Giallo ricina, l’ipotesi degli investigatori: veleno sciolto nell’acqua bevuta da madre e figlia

L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Vita e della figlia Sara si concentra sempre di più su uno scenario inquietante: la ricina sarebbe stata sciolta nell’acqua bevuta durante una cena in famiglia la sera del 23 dicembre. È questa una delle ipotesi principali su cui stanno lavorando magistrati e investigatori, impegnati a fare luce su un caso che assume contorni sempre più complessi.

Secondo quanto emerso dagli approfondimenti medici e investigativi, la sostanza tossica — inodore, incolore e insapore — potrebbe essere stata introdotta nei bicchieri delle due vittime durante il pasto consumato in casa. A tavola quella sera c’erano Antonella, il marito Gianni e la figlia quindicenne Sara, mentre la primogenita Alice era fuori con amici.

L’ipotesi nasce dalle valutazioni degli specialisti dell’ospedale Cardarelli e trova ulteriore supporto nelle analisi effettuate dal Centro antiveleni di Pavia, che dopo settimane di accertamenti avrebbe individuato la positività alla ricina nei campioni di madre e figlia, mentre Gianni sarebbe risultato negativo agli esami del sangue.

Un dato che alimenta interrogativi sia sulla dinamica dell’avvelenamento sia sull’eventuale bersaglio del presunto piano criminoso. Gli inquirenti, che procedono per duplice omicidio premeditato, stanno cercando di ricostruire tempi e modalità dell’esposizione al veleno, anche attraverso ulteriori verifiche su resti di pasti successivi conservati dalla Scientifica.

Perché il sospetto si concentra sull’acqua e non sul cibo

Tra gli elementi che rendono plausibile la pista dell’acqua contaminata c’è la natura stessa della ricina. Gli esperti ritengono poco credibile che il veleno fosse presente negli alimenti consumati durante la cena, perché il calore di eventuali cotture avrebbe potuto comprometterne la tossicità.

Anche l’ipotesi di ingestione accidentale di semi di ricino appare debole. I semi, spiegano gli specialisti, hanno un sapore estremamente sgradevole e difficilmente potrebbero essere stati ingeriti inconsapevolmente. Scartata inoltre la pista dell’inalazione, ritenuta incompatibile con i sintomi manifestati dalle vittime.

I medici hanno descritto il decesso come una “morte on-off”, legata all’azione devastante della ricina sulle cellule, che interromperebbe progressivamente le funzioni vitali fino al collasso, generalmente tra 48 e 72 ore dall’assunzione.

Restano invece marginali, almeno allo stato attuale, i sospetti che il veleno possa essere stato somministrato attraverso flebo praticate successivamente da un infermiere amico della famiglia. Gli investigatori, al momento, non sembrano considerare questa una pista prioritaria.

Cellulari, contatti e nuovi accertamenti: l’indagine si allarga

Parallelamente agli esami tossicologici, l’inchiesta si sta allargando su altri fronti. Particolare attenzione è rivolta ai dispositivi elettronici e ai rapporti personali attorno alla famiglia.

L’iPhone di Alice, figlia maggiore della coppia e considerata dagli inquirenti persona offesa, è stato sottoposto a copia forense nell’ambito di accertamenti irripetibili. Gli investigatori stanno analizzando messaggi, chat familiari, contatti con medici, geolocalizzazioni, cronologie online e informazioni legate ai giorni precedenti ai decessi.

Sotto esame anche i contatti con undici persone ritenute potenzialmente rilevanti, tra cui un infermiere e sua moglie. Elementi che potrebbero aiutare a ricostruire relazioni, eventuali moventi e passaggi ancora oscuri.

Intanto proseguono gli approfondimenti medico-legali. Nuove analisi sui vetrini istologici delle due vittime sono previste al Policlinico di Bari, mentre l’incontro tra procura e specialisti di Pavia punta a chiarire ulteriormente i tempi dell’avvelenamento.

 

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