Il regista di Train to Busan torna con Colony a Cannes 2026: gli zombie che riflettono la paura dell’AI

Yeon Sang-ho sa esattamente cosa cerca il pubblico quando entra in sala per un film di zombie. Ma sa anche che i migliori horror non si limitano a spaventare: devono afferrare le ansie del tempo presente, dargli un volto mostruoso e costringerci a guardarle dritte negli occhi. È quello che ha fatto con Train to Busan nel 2016, trasformando un treno in corsa in una metafora dell’egoismo sociale. Ed è quello che fa ora con Colony, presentato venerdì nella sezione Midnight Screenings del Festival di Cannes, un ritorno al genere zombie che però ne riscrive completamente le regole.

Se Train to Busan era claustrofobico e orizzontale, intrappolando i personaggi in vagoni ferroviari senza via d’uscita, Colony si sviluppa in verticale, all’interno di un grattacielo sigillato dove si consuma una catastrofe biologica. La protagonista Se-jeong, interpretata da Gianna Jun, è una professoressa di biotecnologia che partecipa a una conferenza scientifica. Tutto precipita quando un virus a rapida mutazione viene rilasciato nella struttura. Le autorità, invece di organizzare un salvataggio, decidono di isolare completamente l’edificio. I sopravvissuti si ritrovano intrappolati con una minaccia che evolve davanti ai loro occhi, e che si comporta meno come un’orda di non-morti tradizionali e più come un’intelligenza connessa in rete.

È proprio questa la chiave di volta del film. Gli zombie di Colony non sono individui impazziti che vagano senza scopo. Sono nodi di una rete, cellule di un organismo più grande che comunica, si adatta, muta. Yeon ha studiato a fondo il comportamento delle colonie virali e degli organismi collettivi per costruire il suo incubo cinematografico, scoprendo un’analogia inquietante con la società umana. Anche i virus, spiega il regista, creano mutanti al loro interno. Anche quando sembrano tutti identici, la diversità interna è fondamentale per la sopravvivenza. Se un’intera colonia condivide la stessa debolezza, basta una minaccia specifica per cancellarla completamente.

È una lezione che Yeon ritiene valida anche per noi. Proteggere le minoranze, le voci fuori dal coro, i punti di vista divergenti non è solo una questione etica: è una necessità evolutiva. E qui entra in gioco la vera paura che attraversa Colony come una corrente elettrica sotterranea: l’intelligenza artificiale. Non l’AI immaginata dalla fantascienza classica, con robot senzienti e ribellioni delle macchine, ma quella che permea già la nostra quotidianità. L’AI che aggrega opinioni, sintetizza contenuti, accelera lo scambio di informazioni a una velocità che fa sembrare lenta la luce.

Yeon è esplicito: la sua più grande paura è lo scambio di comunicazioni ad alta velocità, quella rete di informazioni che si comporta come un organismo vivente e che, progressivamente, erode la nostra individualità. L’intelligenza artificiale, sostiene, è perfetta per creare opinioni universali, per trovare il denominatore comune, ma ha dei limiti strutturali quando si tratta di generare mutazioni, quelle caratteristiche tipiche degli organismi viventi che corrispondono alle opinioni minoritarie. L’AI aggrega, livella, omogeneizza. Seppellisce gli errori, i bug, i punti di vista divergenti sotto strati di consenso universale. E questo, per un regista che ha fatto della critica sociale il suo marchio di fabbrica, è terrificante.

Non è un caso che Yeon guardi a George A. Romero come punto di riferimento assoluto. Night of the Living Dead e i film successivi del maestro americano rimangono pietre miliari non perché inventano mostri spaventosi, ma perché quegli zombie incarnavano le paure specifiche di quel momento storico. Gli zombie di Romero erano la Guerra del Vietnam, erano il razzismo, erano il consumismo. Gli zombie, insomma, non hanno mai parlato di zombie. Parlano di noi. E quelli di Colony parlano di come stiamo perdendo i contorni della nostra individualità, dissolvendoci in un pensiero collettivo accelerato dall’algoritmo.

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