Legambiente, Greenpeace e Wwf Italia rispondono alla lettera di 44 attivisti su paesaggio e rinnovabili

"Stop fossili, start rinnovabili" l'appello di Legambiente all'Oasi dunale di Paestum

Vittorio Sgarbi, Corrado Augias e altri hanno firmato una lettera aperta che accusa le associazioni ambientaliste di difendere anche i progetti più inaccettabili per le rinnovabili, distruggendo il paesaggio italiano. Greenpeace, Legambiente e Wwf Italia: “Rinnovabili unico antidoto”

“Nessuno, e men che mai le nostre tre associazioni ambientaliste, pensa di “bruciare la Gioconda” per produrre energia. Ma mentre discutiamo di questa immagine provocatoria, l’Italia e l’Europa stanno vivendo, ancora una volta, anche quest’anno, giorni segnati da temperature estreme, città roventi, rischi crescenti per la salute, il lavoro, l’agricoltura e la vita quotidiana delle persone”.

Così si apre la lettera che Legambiente, Greenpeace e Wwf hanno inviato in risposta all’appello scritto da 44 uomini e donne della cultura italiana, tra cui Corrado Augias, Vittorio Sgarbi, Stefano Allavena, Paolo Crepet, Giuliano Ferrara e Anselma Dell’Olio, che li accusano di “sacrificare pezzi interi dei paesaggi italiani approfittando dei timori causati dall’avanzare della crisi climatica” e di “difendere anche i progetti più inaccettabili” sostenendo il mercato dell’energia rinnovabile.

Proprio con la domanda provocatoria “Sareste disposti a bruciare la Gioconda per ottenere energia?” infatti, i firmatari dell’appello, tra cui uomini e donne della cultura, intellettuali e giornalisti, hanno scritto alle tre associazioni ambientaliste prendendo di mira gli sforzi compiuti per far procedere la transizione energetica, che invece sarebbero in balia di interessi economici delle multinazionali. Secondo i promotori dell’iniziativa, “le associazioni stanno offrendo il proprio sostegno a mega impianti per la produzione di energia rinnovabile promossi da grandi gruppi finanziari” di fatto rovinando il patrimonio naturale italiano.

Chiara Campione di Greenpeace, Stefano Ciafani di Legambiente e Luciano Di Tizio di Wwf Italia hanno firmato in risposta un documento chiaro e puntuale, in cui sottolineano come l’importanza delle energie rinnovabili sia fondamentale anche per questioni di equità sociale e per costruire una politica di pace.

“Da sempre il movimento ecologista ha fatto delle rinnovabili il fulcro del proprio modello energetico. Le ha scelte perché sono pulite, democratiche, più sicure e meno costose delle fonti fossili che, tra l’altro,alimentano anche pesanti tensioni geopolitiche e terribili guerre in tutto il mondo.

Le ha scelte perché sono l’unico antidoto sostenibile, nei tempi e nei costi, per abbassare la febbre che riscalda il Pianeta e che nel Mediterraneo cresce più velocemente che altrove. Questo modello può garantire bollette più competitive, come dimostra quanto accaduto in Spagna, ai 5 milioni di italiane e italiani in povertà energetica, che faticano ad arrivare alla fine del mese, e alle imprese messe in ginocchio dall’aumento dei prezzi dell’energia. Per questo sarebbe assurdo metterlo in discussione sulla base di una contrapposizione astratta tra transizione energetica e tutela del paesaggio. Non corrisponde alla realtà affermare che Greenpeace, Legambiente e WWF siano pronte ad accettare qualsiasi progetto. Abbiamo detto, e continueremo a dire, no quando occorre farlo. Da sempre ci battiamo, con iniziative, dichiarazioni e documenti formali, perché Stato e Regioni facciano il proprio dovere individuando aree idonee alle rinnovabili: prima di tutto in localizzazioni che non entrino in conflitto con la storia, la natura e la bellezza di questo Paese; e, in ogni caso, valutando con rigore dove l’impatto sia tollerabile rispetto a un’esigenza ormai inderogabile: rottamare subito le fonti fossili e climalteranti, dannose anche per la salute delle persone. Nella lettera aperta c’è chi si dice stupito di non vederci impegnati contro eolico e fotovoltaico. Potremmo dirci altrettanto stupiti di vedere tanta chiusura verso queste fonti energetiche, peraltro senza l’indicazione di un’alternativa credibile. Così come potremmo dirci stupiti di non vedere la responsabilità collettiva di costruire, per le generazioni che verranno dopo di noi, un modello energetico sicuro, democratico, accessibile, sostenibile e compatibile con la tutela dei territori. La priorità degli ambientalisti non è contrapporre la bellezza alla transizione, ma impedire che l’inazione climatica renda più fragile tutto ciò che vogliamo proteggere: i paesaggi, gli ecosistemi, le economie locali, la salute delle persone e, soprattutto, il diritto di chi verrà dopo di noi a vivere in un Paese ancora abitabile. Un’ ultima precisazione. Abbiamo un tratto distintivo che accomuna il DNA delle nostre tre associazioni. Nella nostra storia, quando la scienza ha indicato la luna, non abbiamo mai fatto l’errore di guardare il dito. E, anche sulla lotta alla crisi climatica, prendendo con la dovuta serietà i ripetuti allarmi del mondo scientifico, ci siamo messi all’opera, con rigore, coraggio e soprattutto coerenza, senza fare sconti a nessuno, per liberare il paese e il pianeta dalla dittatura delle fossili, nell’interesse delle future generazioni”.

Sgarbi e gli altri, firmandosi “ambientalisti, attivisti e cittadini per il territorio” avevano scritto rifacendosi anche alla storia comune e all’impegno condiviso nelle battaglie locali con le associazioni, in cui oggi, scrivono, “non si riconoscono più”.

“Abbiamo combattuto per anni contro il consumo di territorio e oggi sacrifichiamo decine di migliaia di ettari a progetti che danno un contributo infinitesimale ed aleatorio alla soluzione della crisi energetica. Sia chiaro: noi non neghiamo la crisi climatica. Sappiamo perfettamente che è necessario individuare soluzioni efficaci. Per questo diffidiamo di chi si illude di risolvere il problema rifugiandosi all’ombra di aerogeneratori trasformati in icone salvifiche, manovrate da enormi interessi. La vera transizione ecologica non può essere guidata da slogan ideologici, né affidata alle sole logiche del profitto privato e della speculazione finanziaria, che hanno trovato terreno fertile nell’assenza di una pianificazione territoriale chiara, vincolante e condivisa sulle aree idonee e non idonee alla realizzazione degli impianti”.

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