Con emissioni operative molto basse e una fonte di calore potenzialmente sfruttabile in molte aree del pianeta, questa nuova tecnologia sta attirando l’attenzione nel dibattito sulle energie rinnovabili
Un enorme “termosifone” sotterraneo in cui circola un fluido che, a contatto con le rocce calde del sottosuolo, diventa meno denso e tende a salire. In superficie si raffredda, diventa più denso e torna verso il basso. È il principio alla base della nuova tecnologia geotermica che sta attirando l’attenzione nel dibattito sulle energie rinnovabili. Si tratta di produzione continua senza combustione, con emissioni operative molto basse e una fonte di calore potenzialmente sfruttabile in molte aree del pianeta.
Presentata anche a Roma durante l’Ecofuturo Festival, organizzato dal 13 al 16 maggio, la nuova geotermia a ciclo chiuso rappresenta una delle evoluzioni più recenti del settore, con l’obiettivo di rendere più efficiente e stabile lo sfruttamento del calore terrestre.
Dalle origini italiane ai nuovi modelli
La geotermia elettrica nasce storicamente in Italia, in Toscana, all’inizio del Novecento, con gli impianti di Larderello. Nel tempo, lo sviluppo si è concentrato soprattutto su sistemi a ciclo aperto, in cui parte dei gas presenti nei fluidi geotermici viene rilasciata in atmosfera e la risorsa viene progressivamente consumata.
L’innovazione del settore arriva dall’estero dove sono stati sviluppati sistemi a ciclo chiuso, nei quali il fluido di lavoro resta confinato in un circuito, senza contatto diretto con il sottosuolo, riducendo le emissioni e permettendo una gestione più controllata del calore.
Il caso della geotermia profonda in Baviera
Tra gli esempi più avanzati si colloca l’impianto geotermico di Geretsried, in Baviera, basato su un sistema a circuito chiuso che sfrutta il calore del sottosuolo a grande profondità. Il progetto, realizzato dall’azienda canadese Eavor, prevede una capacità di circa 8,2 MW elettrici e una produzione annua stimata intorno ai 77.000 MWh, in grado di coprire il fabbisogno elettrico di 18.000-20.000 famiglie. È prevista inoltre una potenziale fornitura termica fino a 64 MW per reti di teleriscaldamento urbano. Le temperature raggiunte in profondità si collocano nell’ordine dei 150–160 gradi.
A differenza di altre tecniche geotermiche sperimentali che prevedono la fratturazione idraulica delle rocce, questo sistema utilizza un circuito completamente chiuso, senza iniezione o estrazione di fluidi dal sottosuolo e senza interventi di fratturazione artificiale.
Un grande termosifone sotterraneo
L’idea alla base del funzionamento può essere descritta come quello di un enorme termosifone naturale. Un pozzo verticale principale raggiunge grandi profondità, dove si diramano una serie di rami orizzontali che attraversano le rocce calde. Un secondo pozzo consente il ritorno del fluido in superficie, chiudendo il circuito. All’interno del sistema circola un fluido che assorbe calore dalle rocce e lo trasporta verso la superficie, dove viene utilizzato per produrre energia elettrica e alimentare reti di teleriscaldamento. Una volta ceduto il calore, il fluido torna nel circuito sotterraneo e il processo si ripete in modo continuo. La circolazione è in parte facilitata da differenze di densità tra fluido caldo e freddo, contribuendo a ridurre il fabbisogno energetico per il pompaggio.
Un ruolo nella transizione energetica
La diffusione di impianti geotermici a circuito chiuso ha riacceso il dibattito sul ruolo del calore terrestre come fonte stabile nella transizione energetica europea. Queste tecnologie potrebbero contribuire a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, offrendo una produzione continua e programmabile, complementare alle fonti rinnovabili non programmabili. Inoltre, le innovazioni nelle tecniche di perforazione profonda, nei materiali resistenti alle alte temperature e nei sistemi di monitoraggio stanno ampliando la possibilità di accesso a risorse geotermiche prima difficilmente sfruttabili.
In questo scenario, la geotermia profonda viene sempre più osservata non solo come una risorsa locale, ma come una possibile componente strutturale di sistemi energetici decarbonizzati, grazie alla sua capacità di fornire energia in modo costante nel tempo.
