Roma, 3 giu. (askanews) – Una serie di richiami, ma anche un via libera che consente a Giorgia Meloni di dire che “l’Italia indica la strada all’Ue” e al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che Bruxelles “ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. La Commissione apre infatti alla possibilità di estendere la clausola nazionale di salvaguardia per la difesa anche a misure per affrontare la crisi energetica. E sebbene il commissario Valdis Dombrovskis precisi che “non copre le misure che sovvenzionano l’uso di carburanti fossili, come le riduzioni non mirate della tassazione”, tipo il taglio delle accise, e che “servono misure temporanee e mirate, che non alimentino la domanda di carburanti fossili perché ora fronteggiamo uno shock dell’offerta”, la presidente del Consiglio può cantare vittoria per essere riuscita a portare a casa, dice, “un risultato molto importante, un risultato che in molti consideravano impossibile, ma che abbiamo costruito con determinazione e con pazienza e che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa”.
Per Meloni questo “ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani”.
Ma cosa significa per l’Italia la possibilità per gli Stati membri di una flessibilità aggiuntiva, fino allo 0,3% del Pil?Premesso che la flessibilità della spesa per la sicurezza energetica può riguardare solo misure che riducano la dipendenza dalle fonti fossili, non ne aumentandone quindi la domanda, e che incrementino la resilienza del sistema energetico, riducendo le dipendenze dall’esterno, è chiaro che la Commissione non prenderà in considerazioone misure come quelle già prese dall’Italia riguardo alla riduzione delle accise sui carburanti, o eventuali sussidi agli autottrasportatori come compensazione dei rincari sugli stessi carburanti, e qualunque misura di sostegno che abbia l’effetto di ridurre i costi pagati per le fonti fossili.
Sarebbero ammissibili invece tutte le misure per ridurre la dipendenza da carburanti fossili e promuovere la decarbonizzazione, per accelerare l’elettrificazione (compresi gli investimenti per lo sviluppo delle reti elettriche, lo stoccaggio di elettricità e le batterie), per il risparmio di energia e per l’espansione delle fonti di energia pulite.
La possibilità per un paese di superare di un punto e mezzo percentuale la soglia del 3% del deficit/Pil con la propria spesa per la difesa (e fino allo 0,3%, all’interno di questo margine, per la sicurezza energetica), senza che questo comporti l’apertura di una procedura Ue per deficit eccessivo non può riguardare oggi l’Italia. Questo perché questa clausola vale solo per i paesi che non sono sotto procedura. Invece, i paesi in deficit eccessivo, come attualmente l’Italia, se utilizzano la clausola dovranno comunque tornare sotto la soglia del 3% del Pil, senza che sia scomputata dal deficit la spesa per la difesa, prima di poter uscire dalla procedura.
A che può servire, dunque, la nuova flessibilità dello 0,3% del Pil proposta oggi per le misure energetiche che non aumentano la dipendenza dalle fonti fossili? La riposta, fornita da fonti qualificate della Commissione, è che l’Italia potrà spendere per il 2026 e per il 2027, per finanziare questo tipo di misure, lo 0,3% del Pil, in più rispetto al percorso di riduzione della spesa netta per sette anni che è stato fissato per il Paese per mettersi in regola, secondo quanto previsto dal nuovo Patto di stabilità. Ma al termine dei sette anni, l’Italia dovrà comunque aver riassorbito la spesa aggiuntiva per le misure energetiche, e soprattutto dovrà avere il suo debito pubblico dell’ultimo anno in diminuzione, rispetto all’anno precedente, e il trend di riduzione confermato anche nelle previsioni per i due anni seguenti.
