Ci sono film che appartengono talmente tanto alla nostra memoria collettiva che basta una scena, una battuta o persino qualche nota della colonna sonora per riportarli immediatamente alla mente. La vita è bella è uno di questi. E adesso uno dei film italiani più famosi nel mondo può essere riscoperto anche su Netflix, quasi trent’anni dopo essere arrivato per la prima volta nelle sale.
Era il 1997 quando Roberto Benigni portò al cinema la storia di Guido Orefice, trasformando quella che inizialmente sembra una commedia romantica piena di coincidenze, giochi e innamoramenti in qualcosa di completamente diverso. Chi conosce il film sa bene quanto sia brusco quel passaggio. All’inizio c’è Guido, cameriere ebreo dalla fantasia incontenibile che arriva in Toscana e si innamora di Dora, interpretata da Nicoletta Braschi. La corteggia trasformando ogni incontro in una piccola magia, la chiama continuamente “principessa” e riesce infine a costruire insieme a lei una famiglia.
Poi il mondo intorno a loro cambia. Le leggi razziali, la persecuzione degli ebrei e infine la deportazione spezzano improvvisamente quella favola. Guido e il piccolo Giosuè, interpretato da Giorgio Cantarini, vengono deportati in un campo di concentramento. Dora, pur non essendo ebrea, decide di salire volontariamente sul treno per seguirli. È proprio qui che La vita è bella compie la scelta che ancora oggi rende il film così particolare. Guido decide di non raccontare al figlio ciò che sta realmente accadendo. Trasforma il campo in un enorme gioco a punti, inventa regole, premi e penalità e convince Giosuè che, arrivando a quota mille, potrà finalmente vincere il premio che desidera più di ogni altro: un carro armato vero. Naturalmente lo spettatore vede quello che il bambino non riesce a vedere.

Dietro ogni sorriso di Guido c’è la paura. Dietro ogni nuova regola inventata sul momento c’è il tentativo disperato di tenere il figlio lontano dall’orrore. E dietro quel gioco apparentemente assurdo c’è un padre che, non potendo cambiare ciò che sta succedendo, prova almeno a cambiare il modo in cui suo figlio lo vivrà. È forse questo il motivo per cui La vita è bella continua a commuovere anche quando si conosce perfettamente il finale. Non è il colpo di scena a fare male, perché molti spettatori sanno già esattamente dove porterà la storia. È osservare Guido continuare a recitare fino all’ultimo istante, senza permettere che Giosuè comprenda il sacrificio che sta compiendo per lui.
Benigni costruì il film insieme allo sceneggiatore Vincenzo Cerami, scegliendo deliberatamente di non realizzare una ricostruzione documentaristica della Shoah. La vita è bella utilizza invece la struttura della favola e gli strumenti della commedia per raccontare l’amore di un padre dentro una tragedia storica reale. Una scelta coraggiosa e inevitabilmente controversa. Fin dalla sua uscita, il modo in cui il film mescola comicità e Olocausto ha infatti provocato discussioni e critiche. Ma La vita è bella non ha mai cercato di presentare il campo di concentramento mostrato sullo schermo come una riproduzione fedele della realtà storica. Al centro c’è lo sguardo di Giosuè e, soprattutto, la gigantesca menzogna costruita da Guido per impedirgli di comprendere fino in fondo ciò che lo circonda.
Quella scommessa cinematografica portò Benigni molto più lontano di quanto probabilmente chiunque avrebbe potuto immaginare. Nel 1998 La vita è bella conquistò il Grand Prix al Festival di Cannes, dove Benigni trasformò già la premiazione in uno dei suoi incontenibili spettacoli, ma sarebbe stato soltanto l’inizio. L’anno successivo il film arrivò agli Oscar con sette candidature e tornò a casa con tre statuette: miglior film straniero, miglior colonna sonora per Nicola Piovani e miglior attore protagonista per Roberto Benigni. E proprio quella vittoria regalò alla storia degli Academy Awards una delle immagini più famose di sempre.

Quando Sophia Loren pronunciò il titolo del film annunciandone la vittoria come miglior film straniero, Benigni salì letteralmente sulle poltrone del teatro, avanzando sopra gli schienali mentre il pubblico applaudiva. Poco dopo avrebbe vinto anche come attore protagonista, diventando il primo interprete maschile italiano a conquistare quella categoria. Ma i premi raccontano soltanto una parte di ciò che è successo dopo, visto che La vita è bella è diventato uno dei film italiani più conosciuti fuori dai nostri confini, portando la storia di Guido e Giosuè davanti a milioni di spettatori che spesso non avevano alcuna familiarità con il cinema di Benigni.
E alcune immagini sono rimaste impresse ben oltre il film stesso: Guido che grida “Buongiorno principessa”, Giosuè nascosto mentre il padre continua il suo gioco, la marcia buffa con cui Guido cerca ancora una volta di farlo sorridere e, naturalmente, quel carro armato che alla fine compare davvero davanti agli occhi del bambino. È lì che la favola inventata da Guido riesce, almeno per Giosuè, a diventare realtà. Quasi trent’anni dopo, La vita è bella conserva ancora intatto quel cortocircuito tra sorriso e dolore. Si comincia seguendo un uomo buffo che sembra capace di piegare il mondo alla propria fantasia e si finisce comprendendo che quella fantasia era diventata l’unica arma rimastagli per proteggere suo figlio.
Adesso che il film è disponibile anche su Netflix, c’è quindi un motivo in più per rivederlo. O magari per scoprirlo per la prima volta. Perché si può conoscere già la storia, ricordare perfettamente il carro armato e sapere come finirà Guido. Ma quando Giosuè comprende soltanto alla fine che suo padre aveva davvero fatto di tutto per permettergli di vincere quel gioco, La vita è bella riesce ancora a fare esattamente quello che faceva nel 1997: prima strappa un sorriso, poi lo lascia lentamente scomparire.
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