Ausilio rivendica: «Thuram strappato con orgoglio al Milan, ecco come è andata davvero la sua trattativa»

Il direttore sportivo dell'Inter, Piero Ausilio

Ausilio, direttore sportivo dell’Inter, è stato intervistato durante il Festival della Serie A a Parma. Queste le sue dichiarazioni

Il direttore sportivo dell’Inter, Piero Ausilio, ha parlato dal palco del Festival della Serie A a Parma. Queste le sue dichiarazioni.

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SULLA SUA ESPERIENZA DA CALCIATORE – «Non c’è traccia perché per fortuna a seguito di un grave infortunio ho smesso molto presto quindi dico per fortuna perché ho avuto la possibilità così di iniziare molto presto, rispetto magari agli altri, questo tipo di percorso, che è partito da segretario del settore giovanile per poi piano piano crescere e diventare negli anni il direttore sportivo».

IL MOMENTO IN CUI HA CAPITO DI VOLER DIVENTARE UN DIRIGENTE – «Non so il momento preciso in cui l’ho capito. So cosa volevo fare, cosa volevo diventare. Ho fatto un percorso molto lungo, sono orgoglioso di averlo fatto in questo modo perché non avendo giocato ad alti livelli avevo un’altra strada da percorrere. Il fatto di aver fatto tante cose, ho lavorato tanto nel settore giovanile prima come segretario e poi soprattutto come responsabile. C’è stato poi un periodo lungo, circa dieci anni, in cui ho fatto un lavoro secondo me bellissimo che era quello di fatto di vice direttore sportivo. Purtroppo gli anni che ho passato con Marco Branca, direttore dell’Area Tecnica, mi hanno permesso, non avendo la responsabilità diretta della squadra, di poter viaggiare molto e quindi stringere rapporti, relazioni, conoscere fuori il mondo del calcio, perché poi non è soltanto quello che succede la domenica, ma è tutto quello che c’è intorno che deve essere per forza conosciuto e diventa oggi la grande esperienza che mi porto dietro. Del momento in cui sono diventato poi direttore sportivo degli effetti nel 2014, avendo meno tempo di girare, perché comunque devi passare il tuo tempo con la squadra, devi essere molto più presente nella gestione, di fatto vivi le stesse attività che ha la prima squadra, quel percorso mi è mancato ma allo stesso tempo mi ha permesso oggi di essere probabilmente più completo».

SULLE TRATTATIVE COL PARMA: DA DIMARCO A BASTONI E BONNY – «Hai detto bene, noi abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con la dirigenza del Parma in particolare poi negli ultimi anni, trovo che ci siano dei professionisti a Parma di grande qualità e competenza. Conosco personalmente Cherubini, conosco Pettinà e mi sento di dire che Parma Calcio è in buonissime mani. La proprietà è ambiziosa, è una proprietà che vuole investire sui giovani. Noi abbiamo sempre sfruttato questo canale. Abbiamo approfittato dell’anno di Parma in prestito per valorizzare Bastoni e e Dimarco e farli crescere di più. E poi nella stagione passata siamo riusciti a fare questa operazione con Bonny che è stata sicuramente molto positiva per noi. Il Parma quest’anno ha fatto qualcosa di incredibile con un bravissimo allenatore, giovane che ha portato risultati importanti, ha salvato la squadra con un certo anticipo anche attraverso dei bellissimi risultati soprattutto contro Milano e Napoli va bene. Dai allora giustamente un grazie a Parma e al Parma».

