Pesticidi, in Veneto migliaia in marcia contro l’agricoltura chimica

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Dalla protesta nei territori del Prosecco ai dati del dossier di Legambiente, cresce l’allarme per la presenza di multiresiduo nei cibi e per gli effetti dei fitofarmaci sulla salute umana, sulla biodiversità e sugli ecosistemi. L’associazione: “Ridurre i pesticidi”

Migliaia di persone sono tornate in piazza, ieri, tra Cison di Valmarino (Tv) e Follina, per la marcia “Stop Pesticidi”, un corteo che da anni attraversa i territori del Prosecco e che continua a denunciare un modello agricolo intensivo fondato sull’uso massiccio della chimica. Non una protesta simbolica, ma una mobilitazione sempre più ampia che mette insieme cittadini, famiglie, associazioni, comitati, medici, ambientalisti e agricoltori che chiedono una trasformazione profonda dell’agricoltura. Al centro della manifestazione la richiesta di fermare l’espansione incontrollata dei vigneti del Prosecco, che continuano ad avanzare fino ai margini delle abitazioni, delle scuole e dei parchi pubblici, con trattamenti fitosanitari effettuati spesso a pochi metri dalle persone.

Una richiesta precisa riguarda infatti l’istituzione di fasce di rispetto di almeno 50 metri tra aree coltivate e luoghi abitati, mentre in molte zone oggi la distanza reale si riduce a pochi metri. Una questione che non riguarda soltanto il paesaggio, ma la salute pubblica, la qualità dell’aria, dell’acqua e dei suoli.

Il tema torna con forza anche nei dati contenuti nel dossier “Stop pesticidi nel piatto” di Legambiente, che fotografa una situazione ancora da attenzionare. Secondo il rapporto, la metà dei campioni di cibi da agricoltura convenzionale risulta priva di residui (50,94%), mentre quasi il 48% contiene tracce di uno o più fitofarmaci. Il 17,33% presenta un solo residuo, mentre il 30,26% multiresiduo. Una criticità tutt’altro che marginale, considerando che l’effetto cocktail continua a sfuggire al perimetro della normativa europea sull’utilizzo dei pesticidi: le autorizzazioni restano calcolate sostanza per sostanza, come se l’esposizione reale non fosse quasi sempre combinata.

La frutta si conferma il comparto più problematico: tre campioni su quattro (75,57%) contengono multiresiduo e il 2,21% risulta non conforme, con frequenti superamenti dei limiti di legge. Nei prodotti orticoli la situazione è migliore, ma resta complessa: residui nel 40,17% dei casi, sebbene con non conformità limitate (1,03%). Meglio i prodotti trasformati (32,89% con residui).

Tra le sostanze più rilevate compaiono insetticidi e fungicidi di uso diffuso – Acetamiprid, Boscalid, Pirimetanil, Azoxystrobin, Fludioxonil – mentre diversi casi emblematici raccontano la persistenza di molecole tossiche e vietate come peperoni italiani con Tetramethrin (non più autorizzato dal 2002) o il ritrovamento di DDT in campioni di patate e zucchine, simbolo storico della contaminazione persistente.

«Questi dati ci dicono che non è sufficiente rispettare i limiti di legge. L’obiettivo deve essere ridurre drasticamente l’uso dei fitofarmaci, attraverso una legislazione europea e nazionale e modelli produttivi capaci di proteggere ecosistemi e salute dei cittadini. Da questo punto di vista è fondamentale tutelare le popolazioni che vivono nelle aree maggiormente esposte agli effetti dell’agricoltura intensiva, introducendo regole chiare sulle distanze tra centri abitati e coltivazioni. Il multiresiduo presente negli alimenti resta una minaccia ancora sottovalutata, soprattutto quando parliamo di bambini e fasce più vulnerabili della popolazione, ed è un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. Occorre mettere al bando il glifosato per i suoi effetti dannosi sulla salute umana e sulla biodiversità, favorire una drastica riduzione dei fitofarmaci utilizzati e approvare urgentemente una legislazione specifica sia a livello europeo, con il regolamento SUR, sia a livello nazionale attraverso il nuovo PAN», dichiara Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente.

Secondo Gentili, la crisi climatica sta già mettendo in forte difficoltà il settore agricolo, tra siccità, eventi estremi, perdita di fertilità dei suoli e proliferazione di insetti alieni favorita dall’aumento delle temperature. Continuare a rispondere a questa fragilità aumentando l’utilizzo della chimica rischia però di aggravare ulteriormente il problema.

«La risposta non può essere aumentare la deriva chimica come se fosse l’unica soluzione possibile. Significa spingere il sistema in un vicolo cieco. Occorre invece favorire senza indugi misure capaci di ridurre gli input chimici in agricoltura e incentivare in maniera significativa l’agricoltura biologica», sottolinea.

Per Legambiente è inoltre necessario approvare al più presto il nuovo PAN, il Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, strumento normativo italiano la cui ultima stesura risale al 2014 e che definisce le misure necessarie per ridurre i rischi derivanti dall’utilizzo dei pesticidi per la salute umana e per l’ambiente.

La marcia “Stop pesticidi” ha riportato al centro anche il tema del regolamento europeo SUR, il Sustainable Use Regulation, il dispositivo comunitario nato per ridurre l’utilizzo dei pesticidi in coerenza con le strategie del Green Deal europeo e della strategia From Farm to Fork. Il regolamento prevedeva obiettivi vincolanti di riduzione dei fitofarmaci entro il 2030, ma il suo iter si è progressivamente arenato sotto le pressioni delle lobby agrochimiche e delle proteste di una parte del mondo agricolo europeo. Una frenata che per associazioni come Legambiente rappresenta un grave arretramento rispetto agli obiettivi climatici e sanitari fissati dall’Unione Europea.

Nel mirino di Legambiente anche la proposta di modifica del pacchetto europeo Omnibus sulla sicurezza alimentare e dei fitofarmaci, considerata dall’associazione un arretramento rispetto al principio di precauzione che finora ha garantito elevati standard di tutela per salute e ambiente. Secondo l’associazione ambientalista, rendere illimitate le autorizzazioni dei prodotti fitosanitari rischierebbe di indebolire il sistema europeo di controlli e revisioni periodiche, lasciando sul mercato sostanze potenzialmente tossiche per tempi indefiniti.

Tra le richieste avanzate dal movimento “Stop Pesticidi” torna inoltre il tema del glifosato, erbicida tra i più utilizzati al mondo e da anni al centro di un acceso dibattito scientifico e politico. Gli ambientalisti chiedono che venga definitivamente superato e messo fuori legge, accelerando la transizione verso modelli agroecologici e biologici capaci di ridurre drasticamente la dipendenza dalla chimica di sintesi.

Dal dossier “Stop pesticidi nel piatto” di Legambiente emerge inoltre che l’87,7% dei campioni provenienti da agricoltura biologica analizzati risulta completamente privo di residui. Solo un caso è risultato irregolare, probabilmente riconducibile al fenomeno della deriva dei pesticidi dalle aree limitrofe. Un dato che, secondo l’associazione ambientalista, conferma come i sistemi agricoli a basso input chimico rappresentano già oggi un modello efficace, competitivo e sempre più necessario da sostenere e diffondere.

Un’agricoltura diversa è già possibile e praticabile, se sostenuta da politiche pubbliche coerenti, investimenti, ricerca e filiere in grado di garantire reddito agli agricoltori senza scaricare i costi ambientali e sanitari sulla collettività.