Ci ha lasciati all’età di 104 il filosofo e sociologo francese, un riferimento per tutti gli educatori ambientalisti. E non solo. Ha sempre indicato percorsi da fare e visioni da coltivare. Ha incrociato il suo cammino con le attività di Legambiente
Edgar Morin, che oggi ci ha lasciati all’età di 104 anni, per noi ambientalisti ha rappresentato la capacità di tenere assieme il pensiero complesso con l’azione concreta. A cavallo tra due secoli di cambiamenti profondi e veloci, la sua attività di intellettuale multidisciplinare ci ha sempre indicato percorsi da fare e visioni da coltivare, dentro alla cornice del pensiero sistemico, cifra caratterizzante dell’ambientalismo scientifico e culturale.
Come Legambiente lo abbiamo accolto come relatore alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso, in uno dei convegni in cui con il nostro settore scuola ci interrogavamo sulle nuove sfide educative. Ancora oggi, la definizione fatta da Morin nel 1999, su commissione dall’Unesco, dei “Sette saperi necessari all’educazione del futuro”, rimane, infatti, un riferimento per tutti gli educatori ambientalisti e una traccia per chi dovrebbe ritrovare la direzione delle politiche educative in questa epoca di disorientamento valoriale.
Nella sua lunga e significativa esistenza ha lasciato molto pensiero, che va letto e valorizzato come bussola a cui far riferimento, e molte interviste, da cui, soprattutto in questi ultimi anni, ha lanciato caparbiamente un monito all’”umanità accumunata da un comune destino”: resistete.
Uno di questi incontri con il grande maestro è stato raccontato da Alice Scialoja e Roberto Della Seta nel volume pubblicato nel 2021 da Mimesis Edizioni, in occasione dei 100 anni di Morin, “Cento Edgar Morin”, a cura di Mauro Cerruti.
Ringraziamo gli autori per averci accordato la possibilità di riproporre il loro contributo presente in quel volume, per ricordare Morin nella forza della sua visione.
Un otti-pessimista
di Roberto Della Seta e Alice Scialoja
È un trasmettitore di energia e d’intelligenza, Edgar Morin, e la trasmissione arriva mille volte amplificata se ce l’hai davanti, se mentre parla ne osservi gli sguardi, i sorrisi, i gesti.
L’ho incontrato, per intervistarlo con Alice Scialoja, una volta sola: quando l’Europa e il mondo stavano appena per imboccare il lungo tunnel della pandemia. Ne conoscevamo i libri, il pensiero, ma guardarlo negli occhi e ascoltarne le parole da vicinissimo, lui e noi nella sua piccola stanza dell’Università di Montpellier, è stata una scoperta emozionante. Quell’incontro ha dato molto più senso alla nostra “idea di Edgar Morin”.
Morin si è definito un “otti-pessimista”: “L’ottimismo – ha scritto – ci acceca sui pericoli; il pessimismo ci paralizza e contribuisce al peggio. Bisogna pensare oltre l’ottimismo e il pessimismo” (7 lezioni sul pensiero globale). Questa è molto di più di una dichiarazione d’intenti: è una delle radici più profonde del modo di Morin di leggere e raccontare il mondo, la storia, la vicenda umana.
L’otti-pessimismo, per dire, è nel cuore di una delle metafore più stimolanti proposte da Morin, nel libro La nostra Europa insieme a Mauro Ceruti: l’Europa attuale come figlia dell’improbabile. L’Europa metanazionale, così Morin e Ceruti, è figlia della barbarie, del male assoluto simboleggiato da Auschwitz e anche dal rifiuto di quell’altro male profondissimo che fu lo stalinismo. Ed è figlia dell’improbabile: a dare forma per primi al sogno di questa Europa che certo tra errori, parziali fallimenti, viltà, ritorni indietro, però non ha mai smesso di cercare la via dell’unità, della cittadinanza europea furono tre intellettuali antifascisti italiani – Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni – che lo tradussero nel “manifesto di Ventotene”, scritto in mesi nei quali la vittoria definitiva di Hitler era ancora “il probabile”.
