Benefici ecosistemici e convivenza possibile con l’uomo. Le analisi degli esperti del Progetto Lince Italia
di Isabella Fraietta
Dopo 500 anni, il castoro euroasiatico (Castor fiber) torna a vivere nella foresta di Tarvisio (Udine). Già dal 2018 è stato osservato un nucleo riproduttivo che oggi è arrivato a raggiungere un totale di sei esemplari. Denominato “ingegnere della natura” per la sua capacità di modellare attivamente il territorio e di modificare l’andamento dei corsi d’acqua creando dighe e tunnel sotterranei, uno dei roditori tra i più grandi presenti in Europa arricchisce gli habitat naturali e favorisce la compresenza virtuosa di specie animali e vegetali.
L’ultimo rilevamento di castori risalirebbe al 1541, circa mezzo millennio fa. Nel Medioevo gli si dava la caccia per la pelliccia, le carni e il castoreo, prodotto oleoso delle sue ghiandole, utilizzato a fini curativi nella medicina antica e per altri usi in cucina o in profumeria, per il suo aroma simile alla vaniglia, questi i motivi del suo sterminio fino ai nostri giorni.

Il monitoraggio, avvenuto grazie al Progetto Lince Italia, di cui il ricercatore delegato è Renato Pontarini, è stato effettuato tramite osservazioni dirette, rilevazioni di segni di presenza sul territorio, come alberi rosicchiati e con un sistema di foto e video trappole. Il primo ripreso è Ponta (chiamato così proprio in onore del suo osservatore), che dal 2018 è rimasto solo fino al 2023, raggiunto poi da una femmina. Questa primavera sono nati due cuccioli, uno dei quali soprannominato Speedy, perché immortalato mentre nuotava velocemente. A questa “famiglia” si sono aggiunti altri due adulti, formando un nucleo che vive assieme nella conca dei Laghi di Fusine. «Nel Tarvisiano sono ritornati spontaneamente e naturalmente per espansione della popolazione austriaca», spiega Paolo Molinari, fondatore e coordinatore tecnico-scientifico del Progetto Lince Italia. L’animale si è spostato dalla regione della Carinzia, per poi risalire il fiume Gaul, poi Gailitz, Slizza e infine il Rio Bianco, giungendo nella valle dei Laghi di Fusine, dove si è stabilito. Il percorso non è privo di difficoltà, infatti il fiume è costellato di ostacoli artificiali, che rendono impervio il tragitto costringendo castori e altri animali come le lontre a uscire dall’acqua per poter proseguire.
Nonostante l’entusiasmo per l’evento, si pone ora un problema legato all’intervento umano sulla natura. «La recente comparsa di castori nell’Italia peninsulare – aggiunge Paolo Molinari – è, infatti, frutto di rilasci illegali. Non si ha idea dell’origine degli animali utilizzati per le liberazioni, del loro status sanitario e genetico. Inoltre, essendo rimasta l’azione del tutto impunita si è creato un pericolosissimo precedente secondo il quale altri pseudo naturalisti potrebbero decidere di liberare altre specie, senza cognizione di causa, provocando danni anche molto seri alla natura».
Convivenza possibile
Quello del castoro costituisce un “servizio ecosistemico” fondamentale. Le zone umide che esso crea diventano vere e proprie oasi naturali, incentivando la convivenza di numerose specie: lontre, libellule, uccelli, alcune specie di pesci, anfibi, rettili, invertebrati e perfino il gambero di torrente. Quest’ultimo, sensibile agli inquinanti e a rischio estinzione, funge da indicatore di salute per i fiumi rigenerati.
Inoltre, abbattendo alberi come salici, pioppi e ontani, fa anche da “selettore vegetale”: il conseguente aumento di luce e l’alterazione dell’umidità creano un ambiente fertile per erbacee o arbusti, piante acquatiche che altrimenti non prospererebbero. Le aree così “riprogettate” sorprendentemente diminuiscono anche l’inquinamento. Le zone umide, infatti, agiscono come scudo e assorbono gli inquinanti dispersi nell’ambiente. Nello specifico, le dighe rallentano il flusso delle acque, trattenendo le sostanze nocive che si depositano per sedimentazione. Inoltre, la vegetazione rigogliosa e i microorganismi associati funzionano da filtro naturale per il terreno, migliorando significativamente la qualità delle acque dolci.
«L’impatto naturale sull’ambiente – chiarisce Paolo Molinari – è verosimilmente buono, il resto non è dato di saperlo ancora, vedremo nel tempo. Non si conoscono quindi le conseguenze a lungo termine, tuttavia non c’è dubbio che questo costituisca un evento positivo per la biodiversità». Nonostante i numerosi benefici, si sono verificati dei conflitti con le attività umane. I principali problemi a livello locale sono legati a interferenze con i campi agricoli circostanti a causa di piccoli allagamenti, ma esistono strategie d’intervento e di mitigazione che rendono possibile la coesistenza di umani e castori. Infatti, le dighe, oltre a creare possibili inondazioni, possono anche prevenirle, se gestite nel modo giusto: rallentando il deflusso esse contribuiscono alla stabilità dei suoli e al mantenimento delle risorse idriche, così da tutelare anche da eventi ben più estremi come le alluvioni. Il Comune di Tarvisio è già all’opera, in accordo con il Servizio sistemazioni idraulico-forestali del Friuli Venezia-Giulia che con il Progetto Lince ha sviluppato un programma di intervento sul rio Prode e nella piana di Fusine volto a coordinare il flusso delle acque, ma anche a tutelare l’attività stessa del roditore e di altri animali, così come i siti protetti a breve distanza. Il ritorno del castoro nella foresta di Tarvisio è dunque un esempio di convivenza possibile tra uomo e animali selvatici.
