La Cop17 biodiversità fissa nuovi impegni ma restano i problemi politici ed economici

animale Panda rosso

La Cop17 di Yerevan si chiude con nuovi impegni, ma senza risposte adeguate alla crisi della biodiversità. I Paesi ricchi non garantiscono le risorse promesse ai Paesi in via di sviluppo, mentre le grandi imprese continuano a beneficiare della natura senza contribuire alla sua conservazione. Il caso del Cali Fund è emblematico. Dopo decenni di allarmi scientifici, non possiamo più nasconderci dietro la mancanza di conoscenze: il problema è la volontà di cambiare

La diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica (COP17), conclusasi il 31 ottobre a Yerevan, in Armenia, lascia un messaggio difficile da ignorare: la comunità internazionale sa molto bene che cosa dovrebbe fare per arrestare la perdita di biodiversità, ma continua a non riuscire a tradurre questa consapevolezza in decisioni, risorse e cambiamenti effettivi. Non è una novità. Da oltre trent’anni, governi, organizzazioni internazionali e comunità scientifica si incontrano per discutere della conservazione della natura, mentre gli ecosistemi continuano a deteriorarsi, le specie scompaiono e le pressioni sugli ambienti terrestri e marini aumentano. Il dato più preoccupante è che, nella storia della Convenzione sulla diversità biologica, nessun ciclo di obiettivi globali è stato integralmente raggiunto.

Eppure, negli ultimi anni, la conoscenza scientifica ha fatto passi enormi. I rapporti dell’Ipbes, il Gruppo intergovernativo sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, quelli dell’Ipcc e, più recentemente, il settimo Global Environment Outlook del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP GEO-7), hanno documentato con crescente precisione le cause della crisi e le trasformazioni necessarie per affrontarla. Ho avuto modo di constatare direttamente quanto sia complesso questo passaggio anche attraverso la mia esperienza nel processo scientifico e negoziale del GEO-7, che ho presieduto nella fase di confronto e approvazione internazionale. Un’esperienza che ha mostrato quanto sia difficile mantenere l’integrità delle evidenze scientifiche quando queste entrano nel confronto tra interessi nazionali, priorità economiche e responsabilità politiche. La scienza può indicare con chiarezza i problemi e le alternative, ma il consenso politico non sempre riesce a tradursi in un riconoscimento altrettanto chiaro delle responsabilità e delle conseguenze delle decisioni.

Il problema, dunque, non è più soltanto quello di conoscere la gravità della situazione o di individuare le soluzioni. È soprattutto politico, economico e istituzionale: riguarda la capacità e la volontà di intervenire sugli interessi consolidati, sui modelli di produzione e consumo, sui flussi finanziari e sugli incentivi economici che continuano ad alimentare la distruzione della natura.

Gli obiettivi ci sono. L’attuazione continua a mancare

A Yerevan si è fatto il primo bilancio dell’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel dicembre 2022. Un accordo ambizioso, sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, che stabilisce 23 obiettivi da raggiungere entro il 2030. Tra questi figurano la conservazione del 30% delle terre e dei mari, il ripristino del 30% degli ecosistemi degradati, la riduzione delle pressioni esercitate dalle attività umane sulla biodiversità e la riforma degli incentivi e dei sussidi dannosi per la natura, per almeno 500 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Il bilancio presentato alla COP17 conferma che siamo lontani dalla traiettoria necessaria. Molti Paesi hanno adottato strategie e obiettivi nazionali, tra cui l’Italia, ma questo non significa che abbiano messo in campo le politiche, le risorse e gli strumenti necessari per realizzarli. La distinzione è fondamentale: approvare una strategia non equivale a proteggere un ecosistema; dichiarare un’area protetta non significa garantirne l’integrità ecologica; finanziare un progetto di ripristino non significa necessariamente recuperare le funzioni di un ecosistema. La biodiversità non si misura attraverso il numero di impegni sottoscritti, di riunioni organizzate o di risorse annunciate. Si misura attraverso i cambiamenti effettivi negli ecosistemi, nelle condizioni delle specie e degli habitat e nelle relazioni tra società e natura. La COP17 ha approvato il cosiddetto Yerevan Pathway, un percorso per accelerare l’attuazione degli obiettivi al 2030. È un risultato politico importante, ma non risolve le contraddizioni emerse nei negoziati, soprattutto sulla finanza.