Ancora l’otti-pessimismo è stato un filo conduttore della nostra conversazione di mesi fa con Morin. Gli chiedemmo se l’uomo contemporaneo con la sua incapacità di accogliere e gestire la complessità del mondo rischi l’autodistruzione. Rispose: “Non amo la parola autodistruzione. Ci sono forze autodistruttive in gioco negli individui come nelle collettività, inconsapevoli di essere suicidi. Fin dove arriveranno questi danni e quando avverrà una reazione, non si sa. Da 50 anni sono tra coloro che lanciano l’allerta. Ma i progressi della coscienza sono lenti. È tardi. Non lo so. Penso possa esserci devastazione, ma non vedo la distruzione della specie umana. La storia insegna anche come a un certo punto tutto sembri crollare, la romanità per esempio; poi da un processo multisecolare scaturisce qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Siamo in un mondo incerto e possiamo immaginare un avvenire in cui intervengono forze catastrofiche, ma la probabilità non è mai certezza”.
Per Morin tra le “forze autodistruttive” che operano nel presente, una decisiva nasce da un’umanità che agisce come se fosse altro dall’ambiente, vocata anche sul piano epistemologico a separare il biologico dall’umano. Edgar Morin è un ecologista, ma del tutto sui generis: rifugge dalle immagini mitiche, care alle visioni primitiviste, di un’immobile natura originaria contrapposta a una cultura integralmente artificiale e irrimediabilmente antinaturalistica: “La vera realtà – scrive -, ormai polarizzata fra eco-organizzazione naturale e socio-organizzazione umana, è mista, vaga, multidimensionale: la vera realtà è l’eco-(bio-socio-)logia complessa costituita da eco-organizzazioni biologiche e sociali nelle quali l’urbano, il rurale, il selvatico si intersecano e interagiscono con interazioni complementari, concorrenti, antagoniste e incerte” (Il metodo). Nella sua visione, quella ecologica è come una terza dimensione della vita, affiancata alle dimensioni riproduttiva della specie e organismica dell’individuo: perché, osserva, “la vita non è soltanto la cellula composta di molecole. E non è nemmeno l’albero dell’evoluzione a ramificazioni molteplici, composto di regni, di phila, di ordini, di classi, di specie. È anche eco-organizzazione” (Il pensiero ecologico). Insomma, “la Terra dipende dall’Uomo che dipende dalla Terra”, come recita il sottotitolo di una sua raccolta di scritti di anni fa (L’Anno I dell’era ecologica): una sintesi sublime del senso più profondo e rivoluzionario del messaggio ecologico.
L’uomo – ammonisce Morin, qui torna di nuovo l’otti-pessimismo – sta facendo di tutto per devastare se stesso e il mondo del quale è parte, ma l’uomo è la nostra speranza: “Servirebbe – così concludeva il nostro dialogo a Montpellier – una coscienza planetaria della comunità dei destini umani. Oggi, al contrario, l’angoscia fa che ci si richiuda sull’identità nazionale, etnica, sul nazionalismo. Invece di un’apertura della coscienza, vitale, c’è una chiusura, mortale. Questa regressione non possiamo nascondercela, meglio vederla e formare degli isolotti di resistenza. Creare oasi di libero pensiero, fraternità, solidarietà, isolotti di resistenza che difendono valori universali e umanisti, e pensare che un giorno questi possano diventare un’avanguardia. È successo tante volte nella storia, succederà di nuovo. Nella storia umana i due inconciliabili ma inseparabili nemici che sono Eros e Thanatos continueranno ad affrontarsi, e Thanatos non riuscirà a distruggere Eros né Eros a eliminare Thanatos. Ognuno a turno prenderà il sopravvento. Oggi i più forti sono Polemos e Thanatos, ma non c’è eternità nella storia”.
Qui è uno dei formidabili punti di forza della riflessione di Edgar Morin: in un pensiero che non fa mai sconti al riconoscimento quasi spietato del “male” nel tempo presente, ma che mai al tempo stesso percepisce e restituisce questo “male” come irreversibile, destinale. Non è mai disperato il discorso di Morin, e vedendolo “in azione” da pochi passi si capisce bene che il suo otti-pessimismo nasce anche da un piacere irrefrenabile, incontenibile di vivere.
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Saggio tratto da “Cento Edgar Morin. 100 firme italiane per i 100 anni dell’umanista planetario. A cura di Mauro Ceruti. Mimesi Edizioni
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