Roma, 28 mag. (askanews) – Ottanta anni fa, in Italia, milioni di donne entrarono per la prima volta in una cabina elettorale. Era la prima volta che la voce delle donne valeva anche agli occhi dello Stato e le donne italiane risposero in massa, sostenendo lunghe code – a cui erano abituate dagli anni dei razionamenti alimentari della guerra – per recarsi a votare.
“Stringevano in mano le schede come biglietti d’amore” ha scritto la giornalista, scrittrice, femminista Anna Garofalo, ricordando così il clima di quel 2 giugno 1946 e finendo citata in diversi interventi, durante la seduta di oggi dell’aula della Camera. Una ricorrenza, quella del voto alle donne, celebrata con toni molto diversi tra maggioranza e opposizioni, tra le proteste con cartelli sulla parità di genere del Movimento Cinquestelle, l’omaggio di Fratelli d’Italia alla “sua” premier, la sinistra che chiama alla lotta al patriarcato, la Lega che bolla come “orrenda” la schwa, il simbolo del linguaggio inclusivo.
“Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome”: è ancora Anna Garofalo, citata dalla capogruppo Dem Chiara Braga che, a sua volta, avverte: “I diritti non sono mai conquistati per sempre”. Allora, nel giugno del ’46, “le donne uscirono dalle pareti domestiche in cui il fascismo le aveva chiuse tornando protagoniste e partecipi”. Oggi, “molto è stato fatto grazie alle battaglie delle donne, ma sappiamo che molti altri capitoli devono essere scritti perchè persistono diseguaglianze inaccettabili”, insiste Braga, “stereotipi” e “una violenza fisica e verbale” che in Italia continua a colpire troppe donne.
“Oggi abbiamo il dovere di dire che quella conquista non è compiuta, c’è il diritto formale di partecipare ma non quello di decidere – osserva Francesca Ghirra, deputata di Avs – basta vedere che in quest’aula la presenza femminile è poco più del 33%” e alle ultime elezioni comunali ci sono state “solo nove candidate sindache su 77 candidati sindaco nei capoluogo di provincia”. Insomma, conclude Ghirra, “il patriarcato non è un residuato folcloristico del passato ma qualcosa di vivo. Una donna autorevole viene definita aggressiva, mentre un uomo viene definito determinato”. In questa legislatura, prosegue Gilda Sportiello del Movimento Cinquestelle, “per la prima volta, la presenza delle donne è calata, nei consigli comunali siamo circa 3 su 10, solo il 15% delle donne è sindaca. Non lo vogliamo subire questo sistema di potere: il patriarcato. La nostra presenza sembra essere tollerata e mai messa al centro”. Al termine dell’intervento di Sportiello le deputate e i deputati del M5S espongono in aula cartelli per chiedere una vera parità di genere.
Dai banchi della maggioranza l’omaggio del partito di maggioranza relativa è tutto per la sua leader. E’ la deputata di Fratelli d’Italia Grazia Di Maggio a ricordare che “una donna è arrivata alla guida del governo, Giorgia Meloni, cresciuta da una madre sola, in un quartiere popolare di Roma, militante fin da ragazzina, in un’area politica in cui tutto era più difficile, non per concessione, non per delle quote ma perchè gli italiani l’hanno votata”. E se l’azzurra Patrizia Marrocco osserva che “la democrazia funziona meglio quando uomini e donne partecipano insieme alla vita della Repubblica”, la deputata del Carroccio Simonetta Matone rievoca i tempi bui, anche per le donne, del fascismo, ricordando, da ex magistrato, quando le donne non potevano amministrare la giustizia perchè “le sentenze avrebbero profumato di sugo e non potevano essere emesse durante il ciclo mestruale: questo si diceva, questo era il livello del dibattito”.
Ma, attenzione, avverte Matone, “la parità non passa per le o che diventano a, per l’orrenda schwa o attraverso le sceneggiate che abbiamo visto in Parlmento, bensì per una società che cancelli violenza e femminicidi”. E’ sbagliato per Matone “immettere nel nostro occidente modelli familiari inaccettabili” perchè la parità “passa attraverso la condanna del vero patriarcato che impera nell’altra metà di mondo e di cui non parliamo mai”.
