Caso Alpi-Hrovatin, nuovo esposto per depistaggio alla Procura di Perugia

Ilaria Alpi in Somalia

Nuovo capitolo sull’uccisione 32 anni fa a Mogadiscio dell’inviata del Tg3 e dell’operatore che l’accompagnava. Resta alto l’impegno per chiedere verità e giustizia

“Cosa devono aspettare ancora, che io me ne vada all’altro mondo? Così loro sono felici e contenti, archiviano tutto ed è finito tutto. La morte di Ilaria e di Miran, non esisteranno più”. Luciana Alpi, ha sfidato lentezze, risposte che non arrivavano, ostacoli, indifferenza, parole di circostanza e anche tante spudorate bugie ed offese. Quando cominciò ad avvertire che la malattia le stava portando via le ultime forze disse: “Quello che posso augurarmi è che nessun genitore debba soffrire così”. E poi aggiunse: “Spero tanto che quanti avrebbero dovuto dare risposte facciano un esame di coscienza”.

Luciana Alpi ci ha lasciato otto anni fa, mai rassegnata, andando avanti, nonostante soffrisse in modo indicibile, per quel terribile colpo inferto a lei e a Giorgio, il papà di Ilaria, alla famiglia di Miran. Le indagini sull’agguato in cui furono uccisi Ilaria Alpi, inviata del Tg3 e il telecineoperatore Miran Hrovatin, compiuto a Mogadiscio, in Somalia, sono appese, da anni, a un filo. La decisione del Giudice delle indagini preliminari: accogliere o respingere la richiesta di archiviazione del caso formulata, ripetutamente dalla Procura di Roma. Indagini che negli anni si sono mosse lungo sentieri pieni di cortine fumogene e “carte false”, nelle quali, spesso, sono comparsi personaggi che non cercavano la verità, ma volevano, piuttosto, seppellirla.

L’agguato a Mogadiscio nel 1994

Dall’agguato di Mogadiscio sono trascorsi 32 anni, ma Ilaria, e Miran non sono spariti. Sono ancora nel cuore e nella mente di tante persone che continuano a chiedere verità e giustizia, a battersi per ottenerle, continuano a tentare ogni strada.  Associazioni come “Articolo 21” e “Noi non archiviamo”, la Federazione Nazionale della Stampa stanno introducendo nuove iniziative per continuare questa battaglia. A cominciare dalla presentazione di un esposto in cui si chiede di indagare per individuare chi depistò le indagini sull’attentato di Mogadiscio. Non è certo facile, ma è la strada maestra per cercare di far luce sulle ragioni che portarono a decidere l’agguato, su chi lo ordinò e lo eseguì. La decisione di presentare l’esposto alla Procura di Perugia è legata ad una circostanza precisa: proprio a Perugia, in corte d’assise d’appello furono individuati elementi macroscopici del depistaggio. Elementi emersi nel corso del processo di revisione che accertò l’innocenza del somalo Hashi Omar Hassan, mettendo finalmente agli atti la confessione del suo connazionale Ahmed Alì Rage detto Gelle. Proprio Gelle – che aveva accusato Hashi di aver preso parte al delitto ed aveva poi lasciato l’Italia rifugiandosi in Inghilterra – a un certo punto aveva confessato di aver mentito in cambio di denaro ed altri vantaggi. Lo aveva fatto telefonando a un giornalista somalo della BBC che aveva registrato quella dichiarazione. Nulla di fatto. E questo fino a che Federica Sciarelli, alla guida della popolare trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto”, e la giornalista Chiara Cazzaniga non avevano rintracciato Gelle in Inghilterra. Gelle, intervistato da Chiara Cazzaniga confessa nuovamente di aver accusato Hashi Omar Hassan dicendo il falso e in cambio di denaro, ma aggiunge anche molti particolari.  Poi confermerà tutto anche nell’interrogatorio fatto dalla procura di Roma per rogatoria. Così parte il processo spostato per competenza a Perugia, dove la Corte d’appello raccoglie ulteriori importanti testimonianze.

Indagini da riaprire

“A questo ed altri fondamentali elementi che è possibile trovare nella sentenza della Corte d’appello di Perugia, che mette più volte nero su bianco la parola “depistaggio” non è stato dato seguito – spiega Giuseppe Giulietti, coordinatore dell’associazione “Articolo 21” e già presidente della Federazione Nazionale della Stampa – Noi abbiamo deciso di chiedere che sia ripresa questa strada presentando un esposto proprio a Perugia, perché si riaprano le indagini”. La lettura attenta delle 30 pagine di motivazioni della sentenza di Perugia, che nel 2016 finalmente assolve Hashi (cancellando i processi celebrati a Roma e la condanna a 26 anni di carcere di cui 16 scontati ingiustamente) fornisce numerosi elementi. Fatti utili per ricostruire passaggi importanti della vicenda che la corte definisce in più punti proprio così: depistaggi.

