Nel mezzo del festival di Cannes, mentre il mondo del cinema celebra il glamour e l’arte della settima arte, Cate Blanchett ha scelto di accendere i riflettori su una realtà che spesso rimane ai margini delle passerelle rosse. L’attrice australiana, vincitrice di due premi Oscar e ambasciatrice di buona volontà dell’UNHCR, ha annunciato i nomi della seconda coorte di filmmaker selezionati dal Displacement Film Fund, il fondo cinematografico dedicato alle storie di sradicamento forzato.
Mo Amer, Annemarie Jacir, Akuol de Mabior, Bao Nguyen e Rithy Panh sono i cinque artisti che riceveranno ciascuno una sovvenzione di 100mila euro per realizzare cortometraggi che racconteranno le molteplici sfaccettature dell’esilio, della fuga e della ricostruzione identitaria. I loro lavori debutteranno in anteprima mondiale all’International Film Festival Rotterdam nel 2027, confermando la partnership strategica tra il fondo e uno dei festival più importanti per il cinema indipendente e d’autore.
L’iniziativa non è nata per caso. Il Displacement Film Fund è stato presentato per la prima volta al Global Refugee Forum dell’UNHCR, la più grande assemblea mondiale dedicata alle sfide affrontate dai rifugiati e dalle comunità che li ospitano, e ufficialmente costituito lo scorso anno. I numeri parlano chiaro: oggi una persona su settanta nel mondo è costretta a lasciare la propria casa a causa di conflitti, guerre o persecuzioni. Una crisi umanitaria di proporzioni senza precedenti che richiede non solo interventi immediati, ma anche strumenti culturali capaci di generare empatia e comprensione.
Mohammed Amer, Cate Blanchett and Bao Nguyen at the Displacement Film Fund Press Conference during the 79th Cannes Film Festival pic.twitter.com/1uGkY2bzIo
— W Spotlight (@wsptlight) May 18, 2026
Durante il panel al festival di Cannes, moderato da Clare Stewart, direttrice generale dell’IFFR, Blanchett è apparsa al fianco di quattro dei cinque filmmaker selezionati. Solo Rithy Panh, il regista cambogiano sopravvissuto al genocidio dei Khmer Rossi e autore di opere seminali come “L’immagine mancante“, era assente, impegnato sul set di una nuova produzione. La presenza fisica degli artisti ha trasformato l’annuncio in qualcosa di più profondo: un momento di incontro tra le loro esperienze personali e la macchina del cinema internazionale.
“I nostri primi cortometraggi del DFF sono stati accolti con enorme entusiasmo sia dall’industria che dai nostri partner, sfidando le aspettative su come le storie di displacement possano apparire sullo schermo“, ha dichiarato Blanchett. Le sue parole sottolineano un punto cruciale: il rischio di narrazioni stereotipate o pietistiche quando si affrontano temi così delicati. Il formato breve, invece, si rivela uno strumento narrativo potente, capace di concentrare emozioni e significati senza cadere nella retorica.
Il processo di selezione per questa seconda edizione è stato rigoroso e stratificato. Una commissione di nomina, composta da figure di spicco come la giornalista e documentarista Waad Al Kateab, autrice di “For Sama“, la regista polacca Agnieszka Holland (“Green Border“), l’attore premio Oscar Ke Huy Quan e Tamara Tatishvili, responsabile dell’Hubert Bals Fund dell’IFFR, ha stilato una longlist di candidati. Successivamente, una commissione di selezione presieduta da Blanchett e comprendente la direttrice del festival Vanja Kaludjercic, la produttrice Barbara Broccoli, l’attivista e rifugiata Aisha Khurram e il filmmaker Mo Harawe, vincitore della prima edizione del fondo, ha scelto i cinque destinatari finali.
I progetti selezionati riflettono una straordinaria varietà di approcci al tema dello sradicamento. Mohammed “Mo” Amer, comico palestinese-americano noto per il suo speciale Netflix “The Vagabond” e per la serie “Mo“, realizzerà “Return to Sender“, un cortometraggio che segue un comico palestinese in tournée mondiale con il suo documento di viaggio per rifugiati, alle prese con ostacoli burocratici sempre più assurdi a ogni confine attraversato. Il progetto promette di mescolare umorismo e dramma per esplorare l’identità in transito permanente.
Annemarie Jacir, filmmaker palestinese già nota per opere come “Salt of This Sea” e “Wajib“, tornerà a esplorare la sua terra con “Deconstruction“, ambientato ad Haifa, città costruita su strati di presenza e assenza, memoria e reinvenzione. Il suo cortometraggio seguirà un uomo che naviga l’interstizio mentre il passato viene dissotterrato, riorganizzato, venduto e trasformato in qualcosa di nuovo. Akuol de Mabior, artista e attivista sud-sudanese cresciuta in Sudafrica, affronterà il tema della trasmissione culturale interrotta con “Traces of a Broken Line“, la storia di una madre costretta a preservare ciò che non può più tramandare quando la guerra spezza una linea genealogica.
Bao Nguyen, regista vietnamita-americano che ha già diretto documentari come “Britney vs Spears” e “Be Water” su Bruce Lee, esplorerà il trauma generazionale con “How to Ride a Bike“. Il cortometraggio racconta di un padre rifugiato vietnamita che non ha mai imparato ad andare in bicicletta e tenta di insegnarlo al figlio, per poi iniziare a imparare di nascosto, confrontandosi con una vergogna che porta dentro dall’infanzia. Rithy Panh, maestro indiscusso del cinema cambogiano e testimone del genocidio perpetrato dai Khmer Rossi, realizzerà “Time… Speak“, in cui un filmmaker esiliato torna ai frammenti frantumati della sua memoria – statuette rotte, archivi, silenzi – per ricostruire attraverso il cinema una forma di vita in cui chi è scomparso continua a parlare.
Cate Blanchett en el panel sobre su proyecto Displacement Film Found, un fondo nace para apoyar a cineastas cuyas trayectorias se han visto interrumpidas por el desplazamiento forzoso, así como a creadores que han demostrado un compromiso sólido a la hora de retratar la… pic.twitter.com/0SAB9fiP1A
— Plano De Palomitas (@PlanoPalomitas) May 18, 2026
La prima coorte del fondo, composta da Maryna Er Gorbach, Hasan Kattan, Mohammad Rasoulof e Shahrbanoo Sadat oltre al già citato Harawe, ha debuttato all’IFFR 2026 con risultati che hanno superato le aspettative. I loro cortometraggi hanno dimostrato come il cinema possa diventare uno strumento di resistenza culturale e testimonianza, senza rinunciare alla complessità formale e narrativa. Il progetto può contare su una rete solida di partner. L’Hubert Bals Fund dell’IFFR ritorna come partner gestionale, mentre Amahoro Coalition, Droom en Daad, Master Mind, la Tamer Family Foundation e UNIQLO confermano il loro sostegno come fondatori.
L’UNHCR rimane partner strategico, e per questa seconda edizione si aggiunge la SP Lohia Foundation come nuovo partner principale. Clare Stewart e Tamara Tatishvili, in una dichiarazione congiunta, hanno sottolineato come sia “un privilegio tornare a Cannes con il Displacement Film Fund, dopo il percorso straordinario intrapreso con la prima coorte“. Le due professioniste hanno evidenziato come i destinatari del secondo ciclo riflettano “un’ampiezza straordinaria di talento cinematografico, ciascuno alle prese con le proprie esperienze personali di displacement“.
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