Roma, 23 set. (askanews) – L’appello di Elly Schlein al centrodestra sull’antisemitismo cade nel vuoto, se la leader Pd ieri sera aveva dato disponibilità a votare il testo a condizione che venga cambiata la definizione di antisemitisimo, il centrodestra fa sapere che non toccherà una virgola del ddl e il ‘no’ dei democratici a questo punto è un dato acquisito. Un esito scontato, che però mette agli atti anche lo smarcamento dei riformisti che ancora non hanno ufficializzato come voteranno, ma che sicuramente non diranno ‘no’ come il resto del partito. Una rottura che la minoranza incassa con rammarico, Piero Fassino parla di “errore”, ma i commenti di altri esponenti riformisti, a microfoni spenti, vanno ben oltre: “E’ l’ennesimo scivolamento verso M5s. A questo punto rimane solo la posizione sull’Ucraina a distinguerci da loro. E su questo non accetteremo sorprese…”.
Il sostegno, anche militare, a Kiev sarà uno dei punti centrali della convention dei riformisti in programma nel fine settimana a Prato, anche perché la linea rossa tracciata da Conte sul no alle armi a Kiev preoccupa molto, proprio alla luce di ciò che è successo sull’antisemitismo. Il Pd al Senato si era astenuto sul ddl, mentre alla Camera la segretaria Schlein e praticamente tutto il resto del partito hanno optato per il no. Solo l’ala che fa riferimento a Stefano Bonaccini e gli ex lettiani, raccontano, sono rimasti prudenti durante il dibattito di ieri sera al gruppo Pd.
Per i riformisti la spiegazione è una sola: “Elly teme di essere scavalcata da Conte su questo, ha ascoltato le sue parole a Nova e non ha voluto lasciargli lo spazio su un terreno molto sentito dalla nostra base”. Una spiegazione di fatto confermata da alcuni parlamentari della sinistra del partito che in Transatlantico, ieri, ragionavano: “Dobbiamo dire no, il nostro mondo altrimenti non capirebbe”, spiegava uno. “Ma Elly lo sa bene”, era la chiosa dell’altro parlamentare.
In assemblea, ieri sera, sono stati Fassino e poi Lorenzo Guerini a proporre la mediazione: asteniamoci tutti, così il partito resta unito. Tesi che non è passata, appunto, la Schlein ha spiegato le ragioni del no e ha rilanciato con l’appello al centrodestra: se cambiano la definizione di antisemitismo, abbandonando quella Ihra e assumendo quella della Dichiarazione di Gerusalemme lo votiamo. La prima definizione, è il ragionamento, rischiava di mettere fuorilegge anche le legittime critiche allo Stato di Israele.
La destra però ha detto no e ora la spaccatura al momento del voto pare inevitabile. Resta solo da capire se i 5 deputati riformisti (Fassino, Guerini, Quartapelle, Merola e Carè) voteranno sì o si asterranno. I dubbi registrati anche tra i bonacciniani e i lettiani hanno spinto i riformisti a prendere tempo, in attesa di capire se si può creare una pattuglia più ampia di astenuti, anziché votare sì, per dare più forza al dissenso rispetto alla linea ufficiale.
Ma, appunto, il vero timore ora riguarda l’Ucraina. Conte dice di non essere disposto a trattare e tra i riformisti sono state notate le parole di Francesco Boccia, l’altro giorno in tv: “Kiev si sostiene in molti modi: sostenendo l’Ucraina in maniera economico finanziario, sostenendo l’Ucraina sul piano della ricostruzione e su questo c’è una discussione aperta molto franca”. Qualche altro esponente della sinistra Pd invece ipotizzava: “Potremmo dire che ribadiamo anche il sostegno militare, ma se entro una data precisa – magari tre o sei mesi – l’Europa non nomina un negoziatore e non parte un vero negoziato smettiamo di mandare armi”. Tutti scenari che la minoranza non è disposta ad accettare: “Questo non lo accettiamo, non possiamo diventare M5s. E a Prato lo diremo chiaramente”.
