Lupi, le popolazioni europee sono a rischio genetico. Lo studio

Trekking del lupo, sulle Alpi Marittime

I lupi europei crescono in numero, ma il loro Dna racconta una storia di fragilità. Uno studio sulle cinque popolazioni europee dimostra che nessuna è geneticamente sana, ma tutte sono vulnerabili a causa della riproduzione tra consaguinei

Sempre più spesso si legge che il lupo (Canis lupus) è tornato in Italia. E i numeri, considerando gli individui presenti nel nostro continente, sembrano confermare questa notizia. Infatti, oggi in Europa vivono oltre 21.000 lupi grigi, una cifra in crescita dagli anni Novanta a oggi. Un successo della conservazione, ci viene detto. Tanto che nel 2025 l’Unione Europea ha deciso di ridurre il livello di protezione della specie, aprendo la strada a misure di gestione più permissive — incluso, in alcuni casi, l’abbattimento legale.

Un recente studio scientifico, supervisionato dal Cnr, ancora in preprint lancia un allarme che i soli numeri non riescono a cogliere. I ricercatori hanno analizzato il genoma completo — cioè tutto il patrimonio genetico — di oltre 200 lupi grigi provenienti da cinque grandi popolazioni europee: Scandinavia, Penisola Iberica, Italia, Carpatico-Balcanica e Dinaro-Balcanica. Il risultato è inequivocabile e preoccupante: nessuna di queste cinque popolazioni è geneticamente sana. Tutte mostrano livelli elevati di consanguineità — cioè gli individui si riproducono sempre più spesso con parenti stretti. Questo fa sì che i difetti genetici, che normalmente restano nascosti, emergano, perché i cuccioli ereditano gli stessi geni difettosi da entrambi i genitori. Questo fenomeno — chiamato depressione da inbreeding — rende gli animali più deboli, meno fertili e più vulnerabili alle malattie. Lo studio mostra che la maggior parte delle popolazioni di lupo europee sta già attraversando questa fase: il “carico genetico” (cioè l’accumulo di geni dannosi) non è più nascosto, ma si manifesta concretamente negli individui. Per misurare questo andamento, i ricercatori hanno analizzato la “dimensione effettiva della popolazione” (indicata con Ne ≥ 500), scoprendo che nessuna delle popolazioni raggiunge la soglia necessaria per garantire la vitalità di una specie nel tempo. Tale valore è peraltro riconosciuto dal “Quadro globale per la biodiversità della Convenzione sulla Diversità Biologica”.

Un altro risultato sorprendente riguarda la struttura di queste popolazioni. I lupi europei non formano un’unica grande comunità in espansione che colonizza il continente. Sono invece un mosaico di stirpi isolate e indipendenti, alcune delle quali si sono separate evolutivamente già alla fine del Pleistocene — migliaia di anni fa. Ognuna ha la propria storia genetica, i propri problemi, e non può “salvarsi” grazie alle altre. La Scandinavia, per esempio, mostra segni di consanguineità molto recente — l’isolamento è cominciato pochi decenni fa. La popolazione Dinaro-Balcanica, invece, porta i segni di un isolamento molto più antico. Storie diverse, rischi diversi: non si può fare di tutta l’erba un fascio.

Il paradosso centrale di questa ricerca è che una popolazione può crescere numericamente — più lupi, più avvistamenti, meno pericolo apparente di estinzione — e al tempo stesso deteriorarsi geneticamente in modo silenzioso. È quello che gli scienziati chiamano un “successo fuorviante”. È già successo con altre specie: le foche elefante settentrionali, lo stambecco alpino, la pantera della Florida. Tutte si erano riprese demograficamente, ma portavano con sé ferite genetiche profonde, ereditate da quando erano sull’orlo dell’estinzione. I lupi europei si trovano in una situazione analoga — con una differenza importante: la loro situazione viene valutata adesso, mentre sono ancora in espansione, non dopo una crisi conclamata.

Lo studio ha conseguenze dirette sul piano legale e politico. La direttiva europea “Habitat” stabilisce che una specie può essere gestita (anziché strettamente protetta) solo se si trova in uno “stato di conservazione favorevole”. Ma nessuna delle cinque popolazioni analizzate soddisfa questo criterio dal punto di vista genomico. Gli autori concludono che la recente decisione dell’UE di abbassare il livello di protezione del lupo non trova giustificazione biologica. Contare i lupi non basta: bisogna leggere nei loro geni.

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