Brendan Fraser e i 136 chili per l’Oscar: cosa ha rischiato con la dieta per il suo film The Whale

Lo avevamo detto fin dalla proiezione veneziana durante la 79esima Mostra del Cinema: Brendan Fraser avrebbe vinto l’Oscar come migliore attore protagonista per The Whale. E così è stato. L’attore che ha fatto sognare un’intera generazione negli anni Novanta con la saga de La mummia si è preso la sua meritata rivincita, tornando sulla vetta di Hollywood dopo un lungo periodo di oblio professionale e personale.

La storia di Fraser è una di quelle parabole cinematografiche che sembrano sceneggiate, eppure sono drammaticamente reali. Da star di prima categoria, volto riconoscibile in tutto il mondo, idolo delle platee che affollavano i cinema per vederlo nei panni dell’avventuriero Rick O’Connell, l’attore è progressivamente scomparso dai radar. Gli ultimi anni lo hanno visto relegato a ruoli minori, comparsate e lavori come doppiatore. Un declino che molti attribuiscono alla sua denuncia delle molestie subite nel 2003 da Philip Berk, all’epoca presidente dell’Hollywood Foreign Press Association. Un atto di coraggio che, secondo diverse ricostruzioni, gli sarebbe costato la carriera.

Ma il cinema, quando vuole, sa essere generoso con chi non si arrende. Il regista Darren Aronofsky ha teso a Fraser un’ancora di salvezza creativa, come lo stesso attore ha definito nel suo commovente discorso agli Oscar 2023. Il ruolo di Charlie in The Whale, tratto dalla pièce teatrale di Samuel D. Hunter, rappresenta una delle interpretazioni più intense e fisicamente impegnative degli ultimi anni. Charlie è un insegnante di scrittura creativa affetto da obesità grave, un uomo che vive recluso nel suo appartamento, consumato dal dolore e dal senso di colpa, ma ancora capace di cercare la redenzione attraverso il rapporto con la figlia.

Per incarnare questo personaggio dalle dimensioni fisiche ed emotive così imponenti, Fraser ha affrontato una trasformazione radicale. L’attore è arrivato a pesare 136 chili, sottoponendosi a una dieta specifica per aumentare la massa corporea. Ma il peso reale non bastava: per rendere credibile l’obesità grave di Charlie, ha dovuto indossare quotidianamente una tuta prostetica dal peso di 140 chili. Un’esperienza che ha letteralmente cambiato il suo modo di muoversi, di respirare, di esistere nello spazio.

“La tuta mi ha insegnato a muoversi in modo diverso. Ho sviluppato muscoli che non sapevo di avere”, ha raccontato l’attore durante la promozione del film. Un processo difficile, non solo fisicamente ma anche emotivamente, che gli ha aperto gli occhi su quanto la società stigmatizzi le persone obese. “E questo è qualcosa di cui il cinema è in parte responsabile”, ha aggiunto con lucidità critica. Per prepararsi al meglio, Fraser ha lavorato con la consulenza dell’OAC, l’Obesity Action Coalition, cercando di comprendere non solo gli aspetti fisici ma anche quelli psicologici e sociali della condizione del suo personaggio.

Non è stata la prima volta che l’attore ha sottoposto il proprio corpo a trasformazioni estreme per un ruolo. Nel 1997, per il film George re della giungla, aveva fatto il percorso opposto: una dieta drastica per perdere peso e scolpire un fisico da fumetto. Il risultato estetico fu impeccabile, ma le conseguenze sulla salute meno piacevoli. La mancanza di carboidrati provocò diversi episodi di perdita di memoria, un campanello d’allarme sui rischi delle diete estreme che spesso Hollywood impone ai suoi attori senza considerare il prezzo da pagare.

Il discorso di Fraser durante la notte degli Oscar 2023 è stato uno dei momenti più toccanti della cerimonia, insieme a quello di Ke Huy Quan, l’indimenticabile Data de I Goonies, premiato come miglior attore non protagonista per Everything Everywhere All At Once. Due storie di ritorno, due parabole di resilienza che hanno commosso il pubblico in sala e milioni di spettatori in tutto il mondo.

“Quindi è così il Multiverso”, ha esordito Fraser con un sorriso emozionato, riferendosi ironicamente alla categoria affollata di talenti in cui era nominato. Ha ringraziato l’Academy, lo studio A24 per aver creduto in un film così coraggioso, Aronofsky per l’ancora di salvezza, Hunter per aver scritto un testo capace di mettere a nudo i cuori. E poi, con voce rotta dall’emozione, ha parlato della sua co-protagonista Hong Chau, del percorso difficile in un’industria che a un certo punto si è fermata, dei suoi tre figli Holden, Leland e Griffin, del team che lo ha sostenuto in questa traversata oceanica.

La preparazione di Fraser per The Whale è stata descritta da molti membri del cast e della troupe come una masterclass di dedizione. L’attore non si è limitato ad aumentare di peso e indossare le protesi: ha studiato i movimenti, la respirazione affannosa, la fatica di ogni gesto quotidiano che per Charlie diventa un’impresa. Ha lavorato sulla voce, sullo sguardo, sulla capacità di trasmettere dolore e speranza attraverso un corpo che la società tende a rendere invisibile o a ridicolizzare.

Il film di Aronofsky non fa sconti allo spettatore: è intimo, claustrofobico, emotivamente devastante. Ma è anche un inno alla possibilità di redenzione, alla bellezza che può emergere anche dalle situazioni più disperate. E Fraser lo interpreta con una vulnerabilità che solo chi ha vissuto il fallimento e la rinascita può davvero comprendere. La sua interpretazione non è tecnica: è vissuta, incarnata, autentica.

La vittoria dell’Oscar segna non solo il coronamento di una carriera ma anche un messaggio potente a un’industria cinematografica che troppo spesso dimentica i suoi talenti, che brucia le sue star senza pietà e poi le sostituisce con nuovi volti. Fraser è tornato, e lo ha fatto dalla porta principale, con la statuetta dorata in mano e l’affetto incondizionato di colleghi e pubblico. Una storia di cinema che ricorda quanto il talento, la perseveranza e il coraggio di rialzarsi possano ancora fare la differenza, anche quando tutto sembra perduto.

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