Roma, 25 mar. (askanews) – Niente ‘federatori’ o ‘papi stranieri’, Elly Schlein manda un messaggio chiaro a tutti, nel suo partito e al resto della coalizione. La scelta del leader della coalizione, per la segretaria Pd, è questione che non può essere decisa da ‘tavolini’ o ‘caminetti’, magari provando a lanciare appunto un terzo nome tra i ‘due litiganti’, cioè lei e il leader M5s Giuseppe Conte. La sortita del presidente 5 stelle sulle primarie ha imposto un dibattito che in ogni caso sarebbe stato difficile rimandare dopo la vittoria del ‘no’ al referendum, tanto più mentre si torna a parlare della possibilità di un voto anticipato. La sfida per la leadership è ufficialmente aperta, la Schlein e Conte sono in campo e adesso diventa fondamentale non commettere errori per evitare lotte fratricide che sprechino il vantaggio accumulato con il voto sulla riforma Nordio.
La leader Pd continua a mostrarsi cauta sul metodo da usare, e del resto l’accelerazione di Conte non è piaciuta in casa democratica. “Poteva aspettare un paio di giorni”, commentava un parlamentare Pd lunedì sera, quando a spoglio delle schede ancora in corso il leader M5s aveva già lanciato le primarie. La leader Pd ripete il suo mantra, lasciando di fatto aperte due soluzioni: “Ci metteremo d’accordo su una modalità e sono fiduciosa che troveremo l’accordo anche su questo. Si può fare l’accordo come fa la destra e scegliere che guida chi prende un voto in più alle elezioni. Oppure ci sono altre modalità, come le primarie a cui sono disponibile”.
L’ipotesi del ‘voto in più’, va da sé, significa di fatto che la leader sarà lei, a meno di imprevedibili e improbabili sorpassi del Movimento 5 stelle sul Pd alle elezioni. Ma in casa democratica, di fatto, si ragiona già sui gazebo, si parla di ottobre-novembre – voto anticipato permettendo – e i ‘tecnici’ sono già al lavoro per gestire una corsa con più candidati ‘veri’ che finora non c’è mai stata. Perché è chiaro che un conto sono primarie per incoronare un leader che è già stato scelto e accettato da tutti i partner della coalizione, altra cosa è una sfida vera, con l’incognita di milioni di elettori ai gazebo.
“Le primarie le abbiamo portate noi in Italia, sappiamo come farle”, chiosa un parlamentare dem. Innanzitutto, questa volta dovrebbe essere previsto un ballottaggio, perché ragionevolmente i candidati saranno più di due e non è affatto scontato che qualcuno superi il 50%. Oltre a Schlein e Conte si sono già fatti avanti Ernesto Ruffini e Alessandro Onorato e anche Matteo Renzi aveva assicurato che ci sarebbe stato un candidato della ‘Casa riformista’. Con il ballottaggio si potranno costruire accordi a tavolino tra i candidati, con patti di convergenza a favore di chi dovesse arrivare all’eventuale secondo turno. Un meccanismo che dovrebbe, almeno sulla carta, evitare sorprese.
Silvia Salis si è tirata fuori dalle primarie, per ora, e Dario Franceschini è andato personalmente a sincerarsi delle intenzioni della sindaca di Genova. Ma l’ex ministro dei Beni culturali non si è limitato a questo, raccontano che da settimane sta sondando tutti i potenziali ‘sfidanti’ per la leadership, come Giuseppe Sala e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, così come si starebbe dando da fare per capire le intenzioni dei riformisti più insofferenti come Graziano Delrio, per assicurarsi che non ci siano uscite dal Pd. Ci sono poi i rumors incontrollati su possibili ‘papi stranieri’, come quelli su Franco Gabrielli, o ipotesi di ‘ federatori’ come Pier Luigi Bersani e la stessa Salis che, a quanto pare, avrebbe spiegato proprio all’ex ministro di essere contraria alle primarie, ma senza escludere una sua disponibilità per il ruolo di ‘federatrice’.
Un tourbillon che rischia di sfuggire di mano, se non gestito con accortezza. Anche per questo padri nobili come Romano Prodi e Walter Veltroni hanno suggerito di non cominciare dalle primarie, ma dalla costruzione della coalizione e del programma. Un percorso che dovrebbe aiutare a incanalare nella direzione giusta spinte che altrimenti rischiano di diventare centrifughe. La Schlein, appunto, fissa intanto un paletto chiaro: no ai ‘federatori’, dice cercando di restringere il campo a due sole ipotesi. La partita è appena iniziata, ma molto dipenderà anche da quello che deciderà di fare Giorgia Meloni sulla legge elettorale e sulla prosecuzione della legislatura.
