80 Repubblica, voti, sangue e speranze: giugno ’46, la democrazia muove i primi passi

Roma, 30 mag. (askanews) – “Ed è, questo saluto, rivolto ad un’assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire è rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso né di classe, né di regioni o di genti, se anche, sotto quest’ultimo aspetto, si rinnovelli nel ricordo il dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non han votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia”: nelle parole di Vittorio Emanuele Orlando, che inaugura il 25 giugno del 1946, da presidente provvisorio dell’Assemblea costituente, il primo Parlamento della Repubblica, c’è un’Italia ancora incompleta ma unita nella consapevolezza del momento storico e nella speranza della pace e della ricostruzione. Ad ascoltarlo ci sono i 535 deputati e le 21 deputate alla Costituente, pioniere di una democrazia che aspira a non essere più esclusiva del genere maschile, come lo stesso Orlando, nato nel 1860, non manca di sottolineare.

È il primo vagito della democrazia parlamentare, rinata dopo il ventennio di dittatura fascista e la catastrofe della guerra; ma non il primo passo formale dell’Italia repubblicana, figlia della scelta compiuta dalla maggioranza dei circa 25 milioni di elettori ed elettrici (chiamate al voto per la prima volta) nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946: affluenza all’89,08 per cento, voti per la forma repubblicana al 54,27 per cento, per la monarchia 45,73.

Giovedì 6 giugno 1946 il Corriere della sera, che incorpora nella testata la dicitura “il nuovo” dovendo marcare una distanza dal suo recente passato di obbedienza al regime, titola a tutta pagina: “È nata la Repubblica italiana”, e avverte che Umberto di Savoia, rimasto poi nella storia come il re di maggio, “partirà sabato dopo la consegna dei poteri a De Gasperi, Capo provvisorio del nuovo Stato”. I risultati sono pubblici ma la proclamazione in realtà richiede più tempo e l’erede di casa Savoia non lascia ancora il Quirinale. Il 10 giugno il presidente della Corte di Cassazione, Giuseppe Pagano, nella sala della Lupa a Montecitorio, proclama la vittoria della Repubblica, anche se i risultati saranno considerati definitivi solo il 18 dello stesso mese. L’11 giugno le tensioni politiche si accendono in piazza e funestano l’alba della Repubblica: a Napoli, dove la monarchia ha prevalso con l’80 per cento dei voti, i monarchici tentano l’assalto alla Federazione comunista di via Medina, si spara, probabilmente da entrambe le parti, e spara anche la polizia. In quei giorni drammatici per la comunità partenopea, con l’Italia intera che rischia un rigurgito di guerra civile, sul terreno rimangono 9 morti e decine di feriti, fra 50 e 100 a seconda delle ricostruzioni. Nella notte fra il 12 e il 13 giugno Alcide de Gasperi riunisce il Consiglio dei ministri per dichiarare decaduta la monarchia e affianca al suo ruolo di presidente del Consiglio le funzioni di capo provvisorio dello Stato. Di fronte al fatto compiuto, Umberto si imbarca su un aereo diretto a Cascais, in Portogallo, non senza lanciare allo statista trentino l’accusa di aver assunto con “un atto rivoluzionario” poteri che non gli spettano, “in spregio alle leggi”. Si arriva al fatidico 25 giugno, quando la Costituente avvia i suoi lavori, che porteranno alla legge fondamentale dal 1948. Dopo il saluto di Vittorio Emanuele Orlando, l’assemblea vota per il presidente che ne guiderà i lavori fino al varo della legge fondamentale della Repubblica. Giuseppe Saragat, storico militante socialista, esponente della Resistenza che poi sarà promotore, nel 1947, della scissione socialdemocratica di palazzo Barberini, viene eletto con 401 voti su 468 votanti. Resterà in carica fino al 6 febbraio del 1947, quando a sostituirlo verrà chiamato il deputato comunista Umberto Terracini. Ultimo atto della fase di avvio della Repubblica nata a giugno del 1946 l’elezione, da parte della Costituente, del capo provvisorio dello Stato che prende il posto dell’ancor più provvisorio De Gasperi, che rimane in carica come presidente del Consiglio. Con 396 voti su 501 votanti viene eletto Enrico De Nicola, avvocato napoletano che era stato presidente della Camera tra il 1920 e il 1924. Resterà in carica fino al 12 maggio del 1948, ma dal 1° gennaio di quell’anno, col varo della Costituzione repubblicana, assume le funzioni e il titolo di presidente della Repubblica. “Che Dio acceleri e protegga la resurrezione dell’Italia!”, scrive il 15 luglio nel suo primo messaggio alla nazione, apponendo il suo sigillo a quelle storiche e drammatiche settimane di ottant’anni fa in cui la Repubblica mosse i suoi primi passi.

[Dopo il referendum, lo scontro fra Umberto e De Gasperi, l’avvio della Costituente e l’elezione di De Nicola|PN_20260530_00020|in04 rj01|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/05/20260530_111840_4BF1ADCC.jpg|30/05/2026 11:18:50|80 Repubblica, voti, sangue e speranze: giugno ’46, la democrazia muove i primi passi|2 giugno|Politica]