Il Leone d’oro dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha scatenato un dibattito che va ben oltre il merito artistico del film premiato. Woman Unknown di May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, si è aggiudicato il massimo riconoscimento del festival in un’edizione che ha messo al centro, fin dall’inizio, la questione della presenza femminile dietro la macchina da presa.
Il verdetto assume un significato particolare perché il film di el-Toukhy era l’unica opera in concorso diretta interamente da una regista donna. Una coincidenza che non è passata inosservata, soprattutto dopo che Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria di questa edizione, aveva pubblicamente sottolineato la scarsa presenza di cineaste tra i ventuno titoli in corsa per il Leone d’oro. Una posizione che aveva inevitabilmente attirato l’attenzione sul verdetto finale e alimentato le speculazioni.
Durante la conferenza stampa successiva alla cerimonia di premiazione, nella Sala Casinò del Palazzo del Cinema, tutta la giuria era seduta al tavolo. Accanto a Gyllenhaal c’erano Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To. La domanda era nell’aria, inevitabile: Woman Unknown aveva vinto solo perché diretto da una donna?
Here is the moment May el-Toukhy’s Woman Unknown wins the Golden Lion for best film at Venice Film Festival #Venezia83
el-Toukhy hugs jury president Maggie Gyllenhaal before accepting her award.
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— Screen International (@Screendaily) September 13, 2026
La risposta di Gyllenhaal è arrivata con il suo consueto umorismo tagliente. L‘attrice e regista ha finto di non aver nemmeno visto il film, riducendo ironicamente la decisione alla semplice presenza di una donna dietro la macchina da presa. Una battata velenosa e molto riuscita, che ha immediatamente alleggerito la tensione in sala.
Subito dopo, però, Gyllenhaal ha chiarito il senso delle sue parole con serietà. Si aspettava quella domanda, ha ammesso, ma ha respinto con decisione l’idea che il riconoscimento rappresentasse una dichiarazione politica prestabilita da parte della giuria. Ha spiegato di apprezzare alcuni film realizzati da donne e di detestarne attivamente altri, esattamente come accade con le opere dirette da uomini.
La presidente ha ricordato quanto sia semplicistico considerare le scelte artistiche della giuria come il risultato di una posizione ideologica. Ogni membro della giuria ha un voto e ogni decisione viene discussa a lungo, sempre in modo complicato. Gyllenhaal si è detta stanca di parlare dello stesso argomento all’infinito, pur dichiarandosi disposta a continuare a farlo. Ma in quel momento, in quel luogo incredibile, voleva solo celebrare un film brillantemente costruito che aveva sentito come un fascio di laser, per il film ben fatto che è, punto.
Maggie Gyllenhaal jokes that she “didn’t see Woman Unknown.”
“It’s made by a woman so, Golden Lion,” deadpans the Venice Film Festival jury president.
Gyllenhaal goes on to say she is “tired of talking about the same subject over and over” [of under-representation of women in… pic.twitter.com/aZUcQkqIZG
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Woman Unknown racconta la storia di Marie, cameriera nel dopoguerra danese in procinto di sposare il vedovo per cui lavora. Per lei quel matrimonio rappresenta la possibilità di cambiare condizione sociale e diventare finalmente la signora della casa. A minacciare il suo futuro è però un segreto che potrebbe mandare ogni cosa in frantumi: una relazione con un soldato tedesco durante l’occupazione.
Nel presentare il film, la regista ha posto l’accento sulla condizione del corpo femminile, trasformato in terreno di controllo e in moneta di scambio durante i conflitti. Mentre il patriottismo si rafforzava e l’ipocrisia prosperava, il comportamento sessuale di quelle donne veniva considerato un’offesa all’identità nazionale. Per questo, individui e gruppi della società si sentirono autorizzati a punirle, giudicandole per le relazioni che avevano avuto.
Furono perseguitate, umiliate pubblicamente e condannate a uno stigma destinato a segnarle per tutta la vita. Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo: attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo, non si tratta di un fenomeno relegato al passato, ha sottolineato el-Toukhy, che con il premio in mano ha dichiarato: questo film parla del corpo della donna come campo di battaglia, e delle donne invisibili che non vengono viste e non hanno voce.
May el-Toukhy’s ‘WOMAN UNKNOWN’ has won the Golden Lion for Best Film at the Venice Film Festival. pic.twitter.com/tMr5KT3853
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La serata ha portato anche un secondo riconoscimento a Woman Unknown. Mathilde Arcel, interprete principale del film, ha ricevuto infatti la Coppa Volpi per la migliore attrice. Gyllenhaal ha precisato che il regolamento consente alla giuria di assegnare due premi allo stesso film quando il secondo riconoscimento viene deciso all’unanimità. Ed è proprio ciò che è accaduto in questo caso. La presidente ha voluto dirlo pubblicamente, per la stampa: Mathilde vi lascerà a bocca aperta.
L’altro titolo del concorso direttamente legato a una regista donna era NAZA, co-diretto da Rachel Szor e Yuval Abraham. Il documentario, dedicato al conflitto a Gaza, ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria, confermando il peso assunto dal film all’interno della competizione veneziana. Se proprio si voleva attribuire un premio dal forte significato politico, viene da pensare, il documentario sul genocidio in corso a Gaza avrebbe probabilmente avuto un impatto mediatico maggiore, contribuendo forse ad aprire qualche occhio in più su quanto sta avvenendo in Palestina.