La questione irrisolta delle risorse: la responsabilità dei Paesi ricchi

Uno dei nodi più controversi della COP17 ha riguardato ancora una volta il finanziamento delle politiche per la biodiversità nei Paesi in via di sviluppo. Il Quadro di Kunming-Montreal prevede, con il Target 19, di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030 da tutte le fonti. All’interno di questo impegno, i Paesi sviluppati avrebbero dovuto mobilitare almeno 20 miliardi di dollari all’anno entro il 2025 e almeno 30 miliardi entro il 2030 per sostenere i Paesi in via di sviluppo. Il primo traguardo non è stato raggiunto. La questione è particolarmente grave perché molti Paesi con elevata biodiversità, ma con limitate capacità finanziarie, non possono essere chiamati ad assumersi responsabilità di conservazione e ripristino senza un adeguato sostegno internazionale.

Plenaria Cop17 biodiversità

A Yerevan le divergenze sono rimaste profonde. I Paesi sviluppati hanno insistito sulla necessità di ampliare la platea dei contributori, includendo economie emergenti come Cina e alcuni Paesi del Golfo, mentre i Paesi in via di sviluppo hanno richiamato gli obblighi finanziari già assunti e le responsabilità storiche dei Paesi industrializzati. Il compromesso raggiunto non ha risolto il problema. Si è concordato di avviare consultazioni sulla possibile estensione della platea dei donatori, mentre è stata rinviata alla COP18 la definizione dell’assetto istituzionale del meccanismo finanziario permanente per la biodiversità dopo il 2030. Non è stata quindi accolta la richiesta di diversi Paesi in via di sviluppo di istituire un nuovo fondo autonomo. Ci sono stati anche annunci positivi. Il Global Environment Facility ha registrato nuovi impegni per oltre 500 milioni di dollari durante la COP17, mentre sono stati annunciati circa 60 milioni di dollari aggiuntivi per il Global Biodiversity Framework Fund. Ma questi contributi, pur importanti, non colmano il divario finanziario necessario per attuare il Quadro globale.

Anche sul versante dell’integrazione della dimensione di genere nella conservazione della biodiversità si è registrata una distanza tra gli impegni e le risorse. La COP17 ha richiamato l’attuazione del Gender Plan of Action, sottolineando la necessità di integrare approcci sensibili alle differenze di genere nelle politiche, nei programmi e nei sistemi di monitoraggio, nonché di assicurare risorse finanziarie adeguate e prevedibili. Ma anche in questo caso la disponibilità di risorse dedicate e l’effettiva accessibilità dei finanziamenti restano questioni aperte. Non è un aspetto secondario. Le donne, soprattutto nelle comunità rurali e indigene, svolgono un ruolo essenziale nella gestione degli ecosistemi, nella sicurezza alimentare e nella conservazione delle conoscenze tradizionali. Senza un loro effettivo coinvolgimento, e senza risorse per sostenerlo, la dimensione sociale della transizione ecologica rischia di rimanere una dichiarazione di principio.

