Eolico offshore, da Hormuz una lezione sulla sicurezza energetica dell’Italia

Immagine eolico offshore

La guerra in Iran ha riportato al centro dell’attenzione globale la vulnerabilità delle economie dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili. Al contrario di quanto dichiarato dal Governo, l’eolico offshore è una grande opportunità per l’Italia

di Ing. Luigi Severini, progettista di impianti eolici offshore

Le recenti dichiarazioni della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, secondo cui non sarebbe opportuno «addebitare agli italiani tecnologie non mature e caratterizzate da costi elevatissimi, come l’eolico offshore che da solo sarebbe costato oltre 200 euro per megawattora», hanno riacceso il dibattito sulla sostenibilità economica di questa tecnologia. L’osservazione ha suscitato comprensibile preoccupazione tra gli operatori industriali che negli ultimi anni hanno investito nello sviluppo di progetti di eolico offshore nel Mediterraneo. Si tratta infatti di investimenti rilevanti, spesso accompagnati da programmi di sviluppo industriale e portuale, e da aspettative significative per la crescita della filiera energetica nazionale. Ma proprio per questo motivo la questione merita di essere affrontata con uno sguardo più ampio, che tenga conto non soltanto del costo unitario dell’energia prodotta, ma anche del contesto geopolitico ed economico nel quale il sistema energetico italiano si trova ad operare.

Economie vulnerabili

Gli eventi delle ultime settimane offrono un esempio molto concreto. La guerra in Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, uno dei principali punti di transito dell’energia mondiale, hanno riportato al centro dell’attenzione globale la vulnerabilità delle economie dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili. Attraverso questo stretto passaggio marittimo tra Iran e Oman transita circa un quinto del petrolio mondiale, oltre a una quota significativa del commercio globale di gas naturale liquefatto. Quando un nodo strategico di questo tipo entra in crisi, gli effetti si trasmettono immediatamente ai mercati energetici internazionali. Per l’Italia, Paese con una delle più elevate dipendenze energetiche dall’estero in Europa, il tema non è affatto teorico. Il sistema economico nazionale importa ogni giorno circa un milione e mezzo di barili tra petrolio e prodotti raffinati e oltre 60 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno. Questa struttura rende inevitabile una forte esposizione alle oscillazioni dei prezzi energetici internazionali.

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Ecco i numeri

Basta un semplice esercizio per comprendere l’ordine di grandezza del problema. Un aumento del prezzo del petrolio di 50 dollari al barile – uno scenario tutt’altro che improbabile in una crisi geopolitica come quella attuale – comporta per l’Italia un aggravio economico superiore a due miliardi di euro in un solo mese. Analogamente, un aumento del prezzo del gas sul mercato europeo di 20 euro per megawattora determina un extra-costo di oltre un miliardo di euro al mese. In altre parole, un solo mese di shock energetico può costare all’Italia oltre tre miliardi di euro. Se si confronta questo ordine di grandezza con i costi associati allo sviluppo dell’eolico offshore, la prospettiva cambia. Il decreto FER2 prevede l’introduzione nel sistema energetico nazionale di 3,8 Gigawatt di eolico offshore, con una produzione stimata di circa 15 terawattora l’anno. Anche adottando ipotesi molto prudenti e ignorando completamente i benefici indiretti sul sistema energetico e industriale – come la riduzione della dipendenza dalle importazioni o gli effetti occupazionali – l’onere annuale della misura può essere stimato nell’ordine di circa un miliardo di euro l’anno. Il confronto è significativo. Un solo mese di shock sui combustibili fossili può equivalere a diversi anni di sostegno all’eolico offshore. Questo naturalmente non significa negare che l’eolico offshore galleggiante presenti oggi costi elevati. Lo stesso Ministro dell’Ambiente ha recentemente riconosciuto – anche alla luce delle osservazioni degli operatori e delle associazioni di settore – che la tariffa incentivante prevista dal decreto FER2, pari a 185 euro per megawattora, potrebbe non essere sufficiente per sostenere i progetti di eolico offshore flottante nelle condizioni industriali attuali. Proprio per questo la valutazione economica dell’eolico offshore non può limitarsi al prezzo iniziale dell’energia prodotta. Occorre considerare il suo effetto sull’intero sistema elettrico.

Tre fattori risultano particolarmente rilevanti.