Interrogata sul significato di quel riconoscimento, Gyllenhaal ha evidenziato soprattutto il coraggio e l’intelligenza dell’opera. A suo giudizio, uno degli aspetti più interessanti di NAZA risiede nel modo in cui il film utilizza le proprie scelte formali per riflettere sui sistemi che regolano e determinano la realtà raccontata. In questo senso, la presidente della giuria ha citato anche il lavoro di Kaouther Ben Hania, che avrebbe contribuito a farle comprendere più profondamente il rapporto tra la struttura del documentario e il concetto di sistema.
El palmarés del Festival de Venecia 2026: WOMAN UNKNOWN, de May el-Toukhy, da la sorpresa y se alza con el León de Oro.
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Gyllenhaal ha inoltre individuato una possibile affinità con La zona d’interesse di Jonathan Glazer, che è stato uno dei produttori di NAZA. Il paragone riguarda soprattutto il modo indiretto e non letterale con cui entrambi i film affrontano il funzionamento dei sistemi di morte. Sull’altro fronte, quello italiano, la giuria è uscita dal concorso senza premiare nessuno dei cinque titoli in gara: Succederà questa notte di Nanni Moretti, in concorso a Venezia dopo quarantacinque anni, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis e L’estranea di Paolo Strippoli.
A rispondere a chi ha chiesto conto dell’assenza degli italiani dal palmarès è stato Francesco Casetti, l’unico italiano al tavolo della giuria. Ha scelto di non minimizzare, e insieme di non alimentare la polemica. Il cinema italiano non è stato trascurato, ha spiegato. È entrato nelle discussioni, a volte anche in qualche battaglia. Quella italiana era una selezione molto importante, con tendenze anche emergenti, che a volte merita un minuto in più di considerazione.
Casetti ha assicurato che il cinema italiano è stato costantemente discusso. Ha anche ammesso di aver annoiato i suoi compagni di giuria cercando di spiegare certe cose che un italiano percepisce e magari uno spettatore internazionale no, chiedendo scusa di averli un po’ annoiati. I riconoscimenti al cinema italiano, quest’anno, sono arrivati per altre vie. Il Premio Pasinetti dei Giornalisti Cinematografici Italiani come miglior film italiano è andato a Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, con la statuetta per il miglior attore ad Adriano Giannini. A Vanessa Scalera è stato assegnato il Pasinetti per la miglior interpretazione femminile per Il fuoco che ti porti dentro.
“Ho dedicato questo premio a tutti i papà del mondo, qiuindi anche al mio e condivido questo premio con un giovane attore al suo debutto, Andrea Aggio (il giovane interprete, realmente disabile, che recita nel film ndr)”. Riccardo Scamarcio è raggiante per il premio vinto come… pic.twitter.com/qOHQrjbpjc
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Da Orizzonti, dove concorreva I figli della scimmia di Tommaso Landucci, sono arrivati due premi: la miglior sceneggiatura e la miglior interpretazione maschile a Riccardo Scamarcio. Più condivisibile appare il Gran Premio della Giuria assegnato a Possible Love di Lee Chang-dong, uno dei vertici del concorso. È un riconoscimento importante, ma lascia anche la sensazione di un premio di consolazione riservato a quello che, per profondità dello sguardo e controllo della forma, era probabilmente il film più compiuto dell’intero concorso.
Lee Chang-dong costruisce un racconto intimo e insieme politico, capace di attraversare le fratture della società sudcoreana senza trasformarle in una tesi da dimostrare. Il conflitto di classe non viene dichiarato apertamente, ma emerge dalla disposizione dei corpi negli spazi, dai silenzi, dalle esitazioni e soprattutto dal diverso diritto che i personaggi rivendicano di guardare e raccontare gli altri.
L’incontro fra una famiglia proletaria e una appartenente all’alta borghesia nasce dal progetto di realizzare un documentario sulla repressione di uno sciopero, ma l’apparente solidarietà rivela presto una forma più sottile di appropriazione. Lee Chang-dong osserva questa violenza senza mai esibirla, lasciandola sedimentare nei rapporti, nei silenzi e nei corpi, fino a uno dei finali più struggenti degli ultimi anni.
Lee Chang-dong’s “Possible Love” wins the grand jury prize at #Venice. https://t.co/Oc9XQNa4Tq pic.twitter.com/HfHKIsqs3L
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Altrettanto meritato è il Leone d’argento per la regia attribuito a Ilya Khrzhanovsky per DAU, probabilmente il gesto cinematografico più radicale e totalizzante visto al Lido. Nei suoi centonovantacinque minuti, il film trasforma la biografia del fisico Lev Landau in un’opera-mondo nella quale la libertà del pensiero scientifico si scontra con la macchina repressiva dell’ideologia sovietica. La regista di Woman Unknown aveva già fatto parlare per il messaggio che aveva lanciato attraverso il suo vestito.
L’articolo “Non ho nemmeno visto il film”: Maggie Gyllenhaal risponde alla polemica dopo il Leone d’oro proviene da ScreenWorld.it.

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