Il 22 e 23 marzo si terrà il referendum confermativo sulla legge voluta dal governo Meloni, che riforma 7 articoli della nostra Carta in tema di giustizia. Ecco perché ci siamo schierati
Il 22 e 23 marzo siamo chiamati a votare un referendum sulla legge che modifica, in tema di giustizia, diversi articoli della Costituzione. È una materia difficile per i non addetti ai lavori, ma se la riforma dovesse passare avrebbe ripercussioni sulla vita di tutti noi. I temi della giustizia sono al centro delle politiche di Legambiente da sempre. Fin dalla nostra nascita ci siamo impegnati per conquistare leggi sulla difesa dell’ambiente e della salute, per poi ricorrere alla giustizia per farle rispettare. Non potevamo, insomma, non prendere posizione: l’abbiamo fatto schierandoci per il “no”. Sono sette le modifiche alla Costituzione e le abbiamo considerate nel loro complesso, avendo chiaro che la riforma inciderebbe sull’equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ciò che serve è far “funzionare” la giustizia, con risorse, personale e potenziamento tecnologico. Non depotenziare l’autonomia della magistratura. Trattandosi di una legge costituzionale, in questa consultazione referendaria non ci sarà bisogno di un quorum: basterà un solo voto per confermare o meno le modifiche. Sta a noi capire la posta in gioco. Ci facciamo aiutare dal professore Giovanni Bachelet, presidente del comitato Società civile per il no.
Perché si è sentita l’esigenza di costituire un comitato? Quali le ragioni del no?
Lo scorso ottobre, quando era chiaro che neanche nel quarto e ultimo passaggio parlamentare il governo avrebbe consentito emendamenti al progetto di modifica della Costituzione, sindacati e associazioni che avevano già condiviso in tutto o in parte altre iniziative referendarie, e anche singoli cittadini, hanno deciso di dar vita al comitato Società civile per il no nel referendum costituzionale: per condividere con i loro aderenti la consapevolezza della posta in gioco e l’importanza di andare a votare “no”. Cgil, Acli, Arci, Libera, Anpi, Articolo 21, No Bavaglio, Pax Christi e più di altre cinquanta associazioni. Ma anche il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi; Gherardo Colombo, magistrato in pensione che nel 1981 scoprì e neutralizzò, insieme al collega Turone, uno “Stato parallelo” complice di attentati e stragi, la P2, e che nei primi anni ’90 fu parte del pool di “Mani pulite”; Benedetta Tobagi, giornalista e scrittrice; Roberto Zaccaria, professore di Diritto costituzionale ed ex presidente Rai. E molti altri. Queste associazioni e queste persone hanno formato un comitato, al quale si è unita anche Legambiente, per far conoscere il vero contenuto della modifica costituzionale. Per ammissione degli stessi proponenti, non una giustizia più rapida ed efficace e nemmeno la separazione delle carriere fra magistrati requirenti e giudicanti, ma la demolizione del Consiglio superiore della magistratura: l’indebolimento del potere giudiziario a favore di quello politico.
Nella legge di riforma è ribadito che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Lei, al contrario, ha appena detto che la ritiene una minaccia proprio per l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati? Da dove nasce questo cortocircuito?
Indipendenza e autonomia della magistratura da ogni altro potere continuerebbero a essere proclamate anche nel nuovo art. 104 della Costituzione. Tuttavia, va ricordato che lo stesso si legge anche nelle costituzioni della Russia, della Turchia, del Venezuela, della Corea del Nord, perfino dell’Iran degli ayatollah… Il relatore in Assemblea Costituente degli articoli 104 e 105, il senatore a vita Meuccio Ruini, sosteneva che solo nell’articolo 105 si trovano “i quattro chiodi” che fissano concretamente l’indipendenza e l’autonomia della magistratura proclamate nell’articolo precedente. Sono i poteri di nomina, promozione, trasferimento e autodisciplina, prerogative del governo prima e durante il fascismo, che l’Assemblea Costituente attribuiva invece al Consiglio superiore della magistratura (Csm) per mettere l’ordine giudiziario al riparo dalla “ingerenza di ogni futuro ministro della giustizia”. Il nuovo articolo 105 di Nordio smantella invece il vecchio Csm spezzandolo in tre organismi, nessuno con tutti e quattro i “chiodi”. Questo, oggettivamente, indebolisce il potere giudiziario rispetto a quelli esecutivo e legislativo, rispetto alla “politica”.
Che cosa direbbe a un nostro lettore per convincerlo ad andare a votare “no”?
Che la posta in gioco non è una bega fra magistrati e governo o magistrati e avvocati. Non è neppure la stabilità del governo o l’esito delle elezioni, è la tenuta della nostra Costituzione: l’equilibrio dei poteri conquistato con il sangue dei partigiani e conservato anche per il sacrificio di sindacalisti, giornalisti, politici, poliziotti, carabinieri e di tanti magistrati caduti sotto i colpi del terrorismo e della mafia nei decenni successivi. Per quasi ottant’anni la Costituzione, anche attraverso la magistratura, ha difeso i tuoi diritti nella salute, nel lavoro, nell’istruzione, nella diversità sessuale, nella protezione dell’ambiente. Ora tocca a te difendere la Costituzione. Vota “no”!
