Da diversi anni, quando si parla di fatti di cronaca legati a Milano, spesso si cita il bosco di Rogoredo, uno dei tanti “non luoghi” delle nostre città. Il bosco è infatti noto per lo spaccio e per la presenza di consumatori di droga. Rogoredo, spesso è al centro di vicende legate al degrado e alla cronaca più cruenta. Non ultimo l’episodio di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della Polizia arrestato per aver ucciso lo spacciatore Abderrahim Mansouri.
Il bosco di Rogoredo
Il Fai, il Fondo per l’Ambiente Italiano, descrive cosa è il parco ora, dove si trova e cosa potrebbe diventare grazie ad un progetto a cui sta lavorando con il Comune di Milano: “Nella zona sud-est di Milano (quartieri Porto di Mare e Rogoredo), vicino all’abbazia di Chiaravalle e al comune di San Donato Milanese, si estende un’area boschiva che solo in minima parte è stata attrezzata a parco pubblico”.
“Alberi ad alto fusto sono cresciuti nell’area che agli inizi del ‘900 era stata designata per ospitare il porto che doveva collegare Milano al Po e quindi al mare. Oggi quel bosco è diventato un grande ritrovo di spaccio di ogni tipo di sostanza stupefacente, è diventato il ‘boschetto della droga’. Bande di tossici girano per i quartieri, bivaccano nella stazione ferroviaria e nella stazione della Metro Rogoredo. Quella che potrebbe trasformarsi in un’oasi naturalistica per i cittadini è oggi un’ampia area off-limits. Tanti sono gli sforzi del comune di Milano, di associazioni di cittadini, di Onlus”.
“Ho passato più di un anno al ‘Boschetto della droga’”
Sonia Bergamo, una ricercatrice della facoltà di Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale Applicata all’università di Milano Bicocca, nel 2019 ha raccontato di aver passato diverso tempo all’interno del bosco con lo scopo di svolgere là una ricerca che poi ha parzialmente riportato in un articolo pubblicato su Vice con il titolo “ho passato più di un anno al ‘Boschetto della droga’ di Rogoredo”. Il suo racconto descrive perfettamente quello che accade all’interno del bosco della periferia milanese: “La prima volta che sono entrata nel boschetto (…) ero con un operatore della Croce Rossa—gli spacciatori si fidano solo di loro, perché hanno tutto l’interesse a far sì che nessuno muoia”.
“Prima di guadagnarmi la fiducia dei consumatori ho dovuto trascorrere 35 giorni in affiancamento con gli operatori (…) [che forniscono] l’unico servizio di riduzione del danno presente. Ho sempre rivelato il motivo della mia presenza, quindi non sono mai riuscita a parlare con gli spacciatori, al massimo con le vedette che fanno parte del complesso sistema di protezione intorno allo spaccio”.
La Bergamo racconta ancora: “Contrariamente a quanto sostiene la stampa, di numeri non si può parlare con precisione. Nemmeno le forze dell’ordine, che sono lì quotidianamente, hanno dati certi. Posso dire che 500 persone al giorno è una stima ragionevole. Ma potrebbero essere molte di più, perché c’è un consistente pendolarismo del consumo da tutta la Lombardia e dalle regioni limitrofe. Per quanto possa sembrare strano intraprendere un viaggio in treno per comprare una dose, il motivo è molto semplice: non ci sono prezzi così bassi in tutto il nord Italia. Una punta, ovvero 0,1 grammi di eroina, costa anche meno di cinque euro, un grammo si aggira intorno ai 20-30 euro. La cocaina, a sua volta, ha dei prezzi che vanno dai 60 agli 80 euro al grammo”.
“La città fa tutto per non sapere”
Rogoredo è un lembo di territorio metropolitano che ogni tanto subisce qualche retata. Il bosco viene spesso anche parzialmente bonificato restando però una terra di nessuno. Roberto Cornelli è un docente universitario e coordinatore dell’Osservatorio per la promozione di politiche di sicurezza democratica. Sul Corriere della Sera, in un articolo pubblicato oggi e firmato da Chiara Evangelista e Giampiero Rossi, spiega che “la città fa di tutto per non sapere. Chi ci passa si chiude bene nell’auto, accelera e se ne va”. Per Cornelli “la città continua a fabbricare disuguaglianze, ne crea sempre di nuove e si illude di rimuoverle con l’esclusione”.
“Milano rinuncia storicamente al controllo del territorio”
Sempre nello stesso articolo del Corriere, Nando Dalla Chiesa, professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata a La Statale, racconta che Milano “storicamente rinuncia al controllo del territorio”. La questione non riguarda solo il bosco di Roveredo ma anche altre zone come ad esempio il vicino quartiere Corvetto. Per Dalla Chiesa, “la legalità deve esserci dappertutto, non soltanto nelle zone ricche del centro, bisogna essere presenti, non lasciare sole le persone che sono costrette a subire l’illegalità. Poi si sposta altrove? Non è un buon motivo per non far sentire la pressione che disturba quegli affari”.
“Queste persone non sono invisibili, sono dimenticate”
Sul Corriere c’è anche un altro punto di vista. Si tratta di quello di Simone Feder, psicologo ed educatore che dal 2017 incontra i ragazzi di Rogoredo insieme a un gruppo di volontari. Feder spiega che “queste persone non sono invisibili, sono dimenticate. Non serve un approccio repressivo, è tutta gente che ha una storia, ha una sofferenza dentro. A che serve reprimere? Bisogna intervenire sulle droghe e non sui tossicodipendenti”.
L’articolo Rogoredo, perché questo bosco della periferia milanese è diventato un “non luogo” proviene da Blitz quotidiano.
