Si torna a scuola: le novità di Valditara scalzano l’emergenza climatica

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Nelle nuove Indicazioni Nazionali sembra venire meno la volontà di educare alla complessità: la sostenibilità appare sistematicamente subordinata alla crescita economica e il rispetto dell’altro un parametro da autorizzare

Si riparte, come ogni settembre, con l’entusiasmo di chi crede ancora nel valore della scuola pubblica. Ma quest’anno il rientro in classe porta con sé tre novità sulle quali c’è molto da dire, perché disegnano un’idea di istruzione, e di società, che non è quella che vogliamo.

Partiamo dall’entrata in vigore dal 1° settembre delle nuove Indicazioni Nazionali alla scuola dell’infanzia e il primo ciclo, per le classi in ingresso. Un impianto che, dietro la retorica dell’”equilibrio tra conoscenze e innovazione”, insiste molto su identità, tradizione e memorizzazione, e poco su metodologie attive e pensiero critico, compiendo, a nostro avviso, un salto indietro rispetto all’apertura mentale e alla profondità delle indicazioni precedenti del 2012 e del 2018: al limite il problema della scuola era applicarle, non certo cambiarle nuovamente. In generale, e lo vedremo anche a proposito delle imminenti Indicazioni Nazionali per i Licei, sembra venire meno la volontà di educare alla complessità: si riduce, cioè, proprio quella dimensione formativa di cui ragazze e ragazzi avrebbero maggiormente bisogno per affrontare le sfide del presente, a partire da quella climatica.

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E questo si vede con chiarezza nella cornice dell’Educazione civica: il nucleo che un tempo era orientato allo sviluppo sostenibile è stato ridenominato “Sviluppo economico e Sostenibilità”, e l’Agenda 2030, un tempo riferimento esplicito, è oggi relegata a una nota a piè di pagina. Non è un dettaglio lessicale: nella struttura degli obiettivi, la sostenibilità appare sistematicamente subordinata alla crescita economica, come se si potesse ancora scegliere tra le due cose. Chi lavora ogni giorno con i dati sui rischi climatici sa bene che non è più questione di scegliere: i costi ambientali sono già costi economici, e lo saranno sempre di più. Continuare a insegnare il contrario, anche solo nella gerarchia con cui si presentano i concetti, è un errore grave.

La seconda novità è la Legge 104/2026 sul consenso informato per le attività scolastiche che riguardano l’educazione all’affettività e sessualità. Il provvedimento esclude questi temi da infanzia e primaria, e nelle secondarie li subordina a un consenso scritto dei genitori raccolto almeno sette giorni prima. Anche qui, il problema è di metodo oltre che di merito: si continua a trattare l’educazione alla relazione e al rispetto come un’opzione da autorizzare e in modo macchinoso, invece che come parte integrante della formazione della persona. Non stupisce che la norma abbia innescato un dibattito acceso: un comitato promotore ha lanciato un referendum abrogativo che in poche settimane ha già superato le 500mila firme con l’obiettivo di restituire alla scuola la possibilità di parlare di corpo, relazioni ed emozioni senza il filtro di un’autorizzazione preventiva, che potrebbe mancare proprio nelle famiglie che ne hanno più bisogno.

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La terza novità è il piano per l’intelligenza artificiale, che da quest’anno non è più terreno di sperimentazioni isolate ma entra a pieno titolo nel sistema: ogni scuola è chiamata a dotarsi di un Progetto Operativo IA per il 2026/27, mentre partono in questi giorni i primi percorsi formativi per il personale, dentro un investimento complessivo che sfiora i 200 milioni di euro. Anche qui, la direzione lascia perplessi: si insiste molto sulla personalizzazione degli apprendimenti e sull’alleggerimento del carico amministrativo, ma manca una visione pedagogica chiara su cosa significhi davvero un uso critico e sostenibile di questi strumenti. E nel dibattito pubblico manca quasi del tutto una riflessione seria sull’impatto ambientale di questi strumenti, il consumo energetico e idrico dei data center che li alimentano, proprio mentre si chiede alle scuole di adottarli su scala nazionale.

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Tre novità diverse, un unico filo conduttore: decisioni che non sembrano mosse da reali bisogni della scuola ma piuttosto dalla volontà di dare una pesante impronta culturale, calate dall’alto, con poco ascolto reale di chi la scuola la vive ogni giorno. E, ribadiamo una volta ancora, con la crisi climatica trattata come argomento laterale invece che come lente attraverso cui guardare tutto il resto: l’economia, la tecnologia, la società e la giustizia.