Addio a un caso di abusivismo vecchio di oltre 40 anni, più di 550 metri quadrati del camorrista Salvatore Botta. Sulle pareti il diploma di “boss migliore al mondo”. L’intervento dell’Acer (agenzia regionale per l’edilizia residenziale). L’area tornerà pubblica e ospiterà un “monumento alla legalità
Questa volta l’abusivismo edilizio ha perso. Ed è quello pesante, frutto del potere camorrista e dell’incapacità, o peggio, delle istituzioni a ripristinare la legalità. Abusivismo vecchio di oltre 40 anni, quelli della megavilla, più di 550 metri quadrati del boss camorrista Salvatore Botta, detto “l’infermiere” esponente di spicco, il contabile del “cartello” Licciardi-Contini-Mallardo dell’Alleanza di Secondigliano contrapposta al clan Mazzarella, da tempo in carcere al 41bis. Ma la “famiglia” è ancora attivissima, come dimostra la recente inchiesta che ha svelato condizionamenti criminali nella gestione dell’ospedale San Giovanni Bosco. La vicenda della villa dimostra il loro potere.
Eppure in appena due ore è diventata un cumulo di macerie sotto i colpi delle “pinze” di grandi ruspe gialle e del riscatto che non gira la testa. Siamo nel rione San Francesco di Napoli, case popolari anni ‘50 realizzate sulla Collina di Capodichino, grazie ai fondi del programma ERP (European recovery program) meglio noto come Piano Marshall.
Doveva rispondere all’emergenza abitativa nella città di Napoli, la più bombardata d’Italia, ma nacque, come tanti altri insediamenti, senza servizi né attività produttive. Strada aperta per abusivismo edilizio e illegalità, degrado e abbandono, riempito dal potere camorrista. Al centro, occupando un’area pubblica, l’enorme villa abusiva realizzata in totale assenza di titolo edilizio più di 40 anni fa. Una prima richiesta di condono risale addirittura del 1986. Da allora altre richieste, l’ultima respinta nel 2025 e consegnata al boss in carcere, e poi ricorsi e controricorsi, e molte “amnesie”.

Ora l’area tornerà pubblica e, rimosse le macerie, ospiterà un “monumento alla legalità”. Nei grandi ambienti dominavano il lusso e la pacchianeria tipiche della camorra: pavimenti in marmi pregiati, vasche idromassaggio, caminetti, sauna, maxicucina, attrezzi da palestra, un garage con officina, cantina con oltre mille bottiglie delle migliori etichette, cassaforti blindate in quasi tutte le stanze, enormi lampadari, quadri e, appeso a un muro, perfino un diploma di “boss migliore al mondo” e un’altra scritta “Quando entrate salutate, quando uscite fatevi i cazzi vostri”. All’esterno un giardino con forno e barbecue. A riuscire finalmente a eliminarla è stato un lavoro di squadra attuato da Acer Campania, l’Agenzia regionale per l’edilizia residenziale, con il sostegno del Ministero dell’Interno, della Prefettura e della Questura di Napoli, della Procura, della Regione e del Comune. Davvero una “squadra Stato”, per combattere non solo questa battaglia.
L’abbattimento è, infatti, la “ciliegina sulla torta” di un progetto generale di risanamento abitativo e di legalità dell’intero rione grazie a un investimento di 42,6 milioni di euro del Fondo Complementare al Pnrr. Sono stati demoliti più di 600 manufatti abusivi che occupavano tutti gli spazi destinati a verde e servizi, anche con attività commerciali e artigianali e box auto. Oltre 100 alloggi occupati abusivamente sono stati liberati spontaneamente grazie al programma di accompagnamento, allontanando nuclei irregolari collegati a contesti criminali. Un intervento che ha interessato complessivamente 12 fabbricati, per un totale di 288 alloggi e altrettante famiglie: tre edifici sono stati demoliti secondo le previsioni iniziali, mentre altri tre sono stati demoliti e ricostruiti a seguito di criticità statiche emerse in fase operativa, “se non fossimo intervenuti sarebbero collassati”, sottolineano all’Acer. I restanti sei edifici sono stati interessati da interventi di ristrutturazione. Inoltre sono in via di realizzazione due edifici di nuova costruzione.
Ora l’abbattimento della villa del boss completa l’opera. Ma non è stato facile, come ricorda David Lebro, presidente dell’Acer. “Per troppo tempo si sono chiusi troppi occhi. Ora ci siamo riusciti perché abbia costituito una squadra che ha funzionato, un modello. Ha vinto lo Stato ma soprattutto ha vinto Napoli perché in questa azione nessuno ci ha sostituito”.
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