Regolamento europeo sulle emissioni di metano, l’Italia va a marcia indietro

perdita gas metano

La Commissione europea potrebbe rimandare il Regolamento europeo sulle emissioni di metano. Tra i Paesi non contenti delle strette normative c’è anche l’Italia che avanza proposte a ribasso. Legambiente: “Il settore è pronto, manca la volontà politica”

di Esther Seeleman* e Katiuscia Eroe*

Dopo un’estate più calda che mai, l’Europa, invece di rafforzare le sue politiche di abbandono dei combustibili fossili, rischia di fare marcia indietro sul tema delle emissioni di metano, fondamentale per la lotta alla crisi climatica.

Viste le tante pressioni ricevute anche da parte di alcuni degli Stati Membri, infatti, la Commissione europea sta pensando di rimandare la scadenza, prevista per il 1° gennaio 2027, del Regolamento europeo sul metano del settore fossile, ormai approvato più di due anni fa. La data prevede l’entrata in vigore della prima tranche di obblighi per gli importatori delle fonti fossili, che dovranno dimostrare che i contratti per la fornitura di gas, petrolio e carbone conclusi o rinnovati a partire dal 4 agosto 2024 siano soggetti a misure di monitoraggio, comunicazione e verifica equivalenti a quelle in vigore nell’Unione europea. In tema di metano, il contributo degli importatori rappresenta un elemento chiave dato che l’Unione Europea importa il 97% del petrolio e l’85% del gas fossile.

Tra i Paesi che appaiono non particolarmente contenti del “nuovo” Regolamento europeo finalizzato alla riduzione delle emissioni, c’è l’Italia che ha recentemente presentato la bozza del suo Decreto di recepimento. Sono emerse chiaramente due criticità importanti: da una parte il livello inadeguato della disciplina sanzionatoria proposta, che in linea con il Regolamento dovrebbe essere “sufficientemente deterrente” e invece prevede un valore minimo della sanzione pari a 1.000 euro e un valore massimo pari al 10% del fatturato (il Regolamento indica come valore massimo il 20%). La seconda criticità è legata alla trasparenza. Infatti, la proposta di Decreto prevede che siano le imprese a pubblicare per un periodo limitato sanzioni e motivazioni, mentre sarebbe opportuno che sia il Ministero a pubblicare le sanzioni, le motivazioni, gli avvenuti pagamenti e la sistemazione/riparazione della perdita.

A queste criticità, non ancora risolte, si sono aggiunte le proposte di emendamento presentate a fine luglio dai gruppi di maggioranza in Senato attraverso cui si chiede di non applicare, per le violazioni relative agli anni 2027, 2028 e 2029, le sanzioni sugli obblighi di comunicazione degli importatori, come raccomandato dalla Commissione Europea agli Stati Membri. Più recentemente si è aggiunto un altro emendamento che intende annacquare ancora di più il regolamento: non solo propone che le sanzioni non si applichino ancora agli obblighi degli importatori, ma nemmeno ad alcuni obblighi degli operatori nazionali, ad esempio in caso di flaring o venting.

Nonostante abbiamo trascorso l’estate più fresca dei prossimi anni e siamo in attesa delle piogge intense che attraverseranno l’Italia da nord a sud quindi, il nostro Paese spinge per rallentare la decarbonizzazione e perdere l’occasione dell’innovazione energetica.

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Eppure, parliamo di metano, la componente principale del gas fossile che, nei primi venti anni di vita, ha una forza climalterante fino a 86 volte maggiore di quella della CO2. Non a caso, la riduzione delle emissioni di metano è ritenuta tra le azioni più efficaci che possiamo intraprendere per combattere il cambiamento climatico. Lo dichiarano enti autorevoli come l’Intergovernmental Panel on Climate Change che inserisce, per il settore energetico, la riduzione delle emissioni di metano al terzo posto, dopo solare ed eolico, nella classifica delle misure più efficaci ed economiche per il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030. E anche l’International Energy Agency, che mette l’abbattimento di metano tra i quattro pilastri per raggiungere l’obiettivo zero emissioni nette nel settore energetico al 2050.

Emissioni e sprechi di gas metano

Le emissioni di gas metano si verificano lungo tutta la filiera fossile, dai gasdotti alle miniere di carbone. Un problema che, come ha raccontato la campagna di monitoraggio di Legambiente, interessa anche l’Italia. La nostra infrastruttura è ricca di punti di emissione, alcuni volontari come quelli legati al venting, altri del tutto involontari, come quelle legati alle dispersioni dalla componentistica, un elemento fondamentale per ridurre drasticamente le emissioni in atmosfera, soprattutto se si considera che queste sono legate alla manutenzione. Anche su questo aspetto è intervenuto il Regolamento, non sempre in modo soddisfacente.

Ma a raccontare le criticità legate alle emissioni di metano, recentemente, ha iniziato anche il satellite di Carbonmapper, una partnership pubblica-privata in cui è coinvolta anche la NASA e che ha rilevato eventi ad alte emissioni anche nel nostro Paese. Concentrandoci sul settore energetico, parliamo di eventi importanti, con valori di emissione registrati superiori ai 100 kg CH4/ora, come nei casi di Taranto, che nel giugno 2025 ha fatto registrare 274 kg CH4/ora e di Porto Marghera che ha fatto registrare una fonte emissiva di 1.428 kg CH4/ora. Informazioni puntuali che però segnalano un problema nell’infrastruttura delle fonti fossili.

