Roma, 14 set. (askanews) – “Siamo disposti a concordare standard globali vincolanti per la tracciabilità dei contenuti generati da AI, o lasciamo che il mercato decida da solo cosa debba contare come vero? Abbiamo bisogno di una bussola morale per non perderci e questa bussola non può che essere un ‘umanesimo tecnologico’ con l’uomo, i suoi diritti e i suoi bisogni, al centro. Ma l’umanesimo tecnologico non può rimanere un manifesto filosofico. Deve farsi azione politica. Se la verità è minacciata dalla post-verità, se l’algoritmo rischia di esautorare l’intelletto, se la macchina rischia di sostituire il lavoratore a tutti i livelli, abbiamo il compito di tracciare e difendere i confini di questa sovranità umana”. E’ quanto afferma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel testo – inviato a ‘La Stampa’ – del discorso tenuto nel confronto a porte chiuse sull’IA all’ultimo G7 di Évian-les-Bains.
“È un impegno comune che possiamo declinare su tre linee di faglia cruciali”, per Meloni, che al primo posto mette il lavoro. “Il reskilling è necessario, ma non sufficiente. C’è un problema che nessun programma di formazione risolve: se l’Ai sostituisce il lavoro su larga scala, gli Stati perdono le entrate con cui finanziano la loro stessa capacità di risposta. Chi perde il lavoro non paga contributi. Chi non lavora non versa imposte sul reddito. Tuttavia, il valore non scompare: si concentra nelle mani di un ristretto numero di soggetti. Si verticalizza. La domanda che pongo, qui, è: come si compensano questi squilibri? Quale è il potere che la politica può mettere in campo, e quale l’impegno che le grandi aziende possono assicurare?”
Il secondo tema è quello del “salto quantico dai semplici bot ai moderni Ai Agent” ovvero “agenti autonomi che pianificano, decidono e agiscono in sequenze che nessun essere umano ha supervisionato passo per passo”. Questi sistemi “sono già operativi in ospedali, banche, infrastrutture critiche. Quando uno di questi agenti causa un danno, e accadrà, chi è responsabile? Chi ha scritto il programma? L’azienda che lo ha venduto? Quella che lo ha applicato? L’utente che ha dato l’istruzione iniziale? La risposta onesta, oggi, è: nessuno. Ma se non siamo capaci di rispondere a questa domanda prima di dispiegare questi sistemi – e probabilmente è già tardi – stiamo costruendo una tecnologia che nessuno controlla e per cui nessuno sarà chiamato a rispondere”.
Infine “la tutela dei dati e della persona” partendo dalla domanda “come facciamo a sapere che un utente con il quale interagiamo online è una persona reale e non un profilo sintetico? Abbiamo il dovere di difendere la dignità personale da forme degradanti di manipolazione come i deepfake” con “sistemi di filigrana digitale e certificazione degli utenti che proteggano la verità dall’assedio della finzione”.
