La perdita di biodiversità non è più un problema solo ambientale, ma i modelli di produzione attuali non si adeguano. Dalla governance ai saperi indigeni, l’ultimo rapporto Ipbes indica 100 azioni concrete per imprese, governo e società civile
A Manchester, in Inghilterra, si è tenuta la dodicesima sessione plenaria della Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici. Alla fine dei lavori, il 9 febbraio, è stato pubblicato il rapporto metodologico “Ipbes Business and Biodiversity” che rappresenta un passaggio chiave nel dibattito internazionale sul rapporto tra attività economiche, biodiversità e stabilità dei sistemi socio-economici.
L’assessment parte da una constatazione tanto semplice quanto strutturale: tutte le imprese dipendono dalla biodiversità e tutte le imprese esercitano un impatto sulla biodiversità, direttamente o lungo le catene del valore. Tuttavia, queste interazioni restano in larga misura invisibili nei processi decisionali economici, finanziari e politici globali.
Negli ultimi due secoli, la crescita dell’economia globale è stata senza precedenti: tra il 1820 e il 2022 il valore dell’economia mondiale è aumentato da 1,18 a oltre 130 trilioni di dollari. Questa espansione ha contribuito a miglioramenti significativi in termini di salute, sicurezza alimentare e riduzione della povertà, ma è avvenuta parallelamente a un declino accelerato della biodiversità e, per usare un’espressione che Ipbes preferisce a “servizi ecosistemici”, dei contributi della natura alle persone (nature’s contributions to people), compromettendo le basi ecologiche su cui poggia la stessa economia globale.
La perdita di biodiversità come rischio economico sistemico
Il nuovo rapporto Ipbes chiarisce che il declino della biodiversità non è più un problema settoriale o confinato alla sfera ambientale. La degradazione degli ecosistemi, oltre che generare minacce per le specie animali, vegetali e fungine, riduce la capacità della natura di fornire a noi servizi essenziali come la regolazione del clima e dell’acqua, l’impollinazione, la fertilità dei suoli, aumentando i rischi fisici, operativi e finanziari per le imprese e per i sistemi economici da cui dipendono.
Questi rischi sono sempre più riconosciuti anche dai principali forum economici internazionali, a cominciare dal World Economic Forum. L’assessment di Ipbes richiama evidenze secondo cui i rischi legati alla perdita di biodiversità figurano tra quelli con il maggiore potenziale di impatto nel prossimo decennio, insieme agli eventi climatici estremi e alla scarsità di risorse naturali. Inoltre, rischi climatici e rischi legati alla biodiversità tendono a interagire, amplificando effetti sociali ed economici e aumentando l’instabilità sistemica.
Un sistema economico che incentiva il “business as usual”
Nonostante questa crescente evidenza, le condizioni strutturali in cui operano le imprese continuano a favorire modelli di produzione e consumo incompatibili con la conservazione della biodiversità. Molti contributi della natura alle persone – in particolare quelli regolativi e non materiali – non sono adeguatamente riconosciuti nei prezzi di mercato. Di conseguenza, le imprese raramente sostengono i costi dei loro impatti negativi e, allo stesso tempo, non sono incentivate a generare benefici positivi per la natura.
Il rapporto evidenzia una profonda distorsione nei flussi finanziari globali: nel 2023, circa 7,3 trilioni di dollari di finanza pubblica e privata sono stati indirizzati verso attività con impatti direttamente negativi sulla natura, mentre solo 220 miliardi di dollari sono confluiti in attività di conservazione e ripristino della biodiversità. I sussidi pubblici ambientalmente dannosi sulla biodiversità e i benefici della natura alle persone, stimati in 2,4 trilioni di dollari – concentrati in settori come agricoltura, combustibili fossili, infrastrutture, pesca e silvicoltura – rappresentano una componente centrale di questo squilibrio.
Dipendenze e impatti: una relazione poco compresa
Il rapporto Business and Biodiversity mostra che le imprese tendono a comprendere meglio i propri impatti sulla biodiversità che le proprie dipendenze da essa. Queste ultime, tuttavia, sono spesso nascoste lungo le catene del valore e riguardano non solo input materiali, ma anche funzioni ecosistemiche fondamentali e contributi non materiali, come i valori culturali e ricreativi. La mancanza di dati localizzati, comparabili e accessibili limita la capacità delle imprese e degli investitori di valutare rischi e opportunità in modo accurato. Meno dell’1% delle imprese che pubblicano report fa oggi riferimento esplicito ai propri impatti sulla biodiversità, a conferma di una bassa integrazione di questi temi nella governance aziendale.
Oltre la diagnosi: oltre 100 azioni concrete
In questa prospettiva, l’assessment Ipbes non si limita a descrivere il problema, ma propone oltre 100 azioni concrete che possono essere intraprese da imprese, governi, attori finanziari e società civile per creare le condizioni di un cambiamento trasformativo.
Le azioni coprono cinque ambiti chiave di un “contesto favorevole”:
- Politiche, leggi e regolamenti, inclusa la riforma dei sussidi dannosi e l’integrazione della biodiversità nelle politiche economiche;
- Sistemi economici e finanziari, con strumenti per riallocare capitali verso attività positive per la natura e integrare i rischi legati alla biodiversità nelle decisioni di investimento;
- Valori sociali, norme e cultura, per superare una visione della natura come semplice risorsa;
- Tecnologia e dati, migliorando tracciabilità, trasparenza e accesso alle informazioni;
- Capacità e conoscenze, rafforzando competenze, governance aziendale e integrazione dei saperi indigeni e locali.
Tra gli esempi concreti figurano: l’introduzione di obiettivi di biodiversità nella governance aziendale, la valutazione sistematica degli impatti lungo le catene del valore, l’uso di scenari per anticipare rischi futuri, la riforma degli incentivi fiscali e finanziari e il rafforzamento dei meccanismi di rendicontazione e trasparenza.
Un contributo agli obiettivi globali
Il rapporto si inserisce pienamente nel più ampio sforzo internazionale per l’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, degli Obiettivi di sviluppo sostenibile e dell’Accordo di Parigi. Il messaggio di fondo è chiaro: la tutela, il ripristino e l’uso sostenibile della biodiversità non sono un costo accessorio, ma una condizione essenziale per la sostenibilità economica e sociale di lungo periodo.
In assenza di un cambiamento delle regole del gioco, il rischio è che la perdita di biodiversità continui a erodere silenziosamente le fondamenta dell’economia globale. Al contrario, un “contesto favorevole”, in cui confluiscono un insieme coerente di politiche pubbliche, regole, incentivi economici, sistemi finanziari, valori sociali, dati, tecnologie e competenze, può trasformare imprese e istituzioni finanziarie in attori centrali di una transizione verso un sistema economico più resiliente, equo e sostenibile, capace di allineare, senza modificare il contesto in cui le imprese operano, ciò che è economicamente conveniente per le imprese con ciò che è positivo per la biodiversità e per la società nel suo complesso, e viceversa.
Creare condizioni favorevoli può allineare la redditività con risultati positivi per natura e società, trasformando imprese e istituzioni finanziarie in agenti di cambiamento verso un’economia più giusta e sostenibile. Questo contesto può emergere solo attraverso un’azione congiunta di governi, sistema finanziario, società civile, Popoli Indigeni, comunità locali e delle imprese stesse.
