Perché Pier Paolo Pasolini manca al giornalismo italiano

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Poeta, scrittore, regista, nel corso della sua vita l’intellettuale ucciso a Ostia cinquantuno anni fa è stato anche un giornalista capace di indagare e spiegare accelerazioni e frenate nel cambiamento della società italiana dal secondo dopoguerra. Il libro “Pasolini giornalista” di Domenico Marino

“Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che (ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore, umiliazione: non aprioristicamente, con la calma dei forti, ma per forza”. È il 6 agosto 1968 quando sul giornale Tempo illustrato viene pubblicato l’editoriale di apertura di una nuova rubrica. Si chiama Il Caos e a firmarla è Pier Paolo Pasolini. Poche righe che passano inosservate nella multiforme produzione letteraria e artistica dell’intellettuale nato a Bologna nel 1922 e di cui il 2 novembre cadono cinquantuno anno dall’omicidio all’idroscalo di Ostia. Parole, però, pesate e ripesate più volte prima di essere scritte, cariche di quella tensione che già da anni scuoteva Pasolini nel suo tentativo quotidiano di spiegare ai lettori accelerazioni e frenate nel cambiamento della società italiana. Questa e altre centinaia di tracce degli articoli pasoliniani sono ricomposti e analizzati con cura nel libro Pasolini giornalista (Luigi Pellegrini editore, 2025), scritto da Domenico Marino, docente di Lettere nelle scuole superiori e giornalista per Avvenire e Gazzetta del Sud.

La copertina del libro "Pasolini giornalista" di Domenico Marino (Luigi Pellegrini editore)
La copertina del libro “Pasolini giornalista” di Domenico Marino (Luigi Pellegrini editore)

Nella prefazione al testo Caterina Verbaro, professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’università Lumsa di Roma, coglie il pregio del lavoro di Marino, ovvero quello di ricostruire “la ratio come in una trama unitaria” dell’attività di scrittura giornalistica di Pasolini: da Eredi, prima rivista giovanile pensata ma mai pubblicata a Bologna durante il fascismo, agli ultimi interventi su Corriere della Sera e Mondo che sarebbero poi diventati un libro un anno dopo la sua morte, Lettere luterane, passando per gli articoli pubblicati su testate di vario genere, appartenenza politica e diffusione, dal friulano Stroligut a Nuovi Argomenti fino a Playboy. Finestre da cui Pasolini affacciava il proprio pensiero su pubblici diversi, una contaminazione che gli permetteva di rafforzare progressivamente, scrive sempre la Verbaro nella prefazione, la sua percezione “di un irreparabile mutamento sociale che afferma e radica i guasti del neocapitalismo” in un’Italia uscita frastornata dal secondo dopoguerra e immediatamente dopo travolta dallo sviluppo industriale.

Tra i reportage giornalistici che probabilmente hanno più inciso e fatto discutere in quegli anni c’è “La lunga strada di sabbia”, pubblicato in tre puntate sul mensile milanese Successo tra luglio e settembre del 1959, frutto di un viaggio lungo le coste italiane, da Ventimiglia a Trieste passando per il centro e sud Italia, fatto a bordo di una Fiat Millecento, corredato dalle fotografie di Paolo Di Paolo. Una traversata iconica che ha fatto riflettere, discutere e, in qualche caso, anche arrabbiare il popolo italiano: non era la prima né sarebbe stata l’ultima volta. “La polemica si accende sulla descrizione di Cutro, Paese del crotonese, rappresentato a tinte fosche che gli varrà una querela per diffamazione a mezzo stampa da parte del sindaco della cittadina ionica”, ricorda Domenico Marino.

