L’attore tedesco che hai visto ovunque, ma di cui non sapevi il nome: chi era Udo Kier

Il cinema europeo e internazionale perde uno dei suoi volti più iconici e riconoscibili. Udo Kier, attore tedesco dalla carriera straordinaria che ha attraversato oltre 200 produzioni in sei decenni, è morto domenica mattina in un ospedale di Palm Springs, California. Aveva 81 anni. L’annuncio è arrivato dal suo compagno, l’artista Delbert McBride, che non ha specificato le cause del decesso. Per molti, Kier era quel volto che compare nei film d’autore, quello che riconosci immediatamente anche se non ricordi mai il nome. Un caratterista di culto capace di rubare la scena con una sola occhiata, di trasformare personaggi secondari in presenze indimenticabili. La sua faccia affilata, quegli occhi penetranti, quell’accento mitteleuropeo inconfondibile: elementi che hanno fatto di lui uno dei più grandi interpreti di personaggi ambigui, sinistri, fascinosamente perturbanti del cinema contemporaneo.

Nato a Colonia nel 1944, in una Germania ancora segnata dalla guerra, Kier viene scoperto quasi per caso quando è ancora adolescente. È a Londra, dove studia, che il veterano produttore e regista britannico Michael Sarne intuisce il suo potenziale. La carriera decolla presto: il suo vero trampolino di lancio è Mark of the Devil di Michael Armstrong, un horror che negli anni Settanta fa parlare di sé per la sua violenza esplicita. Ma sono gli anni Settanta a consacrarlo definitivamente. Diventa il volto perfetto per il cinema trasgressivo e visionario dell’epoca: Paul Morrissey e Andy Warhol lo vogliono nei loro adattamenti camp e provocatori di Frankenstein e Dracula, riscritture pop che sovvertono i classici dell’orrore gotico. Con Dario Argento recita in Suspiria, capolavoro horror italiano che ancora oggi definisce l’estetica del genere. E poi c’è Rainer Werner Fassbinder, gigante del nuovo cinema tedesco, che lo dirige in diversi film incluso il dramma nazista Lili Marleen del 1981.

Parallelamente, inizia quella che diventerà la collaborazione più duratura e significativa della sua carriera: quella con Lars von Trier. Il primo incontro è nel 1987, per un film tv intitolato Medea. Da lì, una partnership artistica che attraversa decenni e alcuni dei titoli più importanti del cinema europeo contemporaneo: Epidemic, Europa, The Kingdom -Il regno, Le onde del destino, Dancer in the Dark, Dogville, Melancholia, Nymphomaniac. Von Trier trova in Kier un interprete totale, capace di incarnare quella vena di provocazione e disagio esistenziale che caratterizza il suo cinema. Agli Stati Uniti arriva grazie a Gus Van Sant, che lo sceglie per Belli e dannati nel 1991, il film con River Phoenix e Keanu Reeves che esplora i margini della società americana con poesia visiva e dolore punk. Van Sant lo richiamerà altre volte, in Cowgirl – Il nuovo sesso e Don’t Worry. Ma Kier non disdegna nemmeno l’industria hollywoodiana più commerciale: lo troviamo in Ace Ventura con Jim Carrey e nel vampiresco Blade con Wesley Snipes, dimostrando una versatilità rara.

Quello che colpisce, scorrendo la sua filmografia, è la varietà: film d’autore europei, horror di serie B, blockbuster americani, cinema sperimentale, commedie demenziali. Kier non ha mai fatto distinzioni snob tra alta e bassa cultura cinematografica. Per lui contava il progetto, il regista, il personaggio. Questa apertura gli ha permesso di lavorare ininterrottamente fino agli ultimi giorni, accumulando crediti che raccontano mezzo secolo di storia del cinema. Il suo ultimo film è The Secret Agent di Kleber Mendonça Filho, regista brasiliano acclamato dalla critica internazionale e in corsa per la stagione dei premi. Proprio Mendonça Filho ha voluto ricordarlo su Instagram con parole che ne catturano l’essenza: “Udo Kier, sempre ricordato. Non ci sarà mai, mai un’altra persona e artista come Udo Kier. Che senso dell’umorismo, che buon gusto, che gioia di vivere. Che fortunati siamo stati.

Perché alla fine era questo il segreto di Kier: non si prendeva mai troppo sul serio, pur essendo serissimo nel suo mestiere. Sapeva che recitare era anche divertimento, gioco, maschera. Poteva passare da un personaggio drammatico e complesso in un film di von Trier a una parte macchiettistica in una produzione di genere senza battere ciglio, portando in entrambi la stessa professionalità e intensità. Il cinema perde un volto unico, una di quelle presenze che bastano pochi secondi sullo schermo per lasciare un segno. In un’industria sempre più dominata da franchise e star system prevedibile, Kier rappresentava qualcosa di diverso: la libertà artistica, il coraggio delle scelte, la fedeltà a una visione del cinema come arte popolare e colta insieme. Oltre 200 film sono lì a testimoniare una carriera che non ha conosciuto pause né compromessi al ribasso.

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