Ci sono film che entrano nell’immaginario collettivo come manifesti generazionali, opere che trascendono lo schermo per diventare simboli culturali. Il laureato di Mike Nichols, uscito nel 1967, è certamente uno di questi: settimo nella classifica dei cento migliori film statunitensi stilata dall’American Film Institute, con una colonna sonora firmata Simon & Garfunkel che ancora oggi risuona nelle orecchie di chiunque, con quella scena finale sulla quale si sono versati fiumi di inchiostro critico. Benjamin ed Elaine che fuggono dalla chiesa, lei in abito da sposa, lui sudato e disperato, entrambi con lo sguardo perso nel vuoto mentre sul loro volto si dipinge non la gioia della liberazione ma l’angoscia del futuro. The Sound of Silence che accompagna quel viaggio in autobus verso il nulla, verso l’incertezza, verso la fine delle favole.
Eppure dietro quel capolavoro si nasconde una storia che solo oggi, a distanza di quasi sessant’anni, sta emergendo in tutta la sua crudezza. Dustin Hoffman, l’attore che con quel ruolo divenne una stella mondiale alla sua prima vera grande prova cinematografica, ha raccontato sul New Yorker un’esperienza che definisce senza mezzi termini terribile. Non si tratta del solito aneddoto nostalgico da divo in pensione, ma di una confessione che getta una luce inquietante sul set di uno dei film più amati della storia del cinema.
Hoffman aveva appena trent’anni quando Mike Nichols, già tra i registi più richiesti di Hollywood, lo scelse per interpretare Benjamin Braddock. L’attore non voleva nemmeno fare il provino. Aveva letto il romanzo di Charles Webb che Nichols stava adattando ed era convinto di essere completamente sbagliato per la parte. Benjamin era un giovane ricco californiano, un rampollo dell’alta borghesia WASP, tutto ciò che Hoffman non era e non sentiva di poter rappresentare. Fu il suo agente a convincerlo a presentarsi, ma quella sensazione di inadeguatezza non lo avrebbe mai abbandonato per tutta la durata delle riprese.
Il disagio principale veniva dalla propria identità ebraica, messa costantemente in discussione sul set. Hoffman ricorda con precisione quasi dolorosa i tentativi dei truccatori di modificare il suo aspetto: sopracciglia, naso, collo, tutto doveva essere sistemato per far apparire Benjamin meno ebreo. “Stavano cercando di togliere l’ebreo dalla mia faccia, ma non sarebbe successo“, ha scritto l’attore. Quelle interminabili sessioni di trucco non erano semplici preparativi tecnici, ma un’esperienza che minava la sua identità, che gli ricordava continuamente di essere fuori posto, sbagliato, inadeguato. È difficile non cogliere il parallelismo con il personaggio stesso: Benjamin che torna a casa dopo la laurea, spaesato, incapace di trovare un senso nella vita che gli altri hanno disegnato per lui, schiacciato dalle aspettative, perduto tra un amore proibito con Mrs Robinson e quello legittimo ma impossibile per sua figlia Elaine.
Dustin Hoffman Says Filming ‘The Graduate’ Was a ‘Terrible Experience’ and Director Mike Nichols Made Katharine Ross Slap Him 27 Times for a Scene He ‘Didn’t Even Use’ https://t.co/DF2yR1MumQ
— Variety (@Variety) November 2, 2026
Mike Nichols, stando al racconto di Hoffman, era noto per i frequenti cambiamenti d’umore, per gli atteggiamenti talvolta irritati e scontrosi. L’attore viveva nella costante paura di essere licenziato, convinto che il regista si fosse reso conto di aver sbagliato a scegliere il protagonista del suo film. “Mi sentivo immediatamente a disagio e indegno”, ha confessato. Non è difficile immaginare cosa significasse per un giovane attore teatrale con poche opportunità professionali e difficoltà economiche trovarsi in quella posizione: la grande occasione che poteva cambiargli la vita, ma vissuta come una tortura quotidiana.
Poi ci sono gli episodi specifici, quelli che restano impressi nella carne oltre che nella memoria. La scena degli schiaffi è forse il più emblematico. Ventisette ciak consecutivi, ventisette volte in cui Katharine Ross, nel ruolo di Elaine, doveva colpire Hoffman. La sequenza prevedeva che Benjamin, completamente bagnato dalla pioggia, raggiungesse la stanza della ragazza per confessarle di aver avuto una relazione con una donna più adulta. Elaine comprende in pochi istanti che si tratta di sua madre. Nichols continuava a dire alla Ross di colpirlo, di colpirlo più forte. L’attrice cercava di non fargli male, ma in alcune occasioni lo colpì anche all’orecchio. Hoffman ricorda di aver provato persino delle vertigini durante le riprese, al punto da perforarsi il timpano.
Il particolare più assurdo, quello che trasforma l’episodio da aneddoto di set a metafora della crudeltà del cinema, è che quella scena non venne mai inserita nel montaggio finale. Ventisette schiaffi, un timpano perforato, momenti di imbarazzo e sofferenza fisica per una sequenza che nessuno avrebbe mai visto. È come se quel dolore fosse stato necessario non per il film ma per qualcos’altro, per un processo iniziatico, per una trasformazione che doveva compiersi nell’attore prima ancora che nel personaggio.
Eppure Il laureato funzionò, e come. Dustin Hoffman ottenne la sua prima nomination agli Oscar e vinse il Golden Globe come miglior attore debuttante. Il film divenne immediatamente un fenomeno culturale, un manifesto per la generazione che di lì a poco avrebbe fatto il ’68, che rifiutava le convenzioni borghesi, i matrimoni prestabiliti, i percorsi di vita già scritti. Quella scena finale sull’autobus, con i due protagonisti che passano dall’euforia della fuga al terrore del futuro nello spazio di pochi secondi, senza che venga pronunciata una parola, divenne l’icona di un’intera epoca.
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Ma per Hoffman quel successo era arrivato al prezzo di un’esperienza che lo aveva segnato profondamente. Il contrasto tra la sua identità e l’identità che gli veniva imposta dal contesto, la sensazione di stare fuori dal proprio posto, il disagio esistenziale: tutto ciò che animava Benjamin sullo schermo era terribilmente reale anche nella vita dell’attore che lo interpretava. Come in un romanzo di formazione incompiuto, entrambi non trovavano senso né nell’amore proibito né in quello legittimo, perché non trovavano senso in sé stessi.
Questa sovrapposizione tra finzione e realtà, tra il trauma del personaggio e quello dell’attore, aggiunge uno strato ulteriore di complessità a un film già stratificato. Quando oggi rivediamo Il laureato, sapendo ciò che Hoffman ha vissuto sul set, ogni fotogramma assume una risonanza diversa. Quello sguardo perso di Benjamin non è solo recitazione magistrale, ma il riflesso di un disagio autentico. Quella sensazione di inadeguatezza che permea tutto il film non era solo nelle intenzioni registiche di Nichols, ma nella carne viva di un attore che si sentiva continuamente giudicato, modificato, messo in discussione.
L’articolo Dustin Hoffman rivela il trauma nascosto dietro il cult Il laureato: 27 schiaffi e un timpano perforato proviene da ScreenWorld.it.
