All’Orto botanico di Ome ben 400 specie vegetali, tra conservazione e conoscenza

Orto botanico Ome

Gli Orti botanici di Ome, in Lombardia, custodiscono un patrimonio genetico unico. Conservate oltre 400 specie arboree da tutto il mondo, utili anche alla formazione e alla ricerca scientifica

A Ome, in Franciacorta, un’area bonificata è diventata un Orto botanico che custodisce oltre quattrocento specie arboree provenienti da tutto il mondo. Lì, un tempo, sorgeva una discarica. Un progetto nato quasi trent’anni fa dalla visione del botanico Antonio De Matola, che ha fatto della conservazione delle specie minacciate una missione, portata avanti anche grazie a una rete internazionale. Le collezioni sono anche una risorsa per la ricerca scientifica, grazie alla collaborazione con l’Università degli Studi di Brescia. «Non volevo creare un giardino ornamentale, ma un luogo in cui conservare alberi che rischiano di scomparire. La Lista Rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) è il riferimento da cui partire per individuare le specie minacciate. Ogni albero che riusciamo ad accogliere a Ome rappresenta una possibilità in più per custodire questo patrimonio e renderlo disponibile alle generazioni future», spiega De Matola.

Dopo la bonifica dell’area, promossa dall’allora amministrazione comunale, il botanico propose di trasformarla in un luogo di conservazione articolato in due grandi collezioni sistematiche, dedicate alle querce (Quercus) e alle conifere (Pinophyta). La perdita di biodiversità, infatti, non riguarda soltanto il numero delle specie, ma anche la loro variabilità genetica, fondamentale per affrontare i cambiamenti climatici, i patogeni e le trasformazioni degli ecosistemi. Accanto alla tutela delle specie nei loro habitat originari, la conservazione ex situ, attraverso collezioni viventi, offre risorse per la ricerca, la formazione e la salvaguardia del patrimonio vegetale. Per De Matola, però, conservare non significa soltanto raccogliere e coltivare esemplari. Il progetto si fonda anche sulle persone che, nel corso degli anni, hanno contribuito a farlo crescere.

«Il mio compito è stato quello di curare e tessere relazioni. Botanici, vivaisti, ricercatori e viaggiatori hanno portato semi, talee e giovani piante dai loro Paesi, affidandoli a un luogo in cui potessero essere coltivati e conservati – continua l’esperto – Sono state le alleanze, le persone unite alla causa, a rendere questo progetto ciò che è oggi».

Le oltre quattrocento specie presenti a Ome sono il risultato di questa rete. Dietro ogni albero si intrecciano un viaggio, una collaborazione e un rapporto di fiducia, che hanno permesso a un orto botanico nato in un piccolo comune della provincia di Brescia di dialogare con università, istituzioni scientifiche e altre realtà botaniche italiane e straniere. Tra gli esempi più significativi c’è il Giardino dei Sopravvissuti, realizzato in collaborazione con Francesco Foletti, presidente del Kaki Tree Project Europe. Qui crescono la seconda, la terza e la quarta generazione dei discendenti del kaki sopravvissuto al bombardamento atomico di Nagasaki. Simbolo di pace e rinascita, queste piante sono diventate anche oggetto di osservazioni botaniche sulla continuità genetica e sulla capacità di adattamento della specie, nell’ambito delle sperimentazioni avviate da De Matola.

Orti Ome Mastinu e de Matola
Andrea Mastinu e Antonio de Matola agli Orti di Ome. Foto: S. Duci

Un altro percorso conduce alle montagne del Kirghizistan, dove sopravvivono le foreste originarie di Malus sieversii, progenitore selvatico del melo domestico. Averlo nell’Orto risponde a un preciso interesse scientifico.

«Le popolazioni selvatiche conservano una variabilità genetica preziosa, in parte ridotta nel corso della domesticazione, e possono custodire caratteri utili per studiare la resistenza ai patogeni, agli stress idrici e ai cambiamenti climatici – spiega De Matola – L’obiettivo è fare in modo che queste collezioni non siano soltanto un patrimonio da custodire, ma possano diventare una risorsa per chi studia le specie vegetali e la loro capacità di adattarsi».

Diversa è la storia che ha condotto il gruppo di ricerca nelle Highlands scozzesi, per raggiungere il tasso di Fortingall (Taxus baccata), considerato tra gli alberi più antichi d’Europa. All’origine del viaggio non c’era un progetto sperimentale, ma il desiderio di De Matola di osservare da vicino un organismo raro e straordinario per la sua storia. La visita ha offerto l’opportunità di effettuare un campionamento non invasivo sull’esemplare.

Il patrimonio degli orti è anche una risorsa per la formazione. Gli studenti universitari svolgono attività didattiche e di ricerca sul campo, dalle quali sono nate anche tesi di laurea. L’associazione che gestisce la struttura coinvolge inoltre persone impegnate in lavori di pubblica utilità, trasformando la cura delle piante in un’esperienza di responsabilità. E un sentiero collega il giardino al vicino ospedale, offrendo ai degenti uno spazio di contatto con la natura durante il percorso di cura.

«La sfida, oggi, è garantire continuità a questo lavoro, rafforzando le collaborazioni e coinvolgendo nuove competenze. Auspico che gli orti possano diventare sempre più un riferimento per lo studio delle specie minacciate, mettendo a disposizione di studenti e ricercatori un patrimonio botanico costruito in decenni di lavoro. Perché un albero conservato non è soltanto un esemplare sottratto al rischio di scomparire, ma anche un’occasione di conoscenza che può attraversare le generazioni», racconta De Matola.

È attraverso la ricerca universitaria che questo patrimonio trova nuove possibilità di studio. Il materiale raccolto sul tasso di Fortingall è stato portato al Dipartimento di Medicina Molecolare e Traslazionale dell’Università degli Studi di Brescia per l’analisi, nell’ambito di uno studio sui metaboliti secondari dei tessuti vegetali.

«Le strutture corticali del tasso rappresentano un importante serbatoio di metaboliti secondari», spiega il professore Andrea Mastinu, botanico e direttore scientifico degli Orti botanici di Ome. «L’identificazione dei profili terpenici e fenolici consentirà di approfondire i meccanismi di difesa della specie e le sue potenziali applicazioni farmacognostiche». I metaboliti secondari partecipano alle interazioni delle piante con l’ambiente e possono offrire indicazioni sui loro meccanismi di protezione e sulle sostanze che producono. «Il campionamento non invasivo consente di studiare un organismo di eccezionale valore naturale senza comprometterne l’integrità, mentre le analisi di laboratorio permettono di approfondire le caratteristiche dei tessuti vegetali e di individuare nuove domande di ricerca», spiega Mastinu. «Conservare le specie vegetali significa mantenere disponibile un patrimonio biologico che può aiutarci a comprendere come gli ecosistemi rispondono alle trasformazioni ambientali. La ricerca ci permette di leggere questi processi e di acquisire conoscenze indispensabili per affrontare le sfide poste dalla crisi climatica» chiosa il direttore.

Le analisi in corso rappresentano soltanto una parte delle attività scientifiche che coinvolgono gli Orti botanici di Ome. Sono diversi i progetti in fase di sviluppo e nuove spedizioni sono previste nel 2027, con l’obiettivo di ampliare le collezioni, consolidare le collaborazioni con gli enti di ricerca e continuare a studiare specie vegetali di particolare interesse per la conservazione della biodiversità.