In 32 anni i punti interrogativi sulla conduzione delle indagini nel caso Alpi Hrovatin si sono moltiplicati, e si può proprio dire che tutto è cominciato fin dal momento in cui il corpo di Ilaria è arrivato a Roma. Sul caso è stata istituita anche una commissione parlamentare d’inchiesta. Nell’impossibilità di raccontare tutto quello che la commissione ha prodotto, diciamo, in estrema sintesi, che ha terminato i lavori senza una conclusione condivisa, con la maggioranza di centrodestra che ha classificato il duplice omicidio come risultato di una rapina o tentativo di sequestro finiti male e i parlamentari di opposizione che hanno contestato duramente questa ricostruzione. Il risultato? Tre relazioni: quella di maggioranza e due di minoranza.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Merca, in Somalia, pochi giorni prima del tragico agguato del 20 marzo 1994

Ma va ricordata una circostanza diventata materia di studio per i giuristi e che contemporaneamente pone alcuni interrogativi. La Commissione d’inchiesta Alpi-Hrovatin nel settembre 2005 si oppone alla richiesta della Procura di Roma di partecipare agli esami balistici e tecnici su un’auto Toyota, presentata agli organi di stampa, come “…quella a bordo della quale viaggiavano i due giornalisti al momento del loro assassinio, a Mogadiscio”. La Procura risponde al rifiuto della commissione parlamentare sollevando “conflitto di attribuzione” e presentando ricorso davanti alla Corte Costituzionale. La Corte esamina il caso e dà ragione alla Procura di Roma affermando che la Commissione (che nel frattempo aveva terminato i suoi lavori) aveva “violato il principio di leale collaborazione “che deve sempre esserci tra poteri dello Stato”. Così la Procura nel 2008 può finalmente dare il via ai suoi esami sull’auto. La perizia viene affidata all’ematologo Renato Biondo, della polizia scientifica, incaricato di esaminare la compatibilità delle macchie di sangue, accertare la presenza di Ilaria Alpi sulla Toyota e se, quindi, quella fosse effettivamente l’auto colpita nella sparatoria di Mogadiscio.

I dubbi sulla Toyota

A questo punto salta fuori una sorpresa.  Scrive il perito della Procura:Solo uno dei campioni ha permesso di estrapolare un profilo di Dna utile alla comparazione con il profilo ricavato da quello di Giorgio e Luciana Alpi. Tale profilo è prodotto da una commistione di Dna di almeno due tipi. Sono state effettuate le comparazioni con il profilo fornito dai genitori di Ilaria Alpi e anche in questo caso si esclude la compatibilità con il profilo fornito dai genitori”. Insomma, se come scrive il perito della Procura su quel pick-up Toyota non c’è il Dna di Ilaria Alpi, da dove viene l’automezzo impacchettato in Somalia, spedito in Italia e usato per esami balistici, per ricostruzioni e per studi disposti dalla commissione? Gli avvocati della famiglia Alpi letti i risultati degli esami ordinati dalla Procura parlano subito di ‘’pesanti dubbi” sul fatto che il pick-up Toyota sia effettivamente l’auto sulla quale furono uccisi l’inviata del Tg3 e Miran Hrovatin.

Il presidio di Legambiente e del Comitato di redazione del Tg3 il 20 marzo 2018 a Roma
Ma passiamo a un altro capitolo: in questi anni c’è chi ha fatto (e fa ancora) di tutto per nascondere la verità e chi, spudoratamente nega fatti al cospetto dell’evidenza. Ad esempio, c’è ancora chi nega che Ilaria e Miran fossero impegnati a documentare l’enorme mole di traffici che molti faccendieri spesso mascheravano dietro una parola magica: “cooperazione”. La Somalia, che di aiuto ne aveva bisogno – e tanto – era diventata punto di snodo di attività illegali in cui erano coinvolti imprenditori, trafficanti – italiani e non solo – settori dei servizi segreti e della politica. Pronti a difendere con qualsiasi mezzo interessi inconfessabili.  Di cosa si tratta? Di rifiuti e veleni. E questa non è un’invenzione, come testimoniano gli atti di una relazione approvata nel 2018 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo illegale dei rifiuti. Ma c’era anche il traffico di armi. Di un collegamento possibile tra la morte di Ilaria e Miran e il traffico di armi si parla già un anno dopo. Ad esempio, nel tg2 dossier “Le rotte della morte”, andato in onda il 25 giugno del 1995. Ma c’è ancora chi liquida il fatto che Ilaria si stesse occupando del commercio delle armi dicendo che si tratta di una “voce” o di semplici “congetture giornalistiche”. Sbagliato! Ilaria stava lavorando davvero, e molto seriamente, anche su questo. Lo chiariscono alcune dichiarazioni dell’ex magistrato di Venezia Felice Casson.

In due interviste – una a Rainews nel 2021 e l’altra al Tgr Rai del Friuli nel 2024 – Casson racconta di aver parlato con Ilaria prima della sua partenza per la Somalia. Il dottor Casson spiega di averla incontrata nel suo ufficio a Venezia, all’epoca in piazza San Marco, e di essersi reso conto che Ilaria era una giornalista molto seria e riservata. Ilaria Alpi, aggiunge l’ex magistrato, era molto interessata ai meccanismi che muovono i traffici internazionali di armamenti, ai protagonisti di quel grande mercato e al ruolo svolto dai servizi segreti”. Ilaria era consapevole di quanto fossero complessi quegli affari per questo aveva chiesto al magistrato dei chiarimenti e alcune informazioni. “L’accordo – aggiunge Casson – era quello di rivederci al ritorno da un viaggio che stava preparando, e però purtroppo non c’è più stata l’occasione”.

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