Fossile è il canguro

Panorama aereo del parco eolico di Cape Bridgewater, Victoria, Australia

Su clima e rinnovabili per l’Australia è un salto mancato

di IVAN MANZO

In Australia, l’obiettivo di raggiungere entro il 2020 una quota del 20% di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili aveva innescato, nel decennio precedente, una fase di crescita del settore. Spinti da un quadro normativo favorevole, gli investimenti nel solare e nell’eolico erano aumentati rapidamente.

Tuttavia, una volta centrato il traguardo, la spinta si è affievolita: gli investimenti sono crollati e il settore ha iniziato a scontare una serie di criticità, dalle interruzioni nelle catene di approvvigionamento alle difficoltà infrastrutturali, rallentando così il passo della transizione energetica. Ciò ha contribuito nel 2022 al varo di un piano per l’espansione delle rinnovabili e per abbattere le emissioni climalteranti. Queste ultime, secondo i dati diffusi dal governo, sono state protagoniste di una forte riduzione nel corso degli anni. Non è però tutto oro quel che luccica: tra sviluppo delle rinnovabili, calcolo delle emissioni e potenziamento del settore fossile, l’Australia è oggi attraversata da profonde contraddizioni.

Emissioni in calo?

Secondo i dati diffusi dal governo, all’inizio del 2024 le emissioni di gas serra dell’Australia si erano ridotte di circa il 29% rispetto ai livelli del 2005, anno di riferimento per gli obiettivi climatici nazionali. Negli ultimi anni sono però tornate a crescere: all’inizio del 2024 i dati segnavano un più 2,1% rispetto all’anno precedente, +3% invece tra il 2022 e il 2023. Un po’ come avviene in altri Paesi – come quelli europei, Italia compresa –, un punto a sfavore della battaglia climatica viene segnato dal settore dei trasporti, dove le emissioni australiane sono aumentate del 20% rispetto al 2005, soprattutto a causa dell’utilizzo dei SUV e del trasporto merci su strada. Oggi gli australiani guidano quasi il doppio dei grandi veicoli rispetto a dieci anni fa.

Altra criticità riguarda le “emissioni fuggitive”. Sono, in sostanza, le perdite di metano e di altri gas serra generate dalle miniere e dai siti industriali. Le stime rivelano che sono aumentate del 10% dal 2005. Tuttavia, le ultime analisi globali sul tema, ci inducono a essere cauti su questa percentuale: i dati potrebbero essere sottostimati, soprattutto per quanto riguarda le fuoriuscite dalle filiere di gas e carbone. In questo contesto, appare positivo l’avvio di uno studio da parte del governo federale, finalizzato a migliorare i sistemi di rilevamento e monitoraggio.

Ma chi è responsabile di questa inversione di tendenza? Il governo laburista di Anthony Albanese, riconfermato alla guida del Paese il 3 maggio, ha puntato il dito contro la coalizione conservatrice all’opposizione. L’accusa è quella di aver ostacolato l’approvazione di politiche ambientali più ambiziose e incisive. Il partito oggi al governo, inoltre, rivendica alcune misure introdotte, come il “meccanismo di salvaguardia” per limitare le emissioni industriali e l’introduzione di “standard di efficienza” per incentivare l’acquisto di veicoli meno inquinanti.

Le proiezioni climatiche chiariscono però l’entità di questi provvedimenti: le emissioni derivanti da processi industriali e dai trasporti saranno nel 2030 solo leggermente inferiori ai livelli attuali.