SULLE PERSONE DA RINGRAZIARE – «Direi che insomma ricordare tutte le persone che meriterebbero di essere citate è difficile. Quando penso all’Inter ne cito una che rappresenta un po’ tutti perché Massimo Moratti è stato il presidentissimo dell’Inter. La sua famiglia, lui, mi hanno permesso di iniziare questo percorso. Quindi nel momento in cui ricordo lui ricordo tutta l’Inter perché sono passati tantissimi dirigenti, allenatori, calciatori collaboratori, io ho un bellissimo ricordo di tutti questi. Ripeto, citarli uno per uno farei fatica intanto per il numero e soprattutto perché rischerei di dimenticarne qualcuno. Poi per uscire un po’ dalle dinamiche dell’Inter invece ci tengo a citarne uno che per me ha rappresentato tantissimo nel mio inizio e anche in quello che è stata poi la mia strada, che è Pierluigi Casiraghi, che è solo un omonimo dell’ex calciatore della Nazionale. Invece Casiraghi è un signore che adesso è scomparso che mi ha dato tanto perché è stato quello che mi ha mi ha formato dal punto di vista professionale, mi ha sempre sostenuto, mi ha dato sempre i consigli giusti, mi ha dato tutto quello che oggi mi porto dietro. Sto cercando anch’io di trasferire a quelli un po’ più giovani, visto che anch’io adesso comincio ad entrare nell’altra parte generazionale. Ho iniziato quando avevo 25 anni, oggi ne ho quasi 54, quindi oggi qualcosina da dare probabilmente ce l’abbiamo anche noi a quelli più giovani. E poi ovviamente dal punto di vista prettamente educativo e per i sacrifici che hanno fatto legato alla professione, nel senso che mi hanno permesso di farla anche in momenti in cui magari a casa serviva qualcos’altro, i miei genitori che mi hanno aspettato e mi hanno permesso di crescere piano piano senza farmi pesare il fatto che a casa fossi magari più un peso che non un’utilità dal punto di vista economico».

SULLA TRATTATIVA PIU’ DIFFICILE – «Nelle trattative le difficoltà ci sono sempre. Arrivano, in primis perché si parla sempre di calciatori di un certo livello e quindi la concorrenza è sempre molto, molto forte. Noi italiani, lo dico con orgoglio, Ariedo lo può confermare, abbiamo qualcosa in più a livello di fantasie, di strategie. È normale che quando vai a competere con con potenze quali sono diventate oggi le squadre inglesi, ci devi mettere qualcosa in più. Cioè dove non arriva il potere economico arriva l’ingegno. Noi ci arriviamo con la italianità, ci arriviamo magari a volte prima con strategie, cerchiamo di essere molto più empatici perché ci piace comunque conoscere il calciatore, conoscere le famiglie, cercare di arrivare a quel qualcosa che magari spesso e volentieri non ci si può arrivare soltanto con i soldi e quindi pagando di più. Ricordo operazioni di diversi calciatori, ma mi viene in mente su tutti Thuram, tanto per fare un esempio. Tra l’altro con orgoglio posso dire che è stato strappato anche al Milan. L’Inter, per un motivo molto preciso, perché oltre al Milan che comunque era una realtà che fosse su sul calciatore, c’erano anche altre squadre importanti europee e anche economicamente molto, molto forti e strutturate e straniere e lui scelse l’Inter per un motivo molto preciso. Noi già due anni prima lo avevamo individuato e lui scelse l’Inter. Giocava al ‘Gladbach, e per intenderci era l’anno in cui Lukaku si era trasferito al Chelsea, noi avevamo già preso Dzeko e ci serviva un terzo attaccante e avevamo pensato a lui. La cosa bella e particolare è che lui non giocava in attacco, noi giocavamo già col 3-5-2 e lui non era un attaccante, ma giocava esterno a sinistra. E invece eravamo convinti che Marcus invece avesse proprio le caratteristiche che servivano a noi per giocare in quel sistema di gioco quindi chiamai lui che alzò le mani e disse: ‘Parla con papà’. Tra l’altro Lilian penso che anche qui a Parma lo ricorderete tutti come un grandissimo campione e un grandissimo uomo. Mi chiese di spiegargli bene il progetto, era molto curioso e voleva capire perché pensavamo che Marcus potesse diventare un attaccante e quindi spostarlo dalla sua posizione più naturale, dove aveva sempre giocato. Gli spiegammo tutto, quali erano le nostre idee e perché doveva venire all’Inter e giocare in quel sistema di gioco. Mi diedero l’ok, si formalizzò praticamente tutto, se non fosse che si fece male ad un ginocchio in una partita contro il Leverkusen e ci fu questo impedimento e abbiamo dovuto ritardare di due anni l’operazione. Lo abbiamo perso per due anni, in realtà poi lo abbiamo recuperato praticamente a costo zero, quindi direi che è stato comunque un bene anche così».

L’INTERVISTA COMPLETA DI AUSILIO

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