Nel 2026, il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, è festa nazionale per la prima volta. Gli ottocento anni dalla sua morte. Dalla fraternità del creato ai valori relazionali della natura: una lezione ancora attuale per affrontare la crisi ecologica e ricostruire la cooperazione tra i popoli
C’è un 4 ottobre destinato a entrare nella storia italiana. Nel 2026, per la prima volta, la festa di San Francesco d’Assisi è festa nazionale, in quanto patrono d’Italia. E proprio quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte del Poverello di Assisi, avvenuta la sera del 3 ottobre 1226. La nuova festività è stata istituita dalla legge n. 151 dell’8 ottobre 2025, entrata in vigore il 1° gennaio 2026. La norma richiama esplicitamente, nella figura di Francesco, valori come la pace, la fratellanza, la tutela dell’ambiente e la solidarietà. Non è quindi soltanto una ricorrenza religiosa: il 4 ottobre entra nel calendario civile del Paese come giornata legata a valori che riguardano la convivenza e il nostro rapporto con il mondo vivente. È un’occasione per tornare a interrogarsi su ciò che Francesco può ancora dirci. Non per trasformarlo in un ambientalista ante litteram, né per cercare nel Medioevo soluzioni ai problemi del XXI secolo. Ma perché il suo modo di guardare al mondo, attraversato da crisi socio-economiche, epidemie, conflitti e crisi ambientali, contiene una domanda che oggi torna con forza: possiamo cambiare il modo in cui pensiamo e abitiamo la Terra? Nel Cantico delle Creature Francesco chiama fratello il Sole e sorella la Luna, l’acqua e la Terra. Non è soltanto poesia. In quelle parole c’è l’idea che gli esseri umani non siano separati dal resto del vivente, ma parte di una comunità più ampia, dalla quale dipendono e verso la quale hanno responsabilità. Francesco non conosceva il funzionamento degli ecosistemi, il sistema climatico o i cicli biogeochimici. La sua forza sta altrove: nel modo di stare nel mondo. Non come padrone assoluto, ma come parte di una trama di relazioni che ci precede e ci supera.
La grande divisione
Il filosofo Bruno Latour ha parlato di La Grande Partage, la grande divisione, per descrivere una separazione profonda del pensiero moderno: da una parte la natura, oggetto di studio e di trasformazione; dall’altra la società, la politica e l’economia, considerate come mondi autonomi. Quella separazione ci ha aiutato a conoscere la realtà, ma ha anche alimentato un’illusione: che le nostre decisioni economiche e politiche possano essere prese senza fare i conti con le loro conseguenze sulla natura. Oggi questa illusione è sempre più difficile da sostenere. Cambiamento climatico, perdita di biodiversità, degrado degli ecosistemi e inquinamento non sono problemi separati dalla nostra società. Dipendono anche da come produciamo, consumiamo, utilizziamo le risorse e gestiamo i rifiuti. E da come definiamo ciò che chiamiamo progresso. La scienza ci consente di misurare questi fenomeni con una precisione impensabile ai tempi di Francesco. Ma conoscere non basta. Possiamo sapere quanto aumenta la temperatura, quante specie scompaiono o quanto inquinamento produciamo e, nello stesso tempo, continuare a seguire le stesse priorità. Per questo la crisi ecologica è anche una crisi culturale. Non richiede soltanto nuove tecnologie e nuove regole. Richiede un cambiamento di ethos: un diverso modo di intendere il nostro posto nel mondo e le relazioni che ci legano agli altri esseri viventi.
La natura vale anche per le relazioni che rende possibili
Una prospettiva utile arriva dal lavoro dell’Ipbes sui diversi valori della natura. La natura ha un valore intrinseco, che non dipende dalla sua utilità per noi; un valore strumentale, legato ai contributi che offre alle persone; e valori relazionali, che nascono dai legami di cura, appartenenza, identità, responsabilità e reciprocità che costruiamo con i luoghi e con il mondo vivente. È soprattutto quest’ultima dimensione a richiamare, in un linguaggio contemporaneo, qualcosa della sensibilità di Francesco.
Un olivo non è soltanto una risorsa agricola, un serbatoio di carbonio o una componente del paesaggio. Può essere memoria, identità, lavoro, cultura, legame tra generazioni. Un bosco non è soltanto legname o un insieme di servizi ecosistemici: può essere un luogo di esperienza, conoscenza, cura e appartenenza. Riconoscere questi valori non significa sostituire la scienza con il sentimento. Significa affiancare alla conoscenza dei processi naturali la comprensione dei legami che rendono quei luoghi importanti per le persone e per le comunità. E riconoscere che non tutto ciò che ha valore può essere tradotto in denaro.