Valore

Un episodio emerso durante la COP17 racconta in maniera particolarmente efficace un’altra contraddizione: il rapporto tra attività economiche e conservazione della biodiversità. È il caso del Cali Fund, il fondo istituito nell’ambito della Convenzione per assicurare una condivisione più equa dei benefici derivanti dall’utilizzo commerciale delle informazioni digitali sulle sequenze genetiche, le cosiddette Digital Sequence Information (DSI). Queste informazioni, ricavate dagli organismi viventi e rese disponibili attraverso banche dati digitali, sono utilizzate in numerosi settori: farmaceutica, nutraceutica, cosmetica, biotecnologie e miglioramento genetico delle colture. Rappresentano una componente importante dell’innovazione e dello sviluppo economico. Il fondo, lanciato nel febbraio 2025, intende far contribuire le imprese che beneficiano commercialmente di queste informazioni, destinando almeno il 50% delle risorse ai bisogni individuati direttamente dai popoli indigeni e dalle comunità locali. L’ambizione iniziale era mobilitare circa un miliardo di dollari all’anno. Ma i risultati sono sconfortanti. Un’inchiesta pubblicata dal Guardian il 22 ottobre ha documentato che il fondo aveva raccolto appena 10.656 dollari di impegni, dei quali soltanto 7.085 effettivamente versati. Le grandi imprese farmaceutiche non avevano contribuito.

Il confronto con i potenziali benefici economici è impressionante. Secondo un’analisi citata dal quotidiano britannico, le quindici maggiori imprese farmaceutiche avrebbero potuto contribuire complessivamente con circa 756 milioni di dollari nel 2025, applicando le percentuali indicative previste dal meccanismo. Il problema è che i contributi al Cali Fund sono volontari. A Yerevan si è ribadita l’indicazione di contributi pari allo 0,1% dei ricavi o all’1% degli utili, ma non si è trovato un accordo per rendere il meccanismo effettivamente capace di mobilitare risorse significative. Le questioni operative sono state in larga parte rinviate alla COP18. Il caso è emblematico di un problema che riguarda ben oltre il settore farmaceutico: le imprese possono trarre enormi benefici economici dalla biodiversità, mentre i costi della sua conservazione continuano a ricadere prevalentemente sulla collettività e sui territori che la custodiscono.

Non possiamo chiedere alla scienza di fare anche il lavoro della politica. La vicenda del Cali Fund non è isolata. È parte di una contraddizione più ampia

Da una parte, le istituzioni internazionali riconoscono che la perdita di biodiversità è un rischio sistemico per l’economia, la sicurezza alimentare, la salute umana e la stabilità delle società. Dall’altra, continuano a essere tollerati flussi finanziari e incentivi che favoriscono attività dannose per gli ecosistemi. Il Quadro globale di Kunming-Montreal affronta esplicitamente questa contraddizione. Il Target 15 chiede alle imprese e agli operatori finanziari di monitorare, valutare e rendere trasparenti i propri impatti e le proprie dipendenze dalla biodiversità, mentre il Target 18 impegna i governi a eliminare o riformare gli incentivi dannosi e a incrementare quelli positivi. Non sono obiettivi accessori. Rappresentano il riconoscimento che la conservazione della biodiversità non può essere affidata esclusivamente ai ministeri dell’Ambiente, alle aree protette e alle politiche di tutela delle specie. Deve entrare nelle decisioni dell’agricoltura, della silvicoltura, dell’industria, delle infrastrutture, della finanza e dei sistemi produttivi.

È questo il significato di un approccio whole-of-government e whole-of-society: coinvolgere l’intero sistema delle istituzioni e della società, superando la frammentazione delle responsabilità. La comunità scientifica ha già fornito un contributo fondamentale. L’Ipbes ha chiarito che arrestare la perdita di biodiversità richiede un cambiamento trasformativo, capace di intervenire sulle cause profonde del deterioramento della natura, sulle istituzioni, sui valori e sui modelli economici che lo sostengono. Ma la scienza non può sostituirsi alla politica. Può documentare le conseguenze delle decisioni, individuare le alternative, valutare l’efficacia degli interventi e costruire indicatori per misurare i progressi. Non può imporre ai governi di riformare i sussidi dannosi, né obbligare le imprese a restituire una parte del valore economico che ricavano dalla natura. Continuare a produrre rapporti scientifici sempre più accurati, senza affrontare gli interessi che impediscono l’attuazione delle loro indicazioni, rischia di trasformare la conoscenza in una forma di testimonianza impotente.