Il primo riguarda la riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Ogni Gigawatt di capacità eolica offshore contribuisce infatti a diminuire strutturalmente l’esposizione del sistema elettrico alla volatilità dei prezzi internazionali del gas, che oggi continua a determinare il prezzo marginale dell’energia in gran parte del mercato elettrico europeo.

Il secondo interessa la stabilità dei costi di produzione nel lungo periodo. Una volta realizzato, un impianto eolico offshore presenta costi operativi bassi e soprattutto prevedibili per periodi di venti o trent’anni. Questa caratteristica introduce nel sistema elettrico una quota crescente di produzione con costi stabili nel tempo, riducendo l’incertezza complessiva del mercato energetico.

Il terzo concerne l’effetto sul mercato elettrico. Le fonti rinnovabili, caratterizzate da costi marginali molto bassi, tendono a ridurre il prezzo medio dell’energia nel mercato all’ingrosso. Questo fenomeno, noto in letteratura economica come “merit order effect”, è già stato osservato in numerosi paesi europei con una forte penetrazione di rinnovabili. In altre parole, una maggiore produzione di energia da fonti eoliche offshore contribuisce progressivamente a ridurre il prezzo medio dell’elettricità.

Questione di prospettiva

Il punto centrale, dunque, non è stabilire se l’eolico offshore abbia oggi un costo iniziale elevato. La questione riguarda piuttosto il ruolo che questa tecnologia può svolgere nel rafforzare la sicurezza energetica del Paese. Ogni Gigawatt di energia rinnovabile prodotto in Italia significa minori importazioni di combustibili fossili, minore esposizione agli shock geopolitici e maggiore stabilità del sistema elettrico nazionale. In un contesto in cui gli shock energetici non sono più eventi eccezionali ma fenomeni ricorrenti – dalla crisi del gas del 2022 fino alle attuali tensioni nel Golfo Persico – il sostegno iniziale alle tecnologie rinnovabili può essere interpretato non soltanto come un costo, ma come il premio di una polizza assicurativa contro la volatilità dei mercati energetici.

Ogni Gigawatt di energia rinnovabile prodotto in Italia significa minori importazioni di combustibili fossili, minore esposizione agli shock geopolitici e maggiore stabilità del sistema elettrico nazionale

Punti di crisi

La crisi dello Stretto di Hormuz ricorda ancora una volta quanto il sistema energetico globale dipenda da pochi punti critici geopolitici. Quando uno di questi nodi entra in crisi, l’effetto si trasmette immediatamente all’intera economia mondiale. In un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, costruire maggiore autonomia produttiva non rappresenta soltanto una scelta ambientale. È una scelta di politica economica e strategica e quindi la vera domanda per la politica energetica non è se possiamo permetterci l’eolico offshore. La domanda è molto più semplice – e molto più seria: quanto costa all’Italia non svilupparlo. E per il Governo italiano il nodo, dunque, non è decidere se finanziare o meno una tecnologia costosa ma è scegliere se continuare a pagare, in forma implicita ma ricorrente, il premio di rischio del gas, delle importazioni e della CO2, oppure pagare una volta sola il premio di avvio di una filiera nazionale che poi abbassa il costo marginale del sistema. La differenza è sostanziale. Nel primo caso, il Paese resta consumatore di tecnologia e importatore di prezzo. Nel secondo caso, diventa produttore di tecnologia, riduce l’esposizione alle fonti fossili, stabilizza il prezzo dell’energia, neutralizza la volatilità geopolitica e attiva una filiera che comprende acciaio, cantieristica, porti, ingegneria e manutenzione avanzata.

 

Ospitiamo volentieri questo intervento dell’Ing. Luigi Severini perché fa il punto su un punto cruciale: la qualità delle politiche energetiche viste sul fronte del medio e lungo periodo. Il mondo dell’energia ragiona e agisce in base ai cicli energetici dei singoli sistemi paese che osservano l’evoluzione strutturale su finestre di 10–30 anni per pianificazione, investimenti e scenari. E ciò, nonostante l’urgenza, non si osserva oggi in Italia, non solo sulle fonti rinnovabili, ma persino sul nucleare che è fortemente sostenuto dal Governo Meloni. Una versione estesa di questo articolo sarà pubblicata sul numero 2/2026 di QualEnergia.

Sergio Ferraris, direttore di QualEnergia
Francesco Loiacono, direttore di La Nuova Ecologia