La natura ha un valore intrinseco, che non dipende dalla sua utilità per noi
Da Francesco a Laudato si’
Questa esigenza di unire conoscenza e responsabilità trova una delle sue espressioni contemporanee più significative nell’enciclica Laudato si’, pubblicata da Papa Francesco nel 2015. Il richiamo al santo di Assisi non è soltanto nel titolo, preso dal Cantico delle Creature. È soprattutto nell’idea che la cura della Terra e la cura delle persone non possano essere separate. L’enciclica mette in relazione crisi ecologica, povertà, giustizia, responsabilità verso le generazioni future e bene comune. E lo fa mettendo in dialogo saperi diversi. Alla presentazione dell’enciclica, il 18 giugno 2015, intervenne anche Hans Joachim Schellnhuber, climatologo tedesco e fondatore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, chiamato a rappresentare le scienze naturali. La sua presenza mostrò concretamente quanto fosse importante il dialogo tra conoscenza scientifica e riflessione etica. La scienza ci dice cosa sta accadendo e quali sono i rischi. L’etica ci costringe a porre altre domande: quali responsabilità abbiamo? Chi sopporta i costi delle nostre scelte? Che cosa consideriamo una buona vita? Quali relazioni vogliamo conservare? Sono domande che ritroviamo, con linguaggi diversi, anche nella riflessione dell’Ipbes sui valori della natura.
Il richiamo al santo di Assisi non è soltanto nel titolo, preso dal Cantico delle Creature. È soprattutto nell’idea che la cura della Terra e la cura delle persone non possano essere separate
Dall’etica alle decisioni
Un nuovo ethos non può però fermarsi alle parole. Deve entrare nelle decisioni. Gli obiettivi internazionali sul clima, sulla biodiversità e sull’inquinamento richiedono conoscenze, investimenti, norme e istituzioni efficaci. Ma richiedono anche di riconoscere che le condizioni della vita sulla Terra non sono un interesse settoriale, da proteggere soltanto quando le altre priorità lo consentono. Questo vale per l’energia, l’agricoltura, le foreste, le città, i consumi e le filiere economiche. E vale anche per le relazioni tra i Paesi. Le crisi ecologiche non rispettano i confini. Le emissioni si accumulano nell’atmosfera, gli inquinanti viaggiano lungo fiumi e mari, le specie si spostano tra territori e giurisdizioni. Nessun Paese può affrontare questi problemi da solo. La cooperazione ambientale può allora diventare anche uno spazio per ricostruire fiducia, condividere conoscenze e riconoscere interessi comuni. Non cancella i conflitti e non risolve automaticamente le disuguaglianze, ma può creare obiettivi attorno ai quali negoziare responsabilità e solidarietà. Anche la pace, in questo senso, riguarda le condizioni ecologiche della nostra vita. Non è soltanto assenza di guerra: è anche la possibilità di non compromettere le basi dell’esistenza, scaricandone il costo sulle popolazioni più vulnerabili o sulle generazioni future. L’ottavo centenario del Transito offre dunque un’occasione particolare. Assisi, che custodisce la tomba di Francesco nella Basilica a lui dedicata, è al centro di un lungo calendario di iniziative culturali, religiose e istituzionali. Ma il significato di questa ricorrenza può andare oltre le celebrazioni.
Il 4 ottobre 2026 può diventare una domanda rivolta alla società italiana: quali valori vogliamo associare all’idea di progresso? Che cosa significa davvero prenderci cura della nostra casa comune? E quali relazioni vogliamo costruire tra le persone, i popoli e il mondo vivente? Francesco non ci offre soluzioni tecniche alla crisi ecologica. Ci ricorda però qualcosa che la complessità del nostro tempo rischia di farci dimenticare: non siamo fuori dalla natura e la libertà non significa sottrarsi alle relazioni da cui dipendiamo. Forse il cambiamento di ethos di cui abbiamo bisogno comincia proprio da qui: capire che prenderci cura della natura significa prenderci cura delle condizioni della nostra esistenza, delle altre forme di vita e delle relazioni che rendono possibile una società più giusta, cooperativa e pacifica. Non una rinuncia al progresso, dunque, ma una domanda su che cosa vogliamo davvero chiamare progresso.
