solo un incidente industriale: è stata una frattura profonda nel rapporto tra uomo, tecnologia e ambiente. Un evento che ha reso evidente, con brutalità, come l’errore umano, l’opacità politica e la presunzione tecnologica possano convergere in una catastrofe senza confini. Le radiazioni non conoscono barriere, non rispettano i confini nazionali, non si fermano davanti alle generazioni future.

Oggi, a distanza di quarant’anni, quella lezione è più attuale che mai. In un contesto globale segnato dalla crisi climatica, dalla guerra e dall’instabilità geopolitica, tornare a proporre il nucleare come soluzione appare non solo miope, ma profondamente sbagliato.

Come Legambiente, continuiamo a ribadire con forza che la strada è un’altra: è quella delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, delle comunità energetiche, di un modello diffuso e democratico di produzione e consumo. Un modello che riduce le disuguaglianze, rafforza i territori e costruisce resilienza. Non si tratta solo di una scelta tecnologica, ma di una visione politica e culturale.

Il quarantesimo anniversario di Chernobyl non è dunque un esercizio di memoria sterile, ma un’occasione per rilanciare un impegno concreto. In tutta Italia, Legambiente promuove iniziative, incontri, momenti di approfondimento e mobilitazione per ricordare le vittime, informare le nuove generazioni e rimettere al centro il tema della sicurezza ambientale e della pace. Dalle scuole alle piazze, dai circoli locali ai grandi eventi nazionali, il filo rosso è uno solo: non c’è futuro sostenibile senza consapevolezza.

Il progetto Rugiada si inserisce in questo percorso come una delle esperienze più concrete e durature di solidarietà costruite da Legambiente a partire dalla memoria del disastro di Chernobyl. Un intervento strutturato che da anni offre sostegno ai bambini e alle bambine provenienti dalle aree più colpite dalla contaminazione radioattiva.

Nato dai programmi di accoglienza attivati dopo il 1986, si è evoluto in un sistema che combina assistenza sanitaria, alimentazione controllata e periodi di permanenza in ambienti non contaminati, consentendo ai minori di beneficiare di condizioni di vita più sicure e di percorsi di recupero.

Accanto a questo, Rugiada vive grazie a una rete diffusa di iniziative solidali promosse sui territori, in cui la sostenibilità ambientale si intreccia con la responsabilità sociale, trasformando ogni gesto in un contributo concreto. In questo senso, rappresenta la traduzione più autentica della memoria in azione: non limitarsi a ricordare Chernobyl, ma prendersi cura, ancora oggi, delle sue conseguenze, costruendo un ponte reale tra comunità e generazioni.

Una cosa è certa: non possiamo permetterci di cedere alla tentazione delle scorciatoie. Il nucleare viene spesso presentato come una risposta semplice a problemi complessi, ma è esattamente il contrario: è una tecnologia che concentra potere, rischi e costi, scaricandoli sulle generazioni future. La vera sfida è investire in soluzioni che siano sostenibili nel tempo, accessibili, sicure.

Chernobyl ci ha insegnato che il prezzo dell’errore può essere incalcolabile. Ancora oggi, circa cinque milioni di persone vivono in territori contaminati dall’incidente di Chernobyl, costrette a fare i conti quotidianamente con cibo e acqua esposti alla radioattività. Una condizione che compromette in modo significativo il sistema immunitario, aumentando il rischio di numerose patologie, in particolare di natura tumorale. A subirne le conseguenze più gravi sono soprattutto i bambini.

Non solo: ci ha altresì insegnato che la trasparenza, la democrazia e la partecipazione non sono optional, ma condizioni necessarie per governare la complessità. Ci ha insegnato che l’ambiente non è una variabile indipendente, ma la base stessa della nostra esistenza.

A oggi restano irrisolte criticità rilevanti legate alla sicurezza della centrale, a partire dal rischio strutturale del sarcofago che ricopre il quarto reattore. Un’eventuale compromissione della sua tenuta potrebbe provocare conseguenze gravissime, con la dispersione di polveri radioattive e materiali nucleari nell’ambiente.

Su questo scenario già fragile si innesta la guerra in Ucraina, che amplifica in modo esponenziale il pericolo di incidenti e trasforma Chernobyl, insieme alle altre centrali del Paese, in obiettivi estremamente sensibili.

A quarant’anni da quel giorno, la memoria deve diventare azione. Non basta ricordare: bisogna scegliere. Scegliere da che parte stare, quale modello di sviluppo sostenere, quale futuro costruire. Perché Chernobyl non è solo passato: è una domanda aperta sul nostro domani. E la risposta, questa volta, non può permettersi di essere sbagliata.

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