Non a caso la stessa Arera, che raccoglie e pubblica le informazioni sulle perdite inviate dagli stessi operatori, evidenzia numeri importanti sui risultati dei monitoraggi effettuati, dati però che sottolineano l’incapacità di intervenire su tutta la rete. A fine 2025 infatti era stato ispezionato solo il 42% degli oltre 35.000 km complessivi della rete di trasporto. Di questi 12.618 km sono stati controllati in modo “non invasivo” e solo 2.168 km, pari al 6% del totale, in modo “invasivo”. In questi controlli, che riguardano meno della metà della nostra rete di trasporto gas, sono stati riscontrati 63.511 punti emissivi che hanno fatto disperdere quasi 18 milioni di metri cubi di gas in atmosfera tra fuggitive, pneumatiche e ventato. Dispersioni e sprechi che vengano pagati in bolletta senza particolare trasparenza.

Sono i pezzi di un puzzle che raccontano l’urgenza di intervenire, sia per le necessità imposte  dalla crisi climatica, sia per evitare gli sprechi e recuperare il quantitativo di gas perso dalle infrastrutture. Secondo alcuni studi, infatti, le perdite lungo le linee di trasporto dall’estero sarebbero comparabili con le attuali estrazioni nazionali di gas. Questo anche a sottolineare come per recuperare gas, invece di approvare un decreto che prevede addirittura commissari ad hoc per accelerare i processi autorizzativi delle estrazioni nazionali, sarebbe stato più lungimirante accelerare e applicare il Regolamento esistente sul metano, con benefici per la lotta alla crisi climatica, per l’innovazione del settore e per la creazione di nuovi posti di lavoro.

Da sottolineare, inoltre, che gran parte del metano che fuoriesce dall’infrastruttura fossile – come gasdotti, navi metaniere e centrali di trattamento – può essere recuperato a costi netti zero o negativi, visto che sarebbe riutilizzato come fonte energetica. Un’operazione che porterebbe, considerando solo gli 8 principali fornitori dell’Unione Europea – Norvegia, USA, Russia, Algeria, UK, Azerbaigian, Qatar e Nigeria – a recuperare circa 43 miliardi di metri cubi di gas fossile all’anno, di cui 20 attraverso la filiera del metano e 23 miliardi di metri cubi attraverso quella del petrolio, che da solo corrisponderebbe al 13% della domanda di gas dell’Unione Europea e al 68% della domanda gas dell’Italia del 2025.

È emblematico come, nonostante l’abbattimento delle emissioni sia fattibile dal punto di vista tecnico ed economico, alcuni Stati Membri e ora anche la stessa Commissione Europea stiano immaginando di fare un passo indietro, anche per dare risposte al settore industriale, e non solo, che si era opposto alle misure previste a seguito del conflitto in Iran. Un cambio di rotta della Commissione si era già registrato lo scorso luglio, quando aveva raccomandato di sospendere, fino al 2029, le sanzioni ai trasgressori del Regolamento in nome della sicurezza di approvvigionamento. Ora, però, si vogliono proprio sospendere gli obblighi previsti per il 2027. Nel frattempo, la maggioranza in Italia vorrebbe addirittura andare oltre, con la proposta di rinviare a data da destinarsi non solo le sanzioni relative agli obblighi per gli importatori, ma anche alcuni obblighi per gli operatori nazionali.

Il parere degli italiani

Interessanti i risultati ottenuti da due sondaggi condotti sul tema, che mettono in evidenza come la necessità di ridurre le emissioni di metano sia atto compreso e ritenuto azione urgente necessaria. Secondo il sondaggio condotto recentemente da Ipsos per Global Methane Hub, il 79% della popolazione italiana è a favore dell’introduzione, sia per gli operatori europei che per quelli extra-UE, di standard sulle importazioni di metano. Inoltre, l’84% desidera avere trasparenza sull’origine del petrolio e gas importato. Il 78% considera la riduzione delle emissioni di metano un’alta priorità politica per l’Unione Europea e il 78% sostiene che il Governo italiano debba implementare il Regolamento. Inoltre, secondo il 62%, la diminuzione della dipendenza dell’Europa in tema di fossili renderebbe l’Europa più sicura. Infine, il 57% vorrebbe che gli obblighi entrassero in vigore come programmato e il 71% è a favore di sanzioni per imprese che violano tali obblighi. Risultati simili in Francia, Germania, Paesi Bassi e Polonia. Il secondo sondaggio condotto da Norstat per Climate Opinion Research Exchange mette in evidenza un aspetto interessante: il 68% dei dirigenti d’azienda italiani considera l’abbattimento delle emissioni di metano una delle misure più rapide ed economicamente efficaci per ridurre gli sprechi del sistema energetico, mentre 56% di loro appoggia standard per gli operatori di gas, a prescindere da dove sia prodotto il gas.

Sono elementi che mettono in evidenza una risposta positiva da parte della cittadinanza e dello stesso settore aziendale. Eppure, mentre il settore è pronto a fare passi in avanti verso la decarbonizzazione, anche introducendo nuovi standard e nuove regole sulle emissioni del metano, manca la volontà politica, necessaria perché la crisi climatica sia anche l’opportunità per portare sviluppo, innovazione e qualità della vita.

* Ufficio Energia Legambiente