Il primo anno di papato di Leone XIV: “La pace nasce dentro il cuore”

Papa Leone XIV

A dodici mesi dalla sua elezione a San Pietro, l’8 maggio Prevost ha fatto visita a Pompei e Napoli. Lanciando più volte un appello contro le guerre e  “un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana”

Quando papa Leone XIV si è affacciato l’8 maggio sulla piazza di Pompei a un anno esatto dalla sua elezione avrà pensato all’altra piazza, quella di San Pietro, dove aveva salutato con “Pace a voi” la folla in attesa del successore di papa Francesco. Un cammino nuovo iniziava per lui, un impegno non da poco, essere papa dopo Francesco, confortato da quella fiducia che il pontefice argentino gli aveva espresso più di una volta e, ovviamente, dall’aiuto dello Spirito Santo. La promessa agli inviti di andare nella cittadina all’ombra del Vesuvio era subito partita e, devoto a Maria, il papa aveva accettato. In piazza a Pompei la folla, per la prima visita italiana di Leone, era incuriosita e felice di vedere il papa americano. Alle sue spalle, la scritta Pax sulla monumentale facciata, sottolineava quel saluto così presente nel suo pontificato.

L’auspicata “Pace disarmata e disarmante” era subito tornata alla mente di vaticanisti e media, considerandola un programma di governo più attuale di quanto mai si potesse pensare. La guerra in Ucraina e poi il Venezuela, Cuba, il Sudan, dove le armi, la violenza e la fame ammazzano quotidianamente, sono al centro dei messaggi di Leone XIV, centri di sofferenza che il suo predecessore aveva descritto come “terza guerra mondiale a pezzi”, e poi ovviamente la Palestina, l’Iran e il Libano. Una crisi internazionale dove gli appelli alla pace sono saliti di intensità giorno dopo giorno.

Solo il giorno prima Leone aveva ricevuto il segretario di Stato americano Marco Rubio, un incontro voluto dal rappresentante Usa per ricucire gli attacchi che Trump ha ripetutamente rivolto a papa Prevost, un inedito episodio che pone il presidente Usa come maggiore voce critica del pontificato di Leone XIV. A parte il comune suolo di nascita la differenza dei due, anche nei regali scambiati, è apparsa lontana. Leone XIV ha donato a Rubio una penna di legno d’ulivo, ‘la pianta della pace’. Il segretario di Stato Rubio ha regalato al Pontefice un piccolo pallone da football in cristallo.

A Pompei il pontefice, dopo il saluto agli ammalati, ha celebrato la messa nella piazza dedicata a Bartolo Longo. “Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del ’79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana”, ha spiegato Prevost nell’omelia, indicando l’impegno per i poveri e i carcerati messo in opera dall’avvocato pugliese canonizzato dallo stesso papa americano. Nella giornata dedicata al Rosario non è mancato l’appello alla pace. “Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore”, ha sottolineato ricordando le tensioni internazionali e “un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana”.

Nel pomeriggio il papa si è recato in elicottero a Napoli per l’incontro con il clero nel duomo, con le comunità degli stranieri presenti in città e i napoletani. Accompagnato dal cardinale Mimmo Battaglia, dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e da Roberto Fico, il presidente della Regione, nell’ultima tappa nella spettacolare piazza del Plebiscito tra musica, saluti e testimonianze sul volontariato, ha tenuto un discorso per niente oleografico ma realista, rivolto alle ombre e alle aspirazioni della città posta nel cuore del Mediterrano. “Napoli vive oggi un drammatico paradosso: alla notevole crescita di turisti fatica a corrispondere un dinamismo economico capace di coinvolgere davvero l’intera comunità. La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico. In molte zone si scorge una vera e propria geografia della disuguaglianza e della povertà”.

Le povertà, le scarse prospettive di lavoro, la carenza di strutture adeguate e di servizi, sono le cicatrici in cui la società deve saper ricucire per mettere a frutto un lavoro di integrazione e attenzione. Papa Leone non ha dimenticato anche qui la violenza: “L’azione pervasiva della criminalità, il dramma della disoccupazione, la dispersione scolastica e altre situazioni che appesantiscono la vita di molte persone”.

Dinanzi a queste realtà, che talvolta assumono dimensioni preoccupanti, ha concluso Prevost, “la presenza e l’azione dello Stato è più che mai necessaria, per dare sicurezza e fiducia ai cittadini e togliere spazio alla malavita organizzata. In questo contesto, sono tanti i napoletani che coltivano il desiderio di una città riscattata dal male e guarita dalle sue ferite”.