Ex Ilva, i giudici confermano il blocco dell’area a caldo

La Corte d’Appello civile di Milano conferma il provvedimento del blocco dell’area entro il 28 ottobre. “Il bilanciamento tra gli interessi non può che propendere per le ragioni di tutela della salute”

La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell’area a caldo dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. I giudici hanno respinto l’istanza di sospensiva dello stop delle attività presentata dai legali di AdI e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria. Per i giudici “nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”. E ancora, per ribadire la posizione: “Il bilanciamento tra i contrapposti interessi” costituzionali “non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute”.

Ex Ilva, stop all’area a caldo entro 90 giorni. Governo conferma il prestito per la continuità operativa

Sul caso Ilva di Taranto è stato anche condotto uno studio, pubblicato su Administrative Science Quarterly e firmato da Elisa Giuliani del Dipartimento di economia e management dell’Università di Pisa e Andrew Spicer dell’University of South Carolina. Racconta come una crisi industriale e ambientale che rimane senza soluzione può trasformarsi in una crisi di fiducia nella politica e nelle istituzioni democratiche.

“Quando gli operai vengono lasciati di fronte alla scelta tra salute e lavoro senza una soluzione concreta – osserva la ricercatrice pisana -, la responsabilità non viene più attribuita solo all’azienda ma anche agli organismi di controllo, alla politica e allo Stato. Lo scandalo industriale diventa così, nelle testimonianze dei lavoratori, il punto di partenza di una critica più ampia alla rappresentanza politica e alle istituzioni”.

Giuliani e Spicer hanno analizzato oltre 230 testimonianze e il materiale comprende dichiarazioni tratte da archivi giornalistici, libri e documenti audiovisivi, insieme a 56 interviste condotte direttamente con operai ed ex operai dell’ex-Ilva tra il 2020 e il 2025, per oltre 63 ore di registrazioni. Gli autori hanno inoltre esaminato più di tremila pagine di fonti documentarie e circa 17 ore di materiali audiovisivi. La ricerca si concentra su due passaggi cruciali della vicenda: lo scandalo diossina del 2008, che portò all’abbattimento di circa 1200 pecore contaminate allevate vicino allo stabilimento e la crisi del 2012, quando la magistratura dispose il sequestro di parte degli impianti per i rischi sanitari e legati all’inquinamento e circa ottomila lavoratori si opposero con una maxi manifestazione ricordato con lo slogan ‘Meglio il cancro dopo che perdere il lavoro adesso’.

“La rassegnazione dentro la fabbrica – sottolinea Giuliani – e il senso di abbandono fuori di essa si rafforzano reciprocamente, generando quella che abbiamo definito ‘trappola del doppio fallimento’. Da una parte, gli operai ritengono di non poter lasciare l’azienda senza mettere a rischio il proprio sostentamento e le reti familiari e sociali dalle quali dipendono. Dall’altra, non credono più che gli organismi di controllo, lo Stato o la politica possano proteggerli, riparare il danno o offrire una via d’uscita praticabile.

Leggi anche “Nel mio film, Taranto si riprende il diritto alla parola”. Intervista a Michele Riondino