Nel maggio del 1960 Pasolini diventa responsabile di una rubrica di corrispondenza con i lettori, “Dialoghi con Pasolini”, per il settimanale comunista Vie Nuove. Per la prima volta si misura con un pubblico di massa, “un appassionato impegno ideale per Pasolini che da queste colonne crede di potere influire sul mondo e sulla degradazione che la borghesia e i suoi derivati, conformismo e massificazione, stanno provocando nel mondo… E lui risponde a tutto, improvvisandosi di volta in volta scrittore e filosofo, uomo di cinema e moralista, confessore e ideologo”.

La poesia “Il Pci ai giovani!”, pubblicata nel 1968 su Nuovi Argomenti nel numero di aprile-giugno e poi il 16 giugno sulla prima pagina de l’Espresso con il titolo “Vi odio cari studenti”, scritta dopo gli scontri di Valle Giulia tra gli studenti di Architettura e i poliziotti, è uno degli strappi che Pasolini non ha paura di consumare con la sua parte. “Sono i poveri a subire i ricatti sociali, a doversi integrare in istituzioni collegiali e repressivi: la polizia, l’esercito. Mentre gli studenti hanno avuto il privilegio di scegliere il proprio futuro e studiare per diventare poi classe dirigente”, scrive. È il segnale, forse più noto, del rapporto tra l’intellettuale e il Pci, franco, complesso, costantemente messo in discussione. “La vicinanza con le idee comuniste è fondamentale per la vita e soprattutto per l’attività giornalistica di Pasolini – sottolinea in proposito Marino – Gli schiuderà alcune opportunità e gliene vieterà altre, gli offrirà nuove armi e ne spunterà molte. Gli coprirà le spalle in diverse occasioni, ma lo costringerà a difendersi più strenuamente in altre”.

Tra il 1973 e il 1975 Pasolini conquista in pianta stabile spazi nei grandi giornali, dal Corriere della Sera a La Stampa, dal Mondo a Paese Sera, e ancora Epica, L’Unità, Il Tempo. “Prendendo spunto da occasioni contemporanee dibatte di temi apparentemente occasionali ma che gli stanno a cuore da sempre: la rivoluzione antropologica operata dal consumismo e dal neocapitalismo borghese, l’omologazione culturale, la crisi strutturale dell’Italia, il terrorismo, la scomparsa del sottoproletariato, la strategia della tensione, l’aborto” osserva Marino. “Scrive articoli aggressivi, polemici, con i quali colpisce la società del tempo. Pasolini avverte la sua diversità rispetto al mondo moderno e, forte della sua indipendenza, della sua solitudine figlia anche della sua omosessualità, è protagonista d’una spietata e capillare indagine sullo sfascio della società italiana”. Fa rumore, fra i tanti, l’articolo “Cos’è questo golpe? Io so”, pubblicato il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera. Una collaborazione, quella con il giornale della borghesia industriale, che Marino si fa raccontare nel libro da due figure che in quegli anni la condivisero fianco a fianco con Pasolini, l’editrice Giulia Crespi e l’allora direttore Piero Ottone. Questi, in particolare, ricorda l’articolo firmato da Pasolini sulla scomparsa delle lucciole, uscito sul Corriere il primo febbraio 1975 e intitolato “Il vuoto del potere in Italia”. Una “pietra miliare” secondo Ottone, capace di fotografare il passaggio in Italia “da una società agraria e tradizionale a una civiltà moderna”

C’è ancora tempo per gli ultimi lampi. L’11 settembre Pasolini pubblica sul Mondo una lettera aperta al presidente della Repubblica Giovanni Leone. Poi il 30 ottobre, un giorno prima della sua uccisione all’idroscalo di Ostia, la “lettera luterana” indirizzata a Italo Calvino. Nel ripercorre l’omicidio di Ostia Marino riporta le parole del legale della famiglia Pasolini: “Un delitto menzogna dato in pasto ad un Paese ampiamente bigotto e ad una classe dirigente pronta a svendere la propria dignità ‘a fin di bene’. Un’esecuzione efferata impunita”. Che rimane tale a mezzo secolo e un anno di distanza.