L’Aula del Senato ha approvato la riforma della legge elettorale con 113 voti a favore, 71 contrari e 2 astenuti. Il testo arrivato dalla Camera, è stato modificato da Palazzo Madama ed ora torna in terza lettura a Montecitorio. In rappresentanza del governo erano presenti i ministri Roberto Calderoli (Affari regionali e autonomie) e Luca Ciriani per i Rapporti con il Parlamento.
Poco prima dell’approvazione della legge elettorale e subito dopo la dichiarazione di voto di Fratelli d’Italia, le opposizioni hanno protestato alzando cartelli gialli e rossi con su scritto ‘No alla legge truffa’. Scintille in aula anche dopo che il capogruppo del M5s, Luca Pirondini, durante il suo intervento ha parlato di ‘legge truffa’ e ha mostrato un fac-simile di una scheda elettorale con la scritta ‘Fratelli di casta’. “La richiamo all’ordine, non mi aspettavo da un capogruppo questa caduta di stile”, ha detto il presidente Ignazio La Russa riferendosi al fatto di aver esposto il foglio e non, come ha chiarito, per il contenuto del cartello. “Lei non può interrompere il mio intervento”, ha replicato Pirondini tornando ad attaccare la riforma.

Cosa prevede la legge elettorale
La nuova legge elettorale è stata ribatezzata “Melonellum” dall’opposizione e “Stabilicum” dalla maggioranza. Al 42 per cento dei voti scatta il premio di maggioranza che si traduce in 70 deputati e 35 senatori con un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori. La legge ha un impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 3 per cento. C’è poi il ripescaggio del cosiddetto “miglior perdente” per la lista che resta sotto soglia all’interno di una coalizione che supera il 10 per cento.
Il Senato ha approvato una modifica decidendo che tutti i partiti alleati contribuiscono alla somma dei voti della coalizione a prescindere dalla percentuale raggiunta: questa attribuzione effettiva dei seggi prescinde dallo sbarramento. A contribuire saranno quindi anche i partiti che non raggiungono il 3 per cento. Se nessuno arriva al 42, il premio semplicemente non scatta e i seggi si distribuiranno in proporzione ai voti.
L’indicazione del candidato premier
Al momento della presentazione di simbolo e programma, partiti e coalizioni devono indicare il nome della persona che proporranno al presidente della Repubblica per l’incarico di presidente del Consiglio. Secondo le opposizioni è un modo mascherato per proporre il premierato. In caso di coalizione il nominativo dev’essere lo stesso per tutte le forze alleate, e la mancata indicazione comporta l’inammissibilità delle liste come avviene con la mancata presentazione del programma.
Il Quirinale ha ancora la prerogativa costituzionale di nominare il premier. A detta delle opposizioni però, questa norma comprime l’autonomia del Capo dello Stato ed avrebbero quindi preferito che la norma passasse per una riforma costituzionale.

Il ritorno delle preferenze con alternanza di genere ma il capolista resta bloccato
Palazzo Madama ha reintrodotto le norme con i capilista che restano però bloccati. I capilista sono seguiti da sei nomi tra cui l’elettore potrà indicarne fino a tre. Il Pd aveva chiesto che anche il capolista bloccato venisse tolto ma l’emendamento non è passato.
L’alternanza di genere scatta dal secondo nome in lista, mentre nel listone bloccato degli eletti con il premio va rispettata la quota 60-40. A luglio, una proposta analoga presentata a Montecitorio era stata bocciata per un solo voto.
Le firme dei partiti non rappresentati
Il nodo delle firme sta facendo molto discutere. Come proposto da FdI, i partiti non rappresentati in Parlamento dovranno raccogliere 6mila sottoscrizioni per collegio invece delle 1.500 attuali. Chi si presenta su tutto il territorio nazionale arriverebbe così a circa 450 mila firme. Il Senato ha approvato l’esonero dalla raccolta le forze con un gruppo in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2025 bocciando un emendamento del Pd che avrebbe consentito la raccolta digitale tramite firma elettronica qualificata.
Questa scelta ha provocato diverse proteste. La più importante è stata quella del movimento Progetto civico di Alessandro Onorato che nella giornata di ieri ha protestato fuori Montecitorio trovando l’appoggio di Giuseppe Conte.
Voto fuorisede allargato anche ai caregiver
Per studenti e lavoratori ed anche, come deciso dal Senato, i caregiver familiari, che vogliono votare lontano dalla casa di residenza serve un domicilio di almeno nove mesi in una Regione diversa da quella di iscrizione elettorale. La domanda deve essere presentata entro il 31 dicembre di ogni anno: se accettata, si hanno poi trenta giorni e comunque non oltre il quarantacinquesimo giorno prima del voto per iscriversi alle liste. Questi elettori vengono distribuiti nelle sezioni ordinarie del comune di domicilio secondo un criterio di prossimità, senza superare il 10 per cento degli iscritti per seggio. Ora questa platea è stata allargata anche ai caregiver familiari.
La norma “anti-cespugli”
Per arginare la proliferazione dei piccoli partiti dentro le grandi coalizioni è nata la cosiddetta norma “anti-cespugli”. Il Senato ha però cancellato la soglia minima di voti necessaria per contribuire al premio permettendo in questo modo ai cespugli comunque di pesare in qualche modo, indipendentemente da quale sia il loro risultato ed anche indipendentemente dalla loro non presenza in Parlamento. Quindi per chi è molto piccolo servirà raccogliere 6mila firme a collegio e poi sperare di raggiungere il 3 per cento. Renzi si è sentito probabilmente chiamato in causa più di altri e non a caso nel suo intervento ha detto che “questa legge elettorale” è stata fatta “solo per paura di perdere”. È noto infatti che il problema dei cespugli riguarda più il centrosinistra rispetto al centodestra.
Ora la partita vera si giocherà alla Camera dove il testo tornerà per la terza lettura: il 28 settembre si terrà solo la discussione generale, poi l’esame riprenderà a inizio ottobre con i tempi contingentati e il voto finale che è atteso non oltre la prima metà del mese, ossia prima che si apra la sessione di bilancio.
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