La National Science Foundation degli USA dismette quattro su cinque sistemi autonomi di monitoraggio degli oceani. Ma raccogliere dati è essenziale, anche per lo studio del clima
Trump smantella gli osservatori oceanici. È solo l’ultimo attacco alla ricerca statunitense e globale, dopo la chiusura dei programmi di studio sull’atmosfera e sul cambiamento climatico. Ora la National Science Foundation, istituzione governativa deputata a vigilare e finanziare la ricerca negli USA, ha disposto anche la dismissione di quattro su cinque dei grandi sistemi autonomi di monitoraggio inclusi nell’Ocean Observatories Initiative (OOI), dichiarando che tale decisione contribuisce a una vasta iniziativa di ridefinizione delle priorità della ricerca.
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Raccogliere dati sull’oceano è essenziale. Gli osservatori inseriti nell’OOI che il governo statunitense intende dismettere contano circa 900 strumenti in grado di raccogliere dati in continuo su variabili fisiche, chimiche e biologiche, dalla temperatura del mare alle comunità planctoniche, lungo le coste atlantiche e pacifiche dell’america settentrionale. Si tratta di postazioni ancorate in zone profonde, sentinelle dello stato delle masse d’acqua oceanica, rilevato attraverso analisi automatiche, multiple e integrate, che non richiedono l’ausilio di operatori. I costi di dispiegamento e di manutenzione di questi strumenti in mare sono ampiamente ripagati dalla frequenza di rilevamento, ben superiore a quella garantita dalle campagne oceanografiche, limitate nel tempo e dispendiose sul piano umano e materiale.
La politica ignora, l’oceano ricorda. Gli osservatori OOI sono attivi da dieci anni all’interno di un orizzonte di venticinque anni. Hanno già rilevato un rallentamento delle correnti che regolano il clima terrestre. La politica oggi “dimentica” il valore di queste osservazioni. Ciò ci rende ciechi ai cambiamenti attuali dell’oceano, che, a sua volta, non mancherà certo di ricordarceli.
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