Cambiare le regole, non moltiplicare le dichiarazioni

La lezione di Yerevan dovrebbe essere chiara. Non abbiamo bisogno soltanto di più finanziamenti, ma di un diverso rapporto tra economia, finanza e natura. I governi devono avere il coraggio di riformare i sussidi dannosi per la biodiversità e di riallocare le risorse verso attività che contribuiscono alla conservazione e al ripristino degli ecosistemi. Non è ragionevole continuare a finanziare, direttamente o indirettamente, modelli produttivi che generano costi ambientali e sociali trasferendoli alla collettività. Le imprese devono assumersi responsabilità verificabili, andando oltre gli impegni volontari e le dichiarazioni di sostenibilità. La dipendenza dalla biodiversità non può essere considerata soltanto un rischio da gestire per proteggere gli investimenti. Deve diventare una responsabilità rispetto agli impatti generati lungo le catene del valore.

Anche la finanza deve cambiare direzione. Non basta aumentare gli investimenti nella conservazione se contemporaneamente continuano a essere finanziate attività che distruggono gli ecosistemi. Occorre inoltre migliorare il funzionamento delle Cop. La denuncia del ministro dell’Ambiente di Panama, Juan Carlos Navarro, che ha definito il processo negoziale sostanzialmente incapace di produrre risultati adeguati, coglie un problema reale. Il principio del consenso è un elemento fondamentale del multilateralismo, ma non può trasformarsi in uno strumento che consente a pochi governi di indebolire sistematicamente le ambizioni collettive. La proposta di rendere più integrato il sistema delle conferenze ambientali delle Nazioni Unite, avanzata anche dalla direttrice esecutiva dell’UNEP Inger Andersen, merita una riflessione. La proliferazione di convenzioni, incontri e processi negoziali genera sovrapposizioni e disperde energie. Occorre rafforzare le sinergie tra le convenzioni su clima, biodiversità, desertificazione e inquinamento, senza però cancellarne le specificità e le responsabilità. Ma la riforma delle procedure richiede tempo e non sarà sufficiente se non cambieranno le condizioni politiche ed economiche che ostacolano l’attuazione degli accordi.

La natura non può continuare a pagare il conto

La biodiversità non è un settore dell’economia, né una variabile ambientale da aggiungere a posteriori alle decisioni di sviluppo. È la condizione biologica che rende possibile la vita e sostiene il funzionamento dell’economia e delle società umane. Ridurre la relazione con la natura a una questione di capitale naturale o di servizi ecosistemici rischia, inoltre, di trascurarne la pluralità di valori: quelli intrinseci, indipendenti dall’utilità per gli esseri umani; quelli strumentali, legati ai benefici che gli ecosistemi forniscono; e quelli relazionali, che esprimono i legami culturali, sociali e identitari tra le comunità e i territori. È una prospettiva che l’Ipbes ha contribuito a portare al centro del dibattito internazionale e che dovrebbe orientare anche le politiche economiche. La Cop17 si è chiusa con nuovi impegni e con la promessa di accelerare. Ma il tempo delle promesse, da solo, è finito. Non possiamo continuare a chiedere alla comunità scientifica di documentare una crisi, ai Paesi più vulnerabili di sopportarne le conseguenze e alle comunità indigene e locali di custodire la biodiversità, mentre i grandi beneficiari economici della sua utilizzazione contribuiscono con somme irrisorie alla sua conservazione. Se vogliamo davvero arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030, dobbiamo cambiare questa relazione. Non servono soltanto nuovi obiettivi, nuove dichiarazioni o nuove conferenze. Servono regole, responsabilità, risorse e soprattutto la volontà politica di intervenre sugli interessi che ostacolano la transizione. Altrimenti, anche la prossima Cop si concluderà con un altro appello ad accelerare, mentre la natura continuerà a perdere terreno. E non avremo più alibi per dire che non sapevamo.

 

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