Il trucco che “conta”

Il dato di lungo periodo – quel meno 29% – induce a bollinare come positiva la performance australiana in termini di riduzione delle emissioni. C’è però un grosso nodo da sciogliere. Per comprendere il reale peso della politica attuata dal “Paese dei canguri” sui gas climalteranti bisogna approfondire la controversa questione sollevata dal calcolo delle emissioni legato all’uso del suolo e delle foreste. Una vicenda che si rifà all’Accordo di Parigi, e prima ancora alle regole stabilite negli anni dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Facciamo dunque un “salto” indietro. Quando si stavano negoziando i termini del Protocollo di Kyoto, il Paese fece pressione per inserire nel negoziato quella che poi divenne nota alle cronache come la “clausola Australia”. Ciò portò a includere le emissioni derivanti dall’uso del suolo, dai cambiamenti nell’uso del suolo e dalla silvicoltura – LULUCF, acronimo di “Land Use, Land-Use Change and Forestry” – nella contabilizzazione degli inventari delle emissioni nazionali (inventari oggi conosciuti come NDCs, cioè impegni di riduzione delle emissioni, a seguito dell’Accordo di Parigi). Nel 2005, questo comparto – che per esempio comprende attività di deforestazione, riforestazione, variazioni nella copertura vegetale e stoccaggio di carbonio nei terreni agricoli – era responsabile della produzione di circa 75 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.

Nel 2022, secondo le stime ufficiali, la situazione si è capovolta: il settore assorbe circa 88 milioni di tonnellate di CO2, trasformandosi da “fonte” a “pozzo” di carbonio. Una variazione straordinaria che da sola spiega grossa parte della riduzione totale delle emissioni gas serra dal 2005 dell’Australia (Fig. 1).

Paris agreement inventory emissions

L’incertezza legata a questo genere di stime è però elevata ed è di sicuro meno affidabile di quella condotta su settori quali l’elettricità, l’industria o i trasporti. Inoltre, l’assorbimento del carbonio da parte dei suoli pone due questioni. La prima: non può essere un’attività considerata permanente. Siccità, incendi e inondazioni – fenomeni sempre più intensi con la crisi climatica – possono ribaltare in pochi mesi i bilanci positivi degli ultimi anni. E la seconda, forse ancor più problematica. I benefici sbandierati dalle emissioni assorbite da suolo e foreste rischiano di dopare i dati sul distacco dell’Australia dal settore dei combustibili fossili, questione cardine della lotta alla crisi climatica. Se si escludono i dati relativi a uso del suolo e foreste, la riduzione effettiva delle emissioni australiane dal 2005 è infatti di pochi punti percentuale: secondo l’Australian Institute più del 90% della riduzione delle emissioni australiane è contabilizzato come LULUCF. Il Paese, dunque, non sta effettivamente decarbonizzando la propria economia.

I piani del governo

Eppure, su clima ed energia non mancano le strategie. Nel 2022 il Parlamento australiano ha approvato il Climate Change Act, una legge che sancisce l’impegno del Paese sulla crisi climatica. Con questa norma, l’Australia è diventata la 27esima nazione al mondo ad aver fissato per legge l’obiettivo di neutralità climatica al 2050. Per centrarlo, la legge fissa un target intermedio di riduzione delle emissioni del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005, e prevede una serie di meccanismi di governance per garantire trasparenza e controllo sull’attuazione delle politiche climatiche. Sostenuto da svariati miliardi di dollari in investimenti pubblici e privati – oltre 20 miliardi al momento dell’approvazione -, l’esecutivo guidato da Anthony Albanese nel 2022 ha inoltre varato il piano denominato “Powering Australia”. Al centro del piano troviamo il “Rewiring the Nation”, che mira a trasformare la rete elettrica del Paese per sostenere la crescita delle fonti rinnovabili. L’obiettivo principale è aumentare il peso delle energie rinnovabili nel mercato elettrico nazionale fino all’82% entro il 2030. Per raggiungere questo traguardo, l’Australian Office of Financial Management del governo, nella guida rivolta agli investitori, riporta che è stato previsto un finanziamento di 224 milioni di dollari per l’installazione di 400 batterie comunitarie distribuite in tutto il territorio australiano, così da massimizzare i benefici derivanti dall’energia solare prodotta dai pannelli installati sui tetti.

Inoltre, sono stati previsti 102 milioni di dollari per la creazione di 85 “banche solari comunitarie” destinate alle famiglie che non possono accedere direttamente al fotovoltaico domestico. Con un investimento da 2 miliardi di dollari, troviamo poi il fondo “Household Energy Upgrades” per migliorare l’efficienza energetica delle abitazioni e delle imprese, riducendo i costi energetici e le emissioni di gas serra. L’obiettivo è duplice: aiutare le famiglie e le imprese a ridurre i consumi e promuovere la transizione attraverso interventi concreti sul patrimonio edilizio esistente.

Sul fronte della mobilità sostenibile l’obiettivo è incentivare una rapida diffusione dei veicoli elettrici rendendoli più accessibili e convenienti per i cittadini australiani. La strategia prevede anche la creazione e il supporto di un’infrastruttura per l’utilizzo quotidiano, accompagnata dall’istituzione di un fondo da 500 milioni di dollari dedicato a sostenere progetti e iniziative in questo ambito.

Un altro pilastro fondamentale della strategia è il “National Reconstruction Fund”, il fondo governativo da 15 miliardi di dollari pensato per rilanciare la base industriale del Paese. Di questi, fino a 3 miliardi saranno destinati a investimenti nel settore delle energie pulite, con particolare attenzione a settori chiave quali la produzione di turbine eoliche, la filiera delle batterie e dei pannelli solari, la modernizzazione delle industrie dell’acciaio e dell’alluminio, lo sviluppo di elettrolizzatori necessari alla produzione di idrogeno verde, nonché progetti legati alla bioenergia e alla biomassa. Infine, il piano comprende il finanziamento di soluzioni innovative di packaging per la riduzione dei rifiuti e per alimentare le pratiche virtuose legate all’economia circolare.

Da citare anche la “Critical Minerals Strategy”, con cui il governo intende puntare sulla valorizzazione delle risorse minerarie (litio, terre rare, cobalto, nichel). La strategia definisce il quadro d’azione per lo sviluppo del settore dei minerali critici, essenziali per le tecnologie a basse emissioni (batterie, turbine eoliche, pannelli solari e veicoli elettrici). Nel mese di ottobre 2023 il fondo dedicato è stato portato a quattro miliardi di dollari.

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Ripartono le rinnovabili

Il 2022 è stato dunque decisivo per le politiche climatiche del Paese. Dopo tre anni, l’Australian Energy Market Operator (il gestore dei sistemi dei mercati elettrici e del gas dell’Australia) rivela che la produzione di elettricità rinnovabile nel primo trimestre del 2025 ha toccato quota 43% nei cinque stati orientali e nell’Australian Capital Territory (ACT), il territorio federale dell’Australia. Il dato conferma che rispetto allo stesso periodo dello scorso anno c’è stato un aumento di produzione rinnovabile, nel 2024 la quota si attestava infatti al 39%. Questo aumento non è però dovuto solo alla crescita delle rinnovabili, ma anche a un minor utilizzo di gas nel settore e al calo della produzione di energia da centrali elettriche a lignite e carbone – molte a fine ciclo di vita -, mai così basso tra gennaio e marzo. La crescita delle rinnovabili nel mix elettrico dell’Australia appare ancora più chiara confrontando le singole tecnologie. Tra il primo trimestre 2024 e quello 2025 il fotovoltaico sui tetti ha prodotto il 16% di elettricità in più, oggi quattro milioni di case in tutto il Paese sono dotate di impianti solari.

I grandi impianti fotovoltaici hanno invece prodotto il 10% in più, mentre il settore eolico ha incrementato il proprio contributo del 18%. Un ruolo di primaria importanza l’hanno poi avuto le batterie, grazie agli accumulatori collegati alla rete la produzione di elettricità è aumentata infatti dell’86% da un anno all’altro. Ma non basta, se l’Australia intende seriamente raggiungere l’obiettivo dell’82% dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030 bisogna accelerare. Anche perché occorre soddisfare la crescita della domanda totale di elettricità: ha raggiunto un nuovo record nel primo trimestre 2025, principalmente a causa del maggiore utilizzo dei condizionatori da parte degli abitanti dell’Australia Meridionale, dove le temperature diventano sempre più roventi.

Contraddizioni climatiche

Nel mese di maggio 2025, l’Australia è tornata al centro dell’emergenza climatica globale: violente inondazioni hanno colpito diverse aree del Paese, causando la morte di almeno cinque persone e lasciando decine di migliaia di cittadini senza accesso a beni di prima necessità. Un bilancio drammatico, che si inserisce in un quadro sempre più preoccupante.

Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato pubblicamente che eventi meteorologici estremi come questi diventeranno «più frequenti e più intensi», riconoscendo la crescente vulnerabilità del territorio australiano agli impatti del riscaldamento globale.

Nel frattempo, la Grande Barriera Corallina – patrimonio naturale mondiale e simbolo della biodiversità marina – ha subito la sesta ondata di sbiancamento di massa dal 2016. Le recenti ondate di calore marine stanno compromettendo in modo irreversibile l’equilibrio dei coralli: gli scienziati avvertono che la frequenza crescente di questi eventi non consente agli organismi marini di rigenerarsi, portando l’ecosistema a un declino strutturale, con effetti a cascata sui settori economici legati alla pesca e al turismo. Oltre alle inondazioni e al collasso dei coralli, il Paese sta affrontando una delle peggiori siccità mai registrate nella sua storia recente. Un’emergenza che si somma ai devastanti incendi del 2019-2020, che con oltre 15 mila roghi hanno bruciato milioni di ettari di foreste, colpendo duramente le comunità locali e la fauna selvatica: tre miliardi gli animali sono stati uccisi, feriti o privati del loro habitat.

Di fronte a questi segnali allarmanti, sarebbe logico aspettarsi una decisa inversione di rotta, con una graduale ma netta uscita dall’uso di fonti fossili, in linea con gli impegni assunti nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Eppure, la realtà racconta, ancora una volta, una storia diversa. Proprio nel mese di maggio, il ministro dell’Ambiente Murray Watt ha approvato la richiesta della compagnia “Woodside Energy” di estendere fino al 2070 – ben 40 anni in più rispetto alla scadenza originaria – la durata di uno dei più grandi progetti al mondo di estrazione ed esportazione di gas naturale liquefatto. Si tratta della prima decisione ufficiale firmata da Watt dopo la sua nomina, avvenuta all’indomani delle elezioni. Il progetto si trova nell’Australia Occidentale, nella penisola di Burrup che ospita un sito sacro per le popolazioni aborigene, dove si trovano oltre un milione di incisioni rupestri (alcune risalenti a 50 mila anni fa), messe a rischio dall’inquinamento industriale. Sempre a maggio, il governo ha dato il via libera a un nuovo progetto da 2,3 miliardi di dollari, gestito dalla compagnia Santos, per l’estrazione di gas da carbone nel Nuovo Galles del Sud, una regione già duramente provata da siccità e incendi. La decisione segue un’altra approvazione concessa in aprile, ancora una volta alla compagnia Santos, per l’avvio di un progetto offshore legato al gas nel sito di Barossa, al largo delle isole Tiwi, nel Nord del Paese. Secondo le stime, la sola fase di costruzione della piattaforma emetterà oltre 270 milioni di tonnellate di CO2 in atmosfera.

Si potrebbe continuare con altri esempi ma il quadro è chiaro: l’Australia sta portando avanti una strategia energetica contraddittoria e incoerente, che rischia di allontanare in modo irreversibile il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti. A meno di non ricorrere, ancora una volta, a soluzioni contabili e compensazioni discutibili. Ma con la fisica del clima, ricorda la comunità scientifica, resta impossibile sedersi intorno per negoziare un nuovo, ennesimo, escamotage.

*segretario Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile ASviS

L’articolo è pubblicato su QualEnergia luglio-agosto 